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Sentenza Ruby: una magistratura impreparata e scandalosa

22 Novembre 2013

Sulla sentenza Ruby, ecco gli esempi di approssimazione, di acefalo copia e incolla e in buona sostanza di disinformazione:

1-
Berlusconi, depositate le motivazioni “Provati gli atti sessuali con Ruby”
di Paolo Colonnello
(da “La Stampa”, 21 novembre 2013)

«Risulta provato innanzitutto che l’imputato abbia compiuto atti sessuali con le Marhoug Karima in cambio di ingenti somme di denaro e di altre utilità! quali i gioielli…..Risulta provato d’altra parte, che il regista delle esibizioni sessuali delle giovani donne fosse proprio Berlusconi, il quale dava il via al cosiddetto bunga bunga, in cui le ospiti di sesso femminile si attivavano per soddisfare i desideri del l’imputato, ossia “per fargli provare piaceri corporei” come chiarito dalla stessa El Mahroug…” ».

Non lascia spazio ad alcuna immaginazione la motivazione della sentenza di oltre trecento pagine depositata questa mattina dal presidente della quarta sezione del tribunale Giulia Turri, con cui nel giugno scorso condannò l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a 7 anni di reclusione per concussione per costrizione e prostituzione minorile nonché all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Soprattutto non lascia spazio alla procura circa la possibilità che venga aperta una nuova inchiesta, già denominata “Ruby ter”, nella quale Berlusconi, insieme ad altre 33 persone – tra cui l’ex sottosegretario Valentino Valentini, la dirigente di polizia Giorgia Iafrate, il presidente di medusa Carlo Rossella, e il musicista Mariano Apicella – dovrebbe essere indagato per corruzione in atti giudiziari, in relazione al pagamento delle testimoni di Arcore sfilate durante il processo.

Una valutazione che comunque il tribunale rimanda ai pm insieme agli atti delle deposizioni dei testi considerati mendaci. Secondo i giudici «deve ritenersi pienamente provata la penale responsabilità dell’imputato in ordine al delitto di prostituzione minorile » nonché quella per concussione per costrizione. Le telefonate notturne in questura del maggio 2010, le «enormi pressioni psicologiche » esercitate sul capo di gabinetto Pietro Ostuni, «pur senza un corrispettivo vantaggio » con un «abuso di qualità » da parte dell’allora Premier, per liberare Ruby, fermata nel pomeriggio con l’accusa di furto, rispondevano, scrivono i magistrati, «a esigenze dell’imputato di natura prettamente personale, da individuare nella sua preoccupazione di una divulgazione all’esterno da parte della giovane del tenere delle serate e della commissione dei fatti di reato… Il timore dell’imputato era peraltro fondato, atteso che El Marhoug Karima si era, effettivamente confidata con l’assistente Cafaro, raccontandogli che “Silvio” l’avrebbe aiutata nella pratica di regolarizzazione della sua posizione in Italia e che aveva partecipato a delle feste presso la residenza del Premier, durante le quali le ragazze si spogliavano in un contesto da lei chiamato “bunga bunga”… » Tutto cií³ «si concretizza in un uso strumentale della propria qualità, poiché Berlusconi, senza che ciò fosse richiesto dall’adempimento dei compiti istituzionali e per tale motivo abusivamente, ha utilizzato la propria carica e quindi la propria posizione di preminenza nella gerarchia istituzionale, onde costringere il Capo di gabinetto a consegnare senza indugio El Marhoug Karima a Minetti Nicole ». Una delle «fedeli frequentatrici » di Arcore. Poi condannata nel successivo processo, insieme a Lele Mora ed Emilio Fede, a cinque anni di reclusione.

Ora si attendono le motivazioni anche dell’altro processo. Mentre già all’inizio della primavera potrebbe essere fissato l’appello.

2-
«Con Ruby rapporti in cambio di soldi. Berlusconi abusò della sua carica »
di Luigi Ferrarella
(dal “Corriere della Sera”, 22 novembre 2013)

Nel motivare la condanna dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a 6 anni per concussione e a 1 anno per prostituzione minorile con la 17enne marocchina «Ruby » Karima El Mahroug, le 326 pagine dei giudici Turri-De Cristofaro-D’Elia chiedono ai pm di valutare 32 testi della difesa per «falsa testimonianza » o «sistematica attività di inquinamento probatorio dal 6 ottobre 2010, attuata anche corrispondendo ingenti somme di denaro ad alcune testi e a Karima »: la quale poi «ha mentito perché dall’imputato pagata per recitare, a fronte di una promessa di 5 milioni, un copione concordato con l’emissario di Lui » evocato in una intercettazione: «Io, gli ho detto, posso passare per prostituta, per pazza, per tutto quello che vuoi, l’importante è che ne esco con qualche cosa ».

«IL PREMIER SAPEVA CHE ERA MINORENNE » – «Grazie alle intercettazioni » «è possibile affermare, con sicurezza confinante con la certezza, che Berlusconi era a conoscenza della minore età della ragazza ». Il 7 settembre 2010 Karima confida a una amica che ai pm «io ho negato che Silvio sa che sono minorenne, perché non voglio metterlo nei casini »: il dialogo è prima che la storia emerga e dopo l’ultimo verbale ai pm, ed «è talmente chiaro che nessuna delle due ha saputo dare credibile spiegazione alternativa ». Inoltre l’ex direttore del tg4 Emilio Fede, con cui arrivò la prima volta ad Arcore, era «a conoscenza della minore età della ragazza » conosciuta a un concorso, e visti i suoi rapporti con Berlusconi «è da presumere, secondo normale logica, che non gliel’abbia certo nascosta ». E Berlusconi nella telefonata in Questura «parlò espressamente di affido, termine utilizzato solo per i minori, così dimostrando di esserne pienamente consapevole » e di temere «che raccontasse di avere compiuto atti sessuali a pagamento con lui ».

«LE SERATE DI SESSO AD ARCORE » – Il primo (e poi ritrattato) racconto di Karima, come le successive intercettazioni delle ospiti di Arcore, è talmente «sovrapponibile a quello delle testi Melania Tumini, Maria Makdoum, Imane Fadil, Ambra Battilana, Chiara Danese e Natascia Teatino » che Karima in aula si è rifugiata in risposte «risibili » come sostenere che sono «coincidenze ». Invece Ruby «era inserita stabilmente in un collaudato sistema prostitutivo di Arcore ». Per la prostituzione minorile «non occorre rapporto sessuale completo », basta «qualsiasi commercio del proprio corpo » a «carattere retributivo » e «tale da stimolare l’istinto sessuale del cliente ». E ad Arcore «spogliarsi, ballare nude, mostrare da vicino le nudità all’imputato erano comportamenti oggettivamente idonei a stimolare l’istinto sessuale di Berlusconi », che retribuiva con «circa 3 mila euro per volta » e con «gioielli », oltre ad aver «ammesso d’avere corrisposto 57 mila euro a Karima destinati a consentirle l’apertura di un centro estetico ».

LA NOTTE IN QUESTURA – «In ottemperanza all’ordine impartitogli da Berlusconi », il capo di gabinetto della Questura, Pietro Ostuni, «dava disposizioni al commissario Giorgia Iafrate di rilasciare la ragazza » nelle mani di Nicole Minetti, preannunciata dal presidente del Consiglio, «tant’è che subito la funzionaria si precipitava di corsa » al fotosegnalamento. Che il rilascio dovesse essere l’esito obbligato «si ricava dalla telefonata sul 113 tra due poliziotti che già alle 00.10 » (appena 11 minuti dopo la prima telefonata Ostuni-Iafrate) accennano alle direttive («prende e affida, minimo sforzo e massimo rendimento ») poi concretizzate alle 2: con l’affidamento di Karima a Minetti operato da Iafrate «prima ancora di procurarsi la copia del documento di identità » e degli accertamenti dei poliziotti di Taormina. Peraltro la 17enne non va a casa di Minetti ma di una prostituta brasiliana «all’evidenza non idonea a tutelare gli interessi della minore ». Il tribunale rimarca che Iafrate lo sapeva in partenza, e censura che in aula «sia dovuta ricorrere al concetto di vincolo giuridico con l’affidatario del minore che però può ben vivere presso un terzo »: «Non c’è chi non veda – scrive il Tribunale – che, così ragionando sull’affidamento, possa di fatto essere totalmente vanificata la finalità di tutela del minore ».

LA «VERSIONE MUBARAK » – Berlusconi «ha abusato della qualità » di premier quando «ha rappresentato falsamente un proprio interessamento istituzionale » dietro l’«asserita parentela con Mubarak », mentre invece «aveva un interesse personale a sottrarre la ragazza dalla Questura al più presto ». Quasi subito Ostuni sa che la storia di Mubarak «è una frottola macroscopicamente non veritiera, di cui Berlusconi era consapevole »: ma non glielo dice, il che «rivela l’urgenza di dovere dare, in ogni caso e senza indugio, esecuzione alla richiesta del premier nonostante le diverse direttive impartite dal pm minorile Annamaria Fiorillo ». E nella querelle con Iafrate, il tribunale propende per Fiorillo, disciplinarmente sanzionata in primo grado dal Csm per aver reagito alle parole del ministro Maroni in Parlamento, ma per le giudici «credibile e coerente » perché «attenutasi alle linee guida delineate dal suo procuratore in casi analoghi ».

LE OMBRE SULLE MOSSE DELLA DIFESA – Ai pm il tribunale indica temi da approfondire. I «2.500 euro al mese dal 2011 a favore delle testi, logicamente in correlazione con la convocazione ad Arcore da parte dell’imputato di tutte le ragazze » appena perquisite il 14 gennaio 2011. La misteriosa riunione del 6 ottobre 2010 nel quale Karima, «alla presenza del suo avvocato Luca Giuliante e di Lele Mora svelò a l’emissario di Lui le informazioni date ai pm in estate ». L’intercettazione alle 18.18 del 17 ottobre (prima che le indagini fossero note) tra Minetti e Fede, da cui «si apprende che Minetti andò da Giuliante per parlare della questione Ruby, e che la sera all’incontro ad Arcore prese parte anche Fede ». Il fatto che «nel gennaio 2011 Karima utilizzava il canale degli avvocati Giuliante e Dinoia per portare avanti la trattativa con l’imputato », e l’intercettazione da cui «si evince che il contatto di Giuliante per soddisfare la richiesta di aiuto di Karima fosse Ghedini, uno dei due difensori dell’imputato » (con Piero Longo) «che fin da ottobre 2010 aveva già svolto indagini difensive ». E quanto al «rinvenimento di copie di un colloquio difensivo, apparentemente sottoscritto dall’avvocato Longo, a casa di una ragazza diversa da quella che aveva presuntivamente reso quelle dichiarazioni », per le giudici «conferma l’attività di inquinamento svolta prima ancora dell’iscrizione di Berlusconi » .

3-
“Sesso con Ruby in cambio di denaro”: ecco perché Berlusconi fu condannato
di Redazione
(da “la Repubblica”, 21 novembre 2013)

L’ex premier Silvio Berlusconi fece sesso con Ruby, all’epoca minorenne, in cambio di denaro. E questo “è stato provato”. Così come risulta che Berlusconi fosse consapevole della minore età della ragazza. I giudici della quarta sezione penale di Milano hanno depositato le motivazioni della condanna del Cavaliere a sette anni di reclusione per concussione e prostituzione minorile. “Risulta innanzitutto provato che l’imputato abbia compiuto atti sessuali con El Mahroug Karima in cambio di ingenti somme di denaro e di altre utilità, quali gioielli”, si legge nelle 331 pagine del documento. E “la negazione di avere attivamente partecipato al sistema prostitutivo di Arcore, da parte di Karima, rafforza ancora di più il giudizio di colpevolezza nei confronti dell’imputato”.

Gli avvocati e la Santanché. I legali di Berlusconi, Piero Longo e Niccolò Ghedini, hanno affidato a una nota il loro commento sulle motivazioni: “Una sentenza surreale, in totale contrasto con gli elementi probatori, con la logica, con i fondamentali principi di diritto e con la giurisprudenza della Corte di cassazione. Anche con tutta la migliore volontà accusatoria non sarà possibile confermare questa sentenza nei gradi successivi di giudizio”. E una nota arriva anche dalla deputata Daniela Santanché, di Forza Italia, in cui si parla di “donne magistrato che bollano a vita giovani donne come prostitute per avere chiesto o accettato regali da un uomo. Questa sentenza, oltre che falsa, è odiosa perché usa la fragilità di donna e le uccide socialmente con l’unico intento di colpire per di più ingiustamente un uomo. Siamo di fronte a un femminicidio giudiziario”.

La lettura della sentenza di condanna

“Berlusconi pagava i testimoni”. Berlusconi ha una “capacità a delinquere (…) consistita nell’attività sistematica di inquinamento probatorio a partire dal 6 ottobre 2010 attuata anche corrispondendo” a Ruby “e ad alcune testimoni ingenti somme di denaro”, scrivono i giudici. E a proposito del reato di concussione, ossia delle pressioni di Berlusconi per la liberazione di Ruby, le toghe milanesi rimarcano “la sproporzione tra l’intensità e la costrizione, proveniente dalla seconda carica istituzionale dello Stato, rispetto allo scopo avuto di mira, nel caso di specie il rilascio di una prostituta di 17 anni”. La senatrice Maria Rosaria Rossi e l’eurodeputato Licia Ronzulli, così come una serie di ragazze ospiti alle serate di Arcore, il pianista Danilo Mariani con la moglie Simonetta Iosi e Mariano Apicella hanno “mentito” quando hanno testimoniato in aula per “personali vantaggi economici e di carriera loro derivanti da deposizioni compiacenti”. E le “risultanze” del processo “comprovano” che Ruby dopo il 7 ottobre 2010, giorno del misterioso interrogatorio della ragazza con l’avvocato Luca Giuliante, “Lele” e un “emissario di lui”, “era in attesa di ricevere la ricompensa promessa, pari a circa 5 milioni di euro”, da Berlusconi.

“Il sistema prostitutivo di Arcore”. Il tribunale rimarca “lo stabile inserimento” di Ruby “nel collaudato sistema prostitutivo di Arcore”. E “la cronologia degli accadimenti e il chiaro contenuto dei dialoghi captati convergono nel fornire la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, della consapevolezza dell’imputato della minore età” di Ruby. Nel documento si sostiene che “la giovane ha dichiarato di avere rivelato a Berlusconi di avere 17 anni la seconda volta che era andata ad Arcore”. Secondo i magistrati, la stessa Ruby “ha descritto un contesto credibile e convincente dell’occasione in cui confessò di essere minore d’età: l’imputato le aveva proposto di pagarle l’affitto di un appartamento di via Olgettina, intestandole il relativo contratto, ma proprio la minore età della ragazza e l’assenza di documenti di identità erano certamente ostacoli insormontabili, tanto che la El Mahroug dovette rappresentarglieli”.

Denaro e gioielli. Quanto ai compensi, i giudici spiegano che Ruby ha percepito “somme variabili di circa 3mila euro per volta” nelle due occasioni in cui è stata ad Arcore, “oltre a gioielli, come dimostrato dai beni trovati nel corso della perquisizione”. E lo stesso Berlusconi, proseguono, “ha ammesso di averle corrisposto 57mila euro, asserendo che tale somma fosse destinata a consentirle l’apertura di un centro estetico”. Anche le altre ragazze “venivano ricompensate con denaro, gioielli, con autovetture, con il pagamento del canone di affitto delle abitazioni in via Olgettina e con contratti di lavoro a Mediaset e altre utilità”.

Le pressioni sulla questura. “Deve ritenersi” che il premier “intervenne pesantemente sulla libertà di autodeterminazione del capo di gabinetto e, attraverso il superiore gerarchico, sul funzionario in servizio quella notte in questura (…) al fine di tutelare se stesso, evitando” che Ruby “svelasse l’attività di prostituzione” ad Arcore, scrivono ancora i giudici milanesi. E la dimostrazione che Berlusconi sapeva della minore età di Ruby è nella telefonata che l’ex premier fece in questura la notte fra il 27 e il 28 maggio 2010. “Se davvero non fosse stato al corrente della minore età della ragazza all’epoca della loro frequentazione, come dallo stesso affermato, egli non avrebbe avuto alcun motivo di intervenire, telefonando al capo di gabinetto Pietro Ostuni per evitare il collocamento della giovane in comunità protetta”. Quella notte, come si ricorderà, Berlusconi segnalò addirittura “una presunta parentela di El Mahroug Karima con il presidente Mubarak”.

Il ruolo di Nicole Minetti. Berlusconi “non cessò affatto di avere rapporti con la minorenne” dopo la notte del controllo in questura il 27 maggio 2010, “tanto che ne pretese l’affidamento a Nicole Minetti, una delle fedeli frequentatrici della residenza di Arcore, bene inserita nel sistema prostitutivo, la quale coadiuvava addirittura l’imputato nella gestione degli appartamenti di via Olgettina, provvedendo a mantenere i contatti con il gestore dell’immobiliare e con il ragioniere Giuseppe Spinelli per i pagamenti delle spese e dei canoni di affitto delle ragazze”.

“Silvio regista del bunga bunga”. Berlusconi era il “regista delle esibizioni sessuali delle giovani donne” che “dava il via al cosiddetto bunga bunga, in cui le ospiti di sesso femminile si attivavano per soddisfare i desideri dell’imputato, ossia per fargli provare piaceri corporei”. I giudici spiegano che il bunga bunga, “come chiarito dalla stessa El Mahroug” Karima, ossia Ruby, consisteva in “balli con il palo da lap dance, spogliarelli, travestimenti e toccamenti reciproci”. Spiegano quindi che “a tale preludio faceva poi seguito la notte ad Arcore con il presidente del consiglio in promiscuità sessuale, ma soltanto per alcune giovani scelte personalmente dal padrone di casa tra le sue ospiti femminili. Certo è che, fra queste, egli scelse El Mahroug Karima in almeno due occasioni”.

La personalità di Ruby. “Ruby confidava all’amica Grazia Randazzo di avere mentito in sede di indagini preliminari proprio su un dato di assoluta rilevanza, ossia il fatto che l’imputato fosse a conoscenza della sua minore età, mostrando così di essere stata oltremodo scaltra, decidendo scientemente di omettere alcune informazioni ai pm”. Per il tribunale Ruby “è lungi dall’apparire una ragazza sprovveduta”. I giudici ricordano anche che Ruby “avvisava il fidanzato Luca Risso di avere detto tante cose in sede testimoniale, ma di averne anche tenute nascoste tantissime”. Di lei, definita come una ragazza “senza alcun freno inibitore”, si ricorda che “ha attivamente partecipato alle interazioni sessuali emerse nel dibattimento, riassumibili nella frase pronunciata dalla stessa El Mahroug alla Pasquino Caterina ‘adesso ballo, poi mi spoglio e faccio sesso’ e in quella di Risso Luca a Serena Facchineri ‘siamo alle scene hard’ con il presidente del consiglio”.

“Niente carte ai giornalisti”. Il presidente del collegio, Giulia Turri, aveva ha autorizzato i giornalisti ad avere una copia delle motivazioni. Nei giorni scorsi sei cronisti, “in qualità di rappresentanti dei giornalisti
giudiziari del palazzo di giustizia di Milano”, avevano chiesto di poter estrarre copia, “trattandosi di un caso di interesse pubblico e di stringente attualità”. Il giudice ha respinto la richiesta dei giornalisti, però, spiegando che ai sensi dell’articolo 116 del Codice di procedura penale non sono “soggetti legittimati” a prendere visione delle motivazioni: la norma stabilisce che possano ottenere le motivazioni solo le parti processuali.


Ruby, i giudici si scatenano: fango sul Cav senza prove
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 22 novembre 2013)

Una battuta. Tutto il caso Ruby, alla fine di un processo infinito, si riduce e ruota intorno a una frase: «Adesso ballo, poi mi spoglio e faccio sesso ». Così disse Ruby alla sua amica Caterina. E poi, subito dopo: «Guarda che sto scherzando ».

Una delle innumerevoli vanterie di Ruby, o l’unica finestra sulla verità delle notti di Arcore. Per i giudici di Milano che hanno condannato Silvio Berlusconi a sette anni di carcere, non ci sono dubbi: «Ritiene il tribunale che debba essere esclusa la natura scherzosa della confidenza ». In 331 pagine di motivazioni della condanna di Silvio Berlusconi (una sentenza «surreale » e «in totale contrasto con gli elementi probatori », il commento dei legali dell’ex premier Piero Longo e Niccolò Ghedini), è quello l’unico aggancio concreto – nel turbinio delle deduzioni e delle prove logiche – da cui tutto origina e tutto discende: la prostituzione di Ruby, il prezzolamento suo e delle altre ragazze, il panico di Berlusconi che tutto venisse scoperto, la telefonata in questura. L’arroganza di un uomo di Stato che usa il suo potere per coprire le proprie malefatte.

Pagina 278 delle 331 che ieri, dopo un lungo travaglio, il giudice Giulia Turri deposita. È lì che viene riportata la confidenza di Karima El Mahroug, alias Ruby, a Caterina Pasquino. È l’unica volta, e lo sottolineano gli stessi giudici, che Ruby ammette di avere fatto sesso con Berlusconi. Perché poi, nel tourbillon di verità e di balle della fanciulla marocchina, tra verbali, intercettazioni, confidenze, c’è una sola costante: «L’unico elemento della narrazione che rimane immutato riguarda il profilo della assenza di qualsiasi tipo di rapporto sessuale tra la dichiarante e Berlusconi ». Ruby nega, ma nega perché è pagata. «Ritiene il tribunale che inizialmente la ragazza abbia tenuto nascosto di svolgere la propria attività di prostituzione per cercare di salvaguardare così la propria immagine e che poi abbia mentito perché pagata dall’imputato per farlo ». Ruby mente come secondo i giudici hanno mentito in tanti, le Olgettine, gli uomini della scorta, i collaboratori, tutti candidati all’incriminazione.

Ma cosa resta, depurato dalle bugie e dalle verità di Ruby, a provare oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di Berlusconi per i due reati che hanno portato alla sua condanna? L’unico porto franco, l’unico in cui la sentenza depositata ieri sembra affrontare serenamente il giudizio d’appello, è che ad Arcore qualcosa di increscioso accadesse. Lo dicono le sette testimoni che hanno raccontato di tette al vento, lap dance, strip tease sempre più espliciti, che i giudici ritengono credibili: nel solco di una prima prova logica, «la qualità delle partecipanti alle serate (tutte ragazze giovani, alcune delle quali prostitute professioniste) e la sproporzione tra gli ospiti di sesso femminile e maschile rendono evidente che gli incontri fossero finalizzati a soddisfare il piacere sessuale dell’imputato ».

Ma poi? Una volta dato per assodato che non erano solo «cene eleganti », come si dimostra che Ruby ne facesse parte a pieno regime? Le motivazioni sul punto svicolano un po’, ma poi affondano dando a Karima El Mahroug, senza tanti giri di parole, della meretrice: «Il complesso delle risultanze convergono nel fornire la prova del fatto che El Mahroug Karima esercitava l’attività di prostituzione in un periodo concomitante alla partecipazione della stessa alle serate presso la residenza dell’imputato a Arcore (…) il cui tenore caratterizzato da connotazioni sessuali a fronte dell’elargizione di ingenti somme di denaro è perfettamente in linea con la personalità e la condotta di vita della ragazza ». In sintesi: ad Arcore si faceva sesso a pagamento; Ruby era una prostituta; e quindi, cos’altro poteva fare lì? Quanto in profondità si spingesse il suo contatto con il Cav, per i giudici non importa: «È del tutto irrilevante definire gli esatti contorni degli atti sessuali compiuti dall’imputato con la El Mahroug, non occorrendo per la sussistenza del reato in esame un rapporto sessuale completo, essendo invece sufficiente qualsiasi commercio del proprio corpo a carattere retributivo che sia oggettivamente tale da stimolare l’istinto sessuale del cliente. Lo spogliarsi, il ballare nude, scoprire il seno e le parti intime, mostrare le proprie nudità all’imputato, erano tutti comportamenti oggettivamente idonei a stimolare l’istinto sessuale di Berlusconi ».

E qualunque contatto ci sia stato tra lui e Ruby nelle serate del bunga bunga, Berlusconi lo realizzò sapendo di avere davanti una minorenne. È un passaggio chiave della sentenza, perché senza questa consapevolezza non sarebbe possibile la condanna. Anche qui, i giudici si attaccano a una chiacchierata telefonica di Ruby, una di quelle piene di frottole mirabolanti su Clooney o Ronaldo, nonché di accuse ai pm. «Io ho negato il fatto che Silvio sa che sono minorenne, gli ho detto che lui sa che sono maggiorenne perché non voglio metterlo nei casini ». Ma ancora più della logorrea di Ruby, per i giudici a incastrare Berlusconi è Berlusconi stesso, con il suo agitarsi la notte che la ragazza venne fermata: «Se davvero non fosse stato al corrente della minore età della ragazza egli non avrebbe avuto alcun motivo di intervenire » sui vertici della questura milanese. Non era per nascondere le allegre serate di Arcore, che Berlusconi si inventò «la frottola » della nipote di Mubarak. Era per evitare che si scoprissero i suoi rapporti sessuali a pagamento con una minorenne, unico aspetto penalmente rilevante dei suoi comportamenti privati. E fu così che si arrivò alle telefonate in questura, la fatidica notte del 27 maggio: con i funzionari, un po’ vittime, un po’ complici, un po’ succubi, cui non rimane che affidare Ruby a Nicole Minetti. «La forte coazione psicologica », «l’enorme sproporzione dei rapporti di potere » non lasciarono scelta ai poliziotti.


L’ultimo al patibolo
di Redazione
(da “Il Foglio”, 22 novembre 2013)

Come l’ultima carmelitana a salire sul patibolo della Rivoluzione raccontata da Bernanos. Nel giorno in cui la Francia faro di ogni liberazione si ribella contro il rigurgito moralista, Silvio Berlusconi diviene paradossalmente l’ultimo – a dir meglio il primo e l’ultimo, l’unico – a essere condannato perché “risulta innanzitutto provato che l’imputato abbia compiuto atti sessuali con El Mahroug Karima in cambio di ingenti somme di denaro”. E che atti sessuali. Nelle 326 pagine di motivazioni della sentenza che inchioda il “collaudato sistema prostitutivo di Arcore”, si scopre infatti “che è del tutto irrilevante definire gli esatti contorni degli atti sessuali compiuti dall’imputato” con la signora El Mahroug, “non occorrendo per la sussistenza del reato in esame un rapporto sessuale completo, essendo tuttavia sufficiente qualsiasi commercio del proprio corpo a carattere retributivo”.

Dunque, secondo l’invereconda verecondia della signora Boccassini e dei suoi correligionari togati, “lo spogliarsi, il ballare nude, scoprire con fare ammiccante il seno e il fondoschiena, mostrare le proprie nudità all’imputato a distanza ravvicinata erano tutti comportamenti oggettivamente idonei a stimolare l’istinto sessuale di Berlusconi. Tra l’altro, il compimento di tali atti comportava spesso un contatto fisico con l’imputato, a più riprese nell’arco della serata, quali strusciamenti, toccamenti di seno e di parti intime, palpeggiamenti di glutei, cosce e fianchi”. Roba da chiamare lo psicoanalista, più che il moralista: inteso per i giudici. L’immaginario erotico guardonistico della Corte di Milano parla di un’immoralità bacchettona e ipocrita, è un’enormità contro cui un paese civile (non l’Italia) si ribella. Ma il Cavaliere, come la carmelitana, sarà l’ultimo a salire al patibolo. E poi andremo tutti quanti al suo funerale, come cantava Jannacci, per “scoprire che battono anche le suore”. E vedere di nascosto l’effetto che fa.


Sentenza Ruby, “Provato sesso con Karima. Berlusconi regista del bunga bunga”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 22 novembre 2013)

Era il regista del bunga bunga, sapeva che Ruby era minorenne e intervenne pesantemente sulla Questura perché la ragazzina marocchina, spacciata per la nipote dell’allora presidente dell’Egitto Mubarak, fosse rilasciata la notte del 27-28 maggio 2010. Ecco perché il 24 giugno scorso i magistrati di Milano hanno condannato  Silvio Berlusconi a 7 anni di reclusione per concussione e prostituzione minorile.  Quasi due mesi dopo il termine naturale i giudici della IV sezione penale di Milano hanno depositato le motivazioni del verdetto sulle serate ad alto tasso erotico di Arcore.  Per i giudici ci fu “la sproporzione tra l’intensità e la costrizione proveniente” dall’allora presidente del Consiglio “rispetto allo scopo avuto di mira, nel caso di specie il rilascio di una prostituta di 17 anni”. Per i legali di Berlusconi Niccolò Ghedini e Piero Longo la sentenza “è surreale e non potrà essere confermata”. Ma ora il problema rischia di spostarsi immediatamente sul piano politico visto che il 27 novembre (anche se la data continua a ballare) si voterà la decadenza da senatore del Cavaliere. Il che significa che l’ex presidente del Consiglio sarebbe – per la prima volta dal 1994 – senza lo scudo da parlamentare. Si vedrebbe così materializzata la paura di Berlusconi: il rischio che una delle varie Procure d’Italia che lo hanno indagato chieda una misura cautelare, che si aggiungerebbe all’esecuzione della pena (lui ha chiesto i servizi sociali) per la condanna definitiva a 4 anni per frode fiscale nel processo Mediaset.

Berlusconi “consapevole che Ruby fosse minorenne”. È  ”provato – scrivono i giudici nella motivazione – che l’imputato abbia compiuto atti sessuali con “Ruby” in cambio di  ingenti somme di denaro  e di altre utilità, quali gioielli”.  Il tribunale di Milano ha ritenuto che “la valutazione unitaria del materiale probatorio illustrato evidenzi lo stabile inserimento” di Ruby “nel  collaudato sistema prostitutivo  di Arcore”.  Dopo il bunga bunga “faceva poi seguito la notte ad Arcore con il presidente del Consiglio, in promiscuità sessuale, ma soltanto per alcune giovani scelte personalmente dal padrone di casa tra le sue ospiti femminili. Certo è che, tra queste, egli scelse El Mahroug Karima in almeno due occasioni”.    Fu proprio Ruby a rivelare che disse a Berlusconi che era minorenne “la seconda volta che era andata ad Arcore” quando “l’imputato le aveva proposto di pagarle l’affitto un appartamento in via Olgettina intestandole il relativo contratto di affitto…”, ma proprio il fatto di avere 17 anni e di non aver documenti avevano imposto alla marocchina di dirglielo in quanto “ostacoli insormontabili”.

L’ex premier “regista delle esibizioni sessuali”. Ruby pagata per mentire.  ”Risulta provato che il regista delle esibizioni sessuali delle giovani donne fosse proprio Berlusconi, il quale dava il via al cosiddetto bunga bunga, in cui le ospiti si attivavano per soddisfare i desideri dell’imputato”. Il Cavaliere aveva definito quelle serate solo “cene eleganti”, ma alcuni testimoni avevano descritto quelle serate come un “puttanaio” in cui ad un certo punto tra balletti osé e spogliarelli compariva una statuetta di Priapo”.    Ruby ha sempre negato di aver avuto rapporti sessuali con Berlusconi ma per i giudici “ha mentito perché è stata pagata per farlo dall’imputato“.    Inoltre i giudici hanno stabilito che il premio per le menzogne sarebbe stato altissimo: le ”risultanze” del processo“comprovano” che Ruby, dopo il 7 ottobre 2010, giorno del misterioso interrogatorio della ragazza con l’avvocato Luca Giuliante, “Lele” e un “emissario di Lui”, “era in attesa di ricevere la ricompensa promessa pari a circa cinque milioni di euro”. E’ la stessa ragazza, che in una telefonata, raccontava di ricevere inoltre 20mila euro ogni martedì e che il compagno Luca Risso pretendeva di conservare perché “spendacciona”.

(Mia domanda: ma dei   fantomatici 5 milioni ci sono tracce o è, pure questo, frutto di fantasia? bdm)


Falchi contro lealisti. Forza Italia è gia divisa
di Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”, 22 novembre 2013)

È confermato e non ci saranno rinvii. Mercoledì 27 novembre Berlusconi decadrà da senatore. Se Palazzo Madama non dovesse fare in tempo ad approvare la legge di stabilità, i lavori verrebbero interrotti e ripresi giovedì. La macchina è ormai avviata, il Pd non ammette colpi di freno e slittamenti: la settimana prossima il Cavaliere sarà un leader extraparlamentare e Forza Italia abbandonerà le larghe intese per passare all’opposizione. Un passaggio che potrebbe avvenire anche prima, già martedì 26 novembre, in occasione del voto di fiducia sulla legge di stabilità autorizzato ieri dal Consiglio dei ministri.

In aula i forzisti faranno fuoco e fiamme, presenteranno ordini del giorno, mozioni per invalidare la decisione della giunta sulla decadenza, lo stesso Berlusconi potrebbe intervenire con un discorso roboante e tutto questo mentre fuori dal palazzo si svolgerà una manifestazione organizzata dal partito. Tutti intorno al Cavaliere, appassionatamente, come se Forza Italia fosse veramente unita. Invece non lo è. Il volo delle colombe verso un altro nido non ha portato pace e amore. È in atto una guerra all’ultimo sangue tra falchi, lealisti e coloro che prima della scissione venivano chiamati mediatori. Tra questi c’era Paolo Romani che doveva assumere la carica di capogruppo pro tempore di Fi al Senato. Berlusconi era d’accordo, poi ieri si è riunito il gruppo e sono volati gli stracci. Romani impallinato e fatto fuori dai falchi guidati da Nitto Palma, Bondi, Minzolini e dai lealisti come Bernini e Donato Bruno. Riunione aggiornata a lunedì.

Cosa non va in Romani? Ha la colpa di essere stato troppo dialogante con i cugini che si sono separati. Alla presidenza del gruppo Forza Italia, dicono gli impallinatori di Romani, ci vuole una personalità che interpreti in maniera più aggressiva la nuova fase all’opposizione. Motivazioni politiche dietro le quali si celano ambizioni personali di chi vuole fare il capogruppo e controllare il partito. E anche su quest’ultimo terreno non mancano gli scontri all’arma bianca su chi farà il coordinatore nazionale. I lealisti di Fitto, Gelmini, Carfagna e Polverini non vogliono in prima fila Verdini, Capezzone, Bondi e Santanché. I quali chiedono un profilo tutto d’attacco per Forza Italia, rischiando di aumentare l’emorragia elettorale e di dirigenti locali verso il Nuovo Centrodestra. Tutti i «superstiti », così li ha chiamati il Cavaliere, temono di essere rottamati dalle nuove leve.

Il Cavaliere li ha rassicurati: ci sarà un mix di vecchi e nuovi, un assetto da combattimento, perché ci sarà molto da combattere. «Io non mollo », è il mantra dell’ex premier che proclama la sua innocenza contro le sentenze. Lo proclamerà in aula fino al 27 novembre, poi in tv e nelle piazze. Facendo crescere volti nuovi come Marcello Fiori, ex braccio destro di Bertolaso, che organizzerà il Club Forza Silvio. Nuova linfa e giovani che ha incontrato ieri sera a cena, i ragazzi guidati da Anna Grazia Calabria. Sabato chiuderà la convention del movimento giovanile. Sarà l’occasione per gridare la sua rabbia contro i magistrati, per dire «dovete fare ancora i conti con me ». Intanto non riesce a mettere d’accordo i superstiti.


Travaglio: “Napolitano che non vuole testimoniare”
di Redazione
(da “Libero”, 22 novembre 2013)

Trattativa-Stato mafia: Giorgio Napolitano ha mandato ai giudici di Palermo una lettera in cui, come spiega il Presidente Montalto, manifesta la sua volontà di testimoniare ma chiede l’ultilità del reale contributo che tale deposizione potrebbe dare “in considerazione della limitata conoscenza dei fatti”. Una presa di posizione che non è sfuggita a Marco Travaglio che su questo tema non ha fatto sconti al presidente della Repubblica. Nel suo editoriale di oggi, il vicedirettore del Fatto, sottolinea come non si è mai visto “un testimone che scrive al giudice per comunicargli che ha poco da testimoniare”. Insomma, fa notare Travaglio, Napolitano ritiene motu proprio che la sua testimonianza è superflua perché non sa nulla. E chiede alla Corte di rimangiarsi l’ordinanza in cui lo citava come teste di allontanare da lui l’amaro calice”. Travaglio ricorda la lettera del suo consiglirere giuridico Loris D’Ambrosio poco prima di morire in cui ricordava a Napolitano i suoi “timori” di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili fungere da scudo per indicibili accordi” fra Stato e mafia nel 1992-1993 quando prestava servizio all’Alto commissariato antimafia e poi al ministero della Giustizia. Insomma, Travaglio insinua neanche troppo velatamente che Napolitano qualcosa sa.

Cattivo esempio – Travaglio mette in evidenza come il capo dello Stato “che dovrebbe dare il buon esempio a tutti i cittadini anche a quelli che testimoniano nei processi di mafia rischiano la pelle, fa i capricci e non ne vuole sapere”. E fa notare come durante il mandato Napolitano “non può essee processato nemmeno per i reati commessi al di fuori delle sue funzioni, se rifiutasse di ricevere i giudici al Quirnale, questi non poterebbero mandarlo a prendere dai carabinieri per l’accompagnamento coatto come fanno con gli altri testimoni reticenti”. E da qui la conclusione. Travaglio cita “il diavoletto che è in noi” e scrive: “Ecco perché si è fatto rieleggere”. E insinua il dubbio che Napolitano abbia qualcosa da nascondere.


Ferrara: “Con Napolitano il rischio è un’oligarchia delle lobby”
di Redazione
(da “Libero”, 22 novembre 2013)

Si interroga, Giuliano Ferrara: “Bisogna domandarsi con schiettezza, per capire la situazione italiana, la politica e altro, come mai il governo Letta abbia questa strana e anche un po’ misteriosa aura di indispensabilità”. Nell’editoriale su Il Foglio di venerdì 23 novembre, l’Elefantino sottolinea che “questo governo nacque come l’unica soluzione realistica possibile nelle circostanze del dopo elezioni, ma con la specificazione, dice il sottotesto, che in diciotto mesi avrebbe dovuto fare grandi cose per effetto di una riunificazione delle forze”. Peccato però, aggiunge, che “queste cose non saranno mai fatte, ormai è chiaro a tutti”. Eppure, rimarca, “l’idea che circola, non solo per i soffietti di parte della stampa, è che il suo (quello di Letta, ndr) è un governo indispensabile quanto mai altri”.

L’ipertrofico Giorgio – Dietro a questa convinzione, spiega Ferrara, c’è il capo dello Stato: “La chiave di volta della situazione è Giorgio Napolitano, che ha fatto forte autorità dal fallimento post elettorale della sinistra, è stato rieletto a mani basse, ha detto con schiettezza alle Camere, la scorsa primavera, che bisognava lavorare per una fase di stabilità pacificata e di riforme”. Secondo l’Elefantino, “Napolitano si spende fino a collocarsi sul confine spericolato di una gestione ipertrofica dei suoi poteri costituzionali e di prassi, e anche dei suoi poteri reali”. Quindi una chiosa sul caso più recente, quello che ha coinvolto Annamaria Cancellieri, ed in cui “sia pur con molte ragioni dalla sua parte, il presidente ha addirittura sanzionato, con esternazioni da Repubblica ultrapresidenziale, un ambiguo comportamento della magistratura torinese, utile a salvare il ministro”.

L’affondo – Il direttore prosegue: ora “occorre prendere atto di una serie di fallimenti, che non dipendono necessariamento dalla cattiva volontà di alcuno, e mollare l’indispensabilità ormai palesemente antidemocratica”. Meglio le elezioni, dunque; meglio che “Renzi faccia la sua corsa liberamente e secondo programma”, meglio “uno sbocco elettorale alle pulsioni delle altre opposizioni”. Anche perché, conclude Ferrara con un duro attacco al Colle, “Napolitano nel novembre 2011 (la caduta di Berlusconi e la nascita del governo Monti, ndr) face un’operazione spericolata ma gigantesca di salvezza nazionale, passando sul diritto elettorale del popolo dopo il dissellamento del Cav. Ma ora, in una politica che non gli fa scudo per il suo ruolo superpartes, e anzi lo obbliga a essere scudo di parte in modo spesso inaudito, il rischio è che si chiuda a riccio in una oligarchia lobbistica minore, senza visione e senza vera legittimazione politica”.


Servizio Pubblico, Santoro: “La sinistra sta con Ligresti e scorda i disoccupati”
di Redazione
(da “Libero”, 22 novembre 2013)

“La sinistra ha dimenticato i poveri e gli preferisce Ligresti”. Michele Santoro, dal pulpito di Servizio Pubblico, impallina la sinistra e soprattutto il Pd. Il teletribuno è una “furia” non accetta la scialuppa di salvataggio calata dal Colle e da Letta per il Guradasigilli: “La sinistra, il Pd, hanno compeltamente dimenticato Marx. Hanno dimenticato i giovani disoccupati, hanno dimenticato chi sta pagando la crisi. Gli hanno preferito Ligresti, colui che in parte questa crisi l’ha creata”.

Bordate al Pd – Poi il “teletribuno” spara sulla Cancellieri: “Il ministro ha riferito in Parlamento e ha negato tutto. Ogni cosa. Ma un suo passo indietro avrebbe testimoniato una natura responsabile del governo. Con questo gesto i ministri e il governo hanno dimostrato che stanno a palazzo Chigi per la poltrona”. Santoro è amareggiato. Il Pd l’ha deluso: “La difesa della Cancellieri dimostra che l’etica ormai non fa più parte della politica. Nessuno a sinistra difende più i disoccupati dalle banche, e dai Ligresti di turno”. Insomma Santoro non condivide nulla di come il governo ha gestito il caso Cancellieri. E il “teletribuno” questa volta non è il solo a pensarla così.


Democrazia inesistente tra alluvioni e diktat
di Titta Sgromo
(da “L’Opinione”, 22 novembre 2013)

Che la Democrazia in Italia sia diventata una barzelletta è una certezza ed è sotto gli occhi di tutti un fenomeno davvero molto pericoloso che si va estendendo man mano che il tempo passa. Ricordate cosa si diceva di Francesco Cossiga, detto il “picconatore” e costretto a dare le dimissioni prima del termine di sette anni previsto dalla Costituzione? È un personaggio pericoloso in quanto fa delle esternazioni che mettono a rischio la tenuta democratica del Paese e non solo. Dopo Cossiga è salito al Colle uno dei tanti burocrati che affollavano l’Italia ancor prima della stagione attuale, con l’unico merito di essere una persona equilibrata e rispettosa dei limiti imposti dalla “Magna Carta”, a tal punto da trovare il gradimento della destra.

Ma tra Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi occupò il Quirinale il peggior Presidente della Repubblica che l’Italia ricordi. Quell’Oscar Luigi Scalfaro che fece della sua idea cattocomunista acquisita nel tempo la linea guida dei governi che si sono avvicendati, memore di essere stato nell’immediato dopoguerra colui che fece fucilare il Prefetto della sua città ed alcuni eroi colpevoli soltanto di amare la loro Patria. Deputato a vita, rimase famoso per la frase: “A questo gioco al massacro non ci sto!”, pronunciata in occasione di un messaggio alla Nazione il 3 novembre del 1993, per controbattere a tutte le insinuazioni sul famoso scandalo Sisde, ritenendo responsabili tutti coloro, amici ed avversari, che avevano tratto giovamento da Tangentopoli.

Ma dopo Ciampi è salito al Colle il comunista Napolitano, eletto con il voto dei senatori a vita, privilegio che costa tantissimo agli italiani senza alcun ritorno neanche a livello di immagine. Questi si è trasformato, forse fulminato come San Paolo sulla Via di Damasco, da proletario comunista in monarca, quasi ad emulare le gesta di Umberto Secondo, re per un solo mese, ed al quale somaticamente somiglia. Egli sceglie i primi ministri sia tecnici che politici, interviene per sostenere il ministro Cancellieri, promette a Berlusconi la salvezza con i buoni uffici di Gianni Letta, zio di Enrico, salvo poi smentire tutto, pur di non far mancare l’appoggio al Governo Letta che non demorde dalla sua inefficienza giornaliera financo certificata dalla Commissione Europea e dai dati Istat che smentiscono la fallace previsione di ripresa per il 2014.

Comunque, fucilato alle spalle Berlusconi da parte non solo dei suoi avversari e nemici di sempre, ma anche da coloro che al Cavaliere debbono tutto, che fa Napolitano? Invita la nuova maggioranza ad insistere nel percorso intrapreso, invitando il suo partito, che ha un’idea contraria, a non votare la sfiducia alla Cancellieri da lui stesso scelta o indicata per ricoprire il ruolo di ministro della Giustizia, certo com’è che il nuovo centrodestra, quello del chierichetto Alfano non voterà la sfiducia. Ma che sarà mai di tanto grave chiamare al telefono un amico o un’amica per dimostrare vicinanza e solidarietà data una vecchia amicizia che ha consentito al figlio di occupare in Fonsai un posto da dirigente per un anno con una liquidazione di qualche milione di euro?

Assolutamente comprensibile il comportamento della Cancellieri, che oggi ha modo di spiegare la legittimità del suo comportamento in sintonia con altri episodi che riguardavano altre persone non conosciute come la signorina Ligresti. Tutto va bene madama la marchesa dirà il Parlamento, così come il rottamato Renzi, costretto a cambiare idea, dovrà inchinarsi al volere di Napolitano. Inoltre, che nessuno si azzardi a paragonare il caso della Cancellieri al caso di Berlusconi che telefonò alla polizia per proteggere la famosissima minorenne Ruby, presunta nipote di Mubarak. In questo caso è stata provata la concussione e l’induzione alla prostituzione in danno di una minore o presunta tale.

Reati gravissimi la cui contestazione da parte dei pubblici ministeri milanesi ha già avuto l’avallo del Tribunale. Solo che la Cancellieri, quella signora che dovendo ricevere gli avvocati abbandonò la riunione con alcuni ministri e collaboratori, dicendo “vi devo lasciare, giusto il tempo di togliermi dai piedi questi scocciatori”, ha la benedizione di Napolitano e forse anche quella di Papa Francesco che è salito al Quirinale per omaggiare l’ateo comunista nella sede che una volta era la sede dei papi. Dovremo pertanto sopportare ancora una volta i diktat del Capo dello Stato, accettando un governo politico innaturale, così come abbiamo sopportato quello tecnico di Monti, solo perché il monarca non vuole sciogliere le Camere, occupate allo stato dalla peggior classe politica e da altri soggetti improvvisati, eletti più che dal Popolo, dalla protesta del Popolo fatta propria dal commediante Grillo.

Per concludere vorrei chiedere al monarca Napolitano e al suo figlio prediletto Enrico Letta, che si recheranno in Sardegna e magari piangeranno i morti, se è mai possibile che una strada sia costruita sul letto di un fiume, e se intorno ad essa siano costruite abitazioni e depositi senza che siano state adottate quelle misure di salvaguardia del suolo e dell’ambiente necessarie ad evitare le tragedie alle quali assistiamo impotenti ogni volta che il Padre Eterno, incazzato pure lui, ci invia un temporale! È più importante la tutela dei cittadini dagli eventi naturali o è più importante assicurare il posto di ministro della Giustizia alla Cancellieri? Scelgano loro, perché noi abbiamo in proposito le idee molto chiare.


Alfano, Mauro e Casini: la “minaccia” di Renzi
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 22 novembre 2013)

Matteo Renzi ha annunciato che dal 9 dicembre, cioè dall’indomani del suo ormai quasi certo insediamento alla guida del Partito Democratico, l’agenda del Governo cambierà radicalmente. Perché con la scissione del Popolo della Libertà le larghe intese sono finite, il Pd rappresenta il settanta per cento della maggioranza ed un Esecutivo che non è più costretto a dipendere da Silvio Berlusconi e che è segnato da una forte prevalenza della sinistra non può più galleggiare e sopravvivere ma deve cambiare completamente il passo.

Il ragionamento non fa una piega. Perché la scissione del Pdl con la nascita di Forza Italia spinta verso l’opposizione e quella del Nuovo Centro Destra attestato a difesa del governo Letta, ha di fatto spostato radicalmente a sinistra il baricentro della nuova maggioranza. E perché se il prossimo segretario del Pd Matteo Renzi vorrà superare indenne le insidie che gli verranno da quella metà del proprio partito che non lo ha votato nei circoli e che lo considera un pericolo, dovrà imporre al governo Letta di realizzare concretamente un’azione politica non più fondata sul compromesso con le forze moderate ma fortemente caratterizzata in chiave di sinistra. L’annuncio non può far piacere ad Enrico Letta, che dal 9 dicembre si troverà costretto a subire i diktat del “padrone” della forza egemone della propria maggioranza.

E lo dovrà fare cercando di conciliare il ruolo di subordinato al nuovo segretario del Pd con quello di naturale competitore di Renzi alla guida dei governi della futura legislatura. Ma mette in grave difficoltà non solo gli scissionisti del Pdl rimasti a fare le “sentinelle antitasse” nel Governo ormai segnato dal predominio dei tassatori ma anche quella parte di Scelta Civica che ha rotto con Mario Monti per non diventare un cespuglio della sinistra e per creare con Casini ed Alfano l’area centrista del popolari italiani. Possono queste forze appena nate e che hanno l’esigenza di darsi al più presto un’identità che non può essere quella degli “utili idioti” del Pd, accettare passivamente la svolta nell’azione del Governo preannunciata da Matteo Renzi?

La loro idea è quella di sostenere il Governo fino al 2015 per avere il tempo necessario a dare vita ed a consolidare un’area dei popolari che potrebbe svolgere un ruolo fortemente attrattivo nei confronti dell’elettorato di centrodestra, reso nel frattempo orfano di un Silvio Berlusconi espulso dal Parlamento e relegato ai servizi sociali. Ma se anche Renzi accettasse di restare un anno a bagnomaria prima di tentare l’assalto alla premiership, come potrebbero mai gli Alfano, i Mauro, i Casini cercare di assorbire i voti berlusconiani continuando a sostenere un governo che vira radicalmente a sinistra infischiandosene delle loro esigenze?

La domanda non riguarda solo i diretti interessati, ma l’intero schieramento di un centrodestra che alla vigilia della campagna elettorale per le Europee (e forse anche per le Politiche) non può subire passivamente la trasformazione del Governo delle larghe intese in un Esecutivo di sinistra manovrato da un futuro segretario del Pd che voleva diventare Blair che ma che rischia di imitare e fare la fine di Veltroni.


Letta-Napolitano, chi tocca i fili muore
di Alessandro Gilioli
(da “MicroMega”, 21 novembre 2013)

I 101 del Pd che impallinarono Prodi aprirono la strada alle larghe intese. La votazione sulla Cancellieri di ieri ha confermato l’asse tra l’attuale premier e il Quirinale: di mezzo gli interessi di poteri economici (cullati da VeDrò) e del Vaticano. Ecco così il sostegno di Alfano & Co. Mentre Renzi – in un Pd balcanizzato – ha rimandato l’attacco al castello al dopo l’8 dicembre e l’immortale B. ha preso la china di una destra sempre più populista.
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C’è un filo tutt’altro che esile che collega il 20 aprile al 20 novembre. In quella giornata di primavera successiva all’impallinamento di Romano Prodi, è stata spalancata la porta a un nuovo ordine di potere basato sull’asse tra Giorgio Napolitano (confermato al Quirinale) ed Enrico Letta (subito nominato a Palazzo Chigi). Ieri, il blocco in questione, ha comunicato all’Italia di ritenersi intoccabile.

In mezzo sono accadute molte cose, che hanno allo stesso tempo aumentato e dimostrato la capacità centripeta del nuovo asse. Ad esempio, quello che doveva essere un “governo di servizio” e “a termine” è rapidamente diventato un esecutivo politico e senza scadenza; l’establishment democratico che lo aveva inizialmente appoggiato tra imbarazzi e mugugni ci si è accomodato fino ad aggrapparvisi; mezzo Pdl è stato attratto nella sua orbita al punto di lasciare il Capo carismatico per investire lì il proprio futuro.

L’ultimo atto è stato appunto la fiducia a Cancellieri, il cui valore simbolico, in quanto prova di forza, va molto oltre la salvezza del ministro: si è trattato soprattutto di un’esibizione muscolare, di un messaggio d’inespugnabilità della roccaforte costruita in questi sette mesi.

Fin dall’inizio – e ancora nei giorni scorsi – si è visto come alla base di questo asse ci sia, fondamentalmente, un elemento: il ricatto. Prima per il Quirinale: caduto Prodi, «non c’era alternativa » al Napolitano bis se non il caos, la notte della democrazia, la guerra civile, l’invasione delle cavallette. Con la stessa logica sono state presentate le larghe intese: «Nessun’altra alleanza è possibile, c’è lo spread, l’asta dei Bot, se non si fa il governo si finisce come la Grecia ». Fino all’aut aut presentato dal premier l’altra sera all’assemblea del gruppo democratico: «Se fate cadere Cancellieri, fate cadere l’esecutivo e portate il Paese alle elezioni proprio alla vigilia della presidenza Ue ». In mezzo, il mantra ripetuto all’infinito della “stabilità” e della “responsabilità”, divenuti alibi di fronte ai quali nessuna opposizione è più possibile e ogni battaglia civile ed etica – come quella su Cancellieri – deve inevitabilmente infrangersi e trasformarsi in risacca.

In questo senso, le cronache i retroscena di quanto avvenuto nella riunione del gruppo parlamentare del Partito democratico, il 19 sera, sono agghiaccianti. Il capogruppo Roberto Speranza che chiede di non aprire neppure il dibattito. Il presidente del Consiglio Enrico Letta che parla solo tre minuti: non c’era bisogno di alcuna argomentazione politica, il premier era semplicemente lì a compiere un’estorsione. Il candidato alla segreteria Gianni Cuperlo che immediatamente si adegua e riceve lo scrosciante applauso di almeno duecento deputati. Il rappresentante dei renziani Paolo Gentiloni che capisce di non avere più margini e rinuncia a presentare l’ordine del giorno contro Cancellieri che lo stesso Renzi in mattinata aveva preparato. Infine, l’outsider Pippo Civati che parla nel gelo, tra le smorfie e le risate dei più, capitolando rapidamente.

Chi tocca i fili muore, insomma. E i fili, adesso, stanno tra Palazzo Chigi e il Quirinale, con diverse estensioni altrove: dai poteri economici che Letta ha cullato già dai tempi di VeDrò fino a quei pezzi di Vaticano che hanno promosso la nascita del partito di Alfano, Formigoni e Giovanardi.
In tutto questo, a pochi giorni dall’8 dicembre, resta da capire non tanto quali saranno le mosse di Renzi, ma soprattutto quali sono le sue intenzioni.

Secondo i suoi, è come un condottiero che ha stretto l’assedio del castello, ma il 20 novembre ha capito che le mura sono ancora troppo solide, quindi ha deciso di rinviare l’attacco a primarie vinte. Si tratta di un’ipotesi possibile, certo. Anche se nelle sue divisioni hanno fatto ingresso – in massa – ingenti truppe già nemiche e pronte a giocare di nuovo in proprio: parliamo di quasi duecento parlamentari e di colonnelli che, oltre a occupare i gangli vitali del Pd, sono fortemente intrecciati con l’attuale asse di potere Palazzo Chigi-Quirinale: a iniziare da Franceschini. Che cosa farà, il sindaco di Firenze, quando sarà segretario, con questi suoi pelosi supporter dell’ultima ora? Se sceglierà la strada della mediazione, è probabile che sia il castello a ingoiare lui e non lui a conquistare il castello.

Il tutto è reso ancora più incerto da quello che si rivelerà essere, nelle scelte politiche concrete, il “contenitore Renzi”. Perché, ad esempio, è facile dire in tivù «se fossi stato segretario, Cancellieri non l’avrei salvata »: più difficile è scegliere di farlo, quando si è il segretario, accettandone le eventuali conseguenze. Ma più in generale tutt’altro che precisa sembra essere l’identità politica che il sindaco di Firenze intende dare al partito e al centrosinistra che vuole guidare, aldilà della confezione nuovista e del (fondatissimo) obiettivo di far fuori l’attuale establishment. Di vaghezze simili, trent’anni fa, in America, esplose la bolla di un leader che per molti aspetti aveva anticipato il fenomeno e l’entusiasmo suscitato da Renzi: Gary Hart.

E c’è chi non aspetta altro, come il redivivo Massimo D’Alema, tornato nei talk-show a minacciare contro Renzi una guerra che rischia si somigliare a un cecchinaggio continuo, dai tetti e da dietro i muri. Di questo tipo di conflitti del resto D’Alema è esperto, se non maestro: e proprio lo scorso aprile se n’è avuta l’ultima conferma.

Lo scenario di un Pd trasformato in una nebbiosa Bosnia, tra l’altro, rischia di essere ancora più concreto se la vittoria di Renzi avverrà con uno scarso afflusso ai gazebo e – soprattutto – con una percentuale sotto il 50 per cento: per regolamento, in questo caso il segretario non è più automaticamente il vincitore delle primarie, ma viene scelto (con un ballottaggio fra i due più votati) dall’assemblea emersa dalle liste collegate dai diversi candidati (articolo 11, comma 4). Se si concretizzasse questa eventualità, ogni corrente, sottocorrente e cordata avrebbe modo di alzare la testa e far pagare dazio.

E di qui si arriva presto al punto interrogativo più grande, cioè le modalità della scelta del nuovo candidato premier del Pd. Il segretario uscente Guglielmo Epifani, pochi giorni prima del grottesco intervento a Montecitorio sul caso Cancellieri, ha detto che Letta avrebbe tutte le carte per contrapporre il proprio nome a quello del prossimo segretario. E lo statuto del partito, con le sue possibili variazioni in corso d’opera, è lontano dall’essere una garanzia che questo non avvenga. Con conseguenze che ora si fatica perfino a immaginare.

Intanto, però, fuori dalla bolla democratica accadono molte altre cose, che rendono le prospettive ancora più complicate e inquietanti.
Ad esempio, la riedizione di Forza Italia si appresta a diventare la versione italiana di quella destra populista che in altri Paesi sta sfondando, a iniziare dalla Francia. Con l’aggravante che da noi è dotata del gigantesco apparato mediatico ed economico che fa capo al suo proprietario. È così che alle prossime elezioni Berlusconi cercherà di pescare nell’elettorato “anti Casta”, “anti tasse” e “anti euro” che a febbraio ha in parte scelto il Movimento 5 Stelle. Con l’obiettivo di svuotare il partito di Grillo e proporsi come unica alternativa a un centrosinistra i cui equilibri – ma soprattutto i cui ideali e obiettivi di cambiamento in termini di diritti civili e sociali – sono, appunto, sempre più incerti.


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Bart