Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Emozioni e pensieri

2 Dicembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 24 ottobre 1969]

Il problema del…

Il problema dell’eccessiva produzione del burro nei pae ¬≠si del Mercato comune… Il problema del Terzo mondo… Il problema dell’esperienze prematrimoniali… Raro il col ¬≠lega che non inizi il suo pez ¬≠zo senza un ¬ęproblema del… ¬Ľ La problematicit√† √® diventata uno stimolo al lavoro. Subito dopo l’ultima guerra, chi la ¬≠vorava nei giornali, eccitato di poterlo fare liberamente, accett√≤ come regola aurea quella del ¬ędove ¬Ľ, ¬ęquan ¬≠do ¬Ľ, ¬ę chi ¬Ľ, desunta dal gior ¬≠nalismo anglosassone e in spe ¬≠cie nordamericano. Garanzia d’un avvio realistico che d√† la possibilit√† d’attrarre subito l’attenzione dei lettori.

Dopo ventiquattr’anni, √® di ¬≠ventata d’obbligo la proble ¬≠maticit√† invece del riferimen ¬≠to a fatti concreti, a circo ¬≠stanze reali, a qualcosa d’u ¬≠mano. Non vi rinuncia nean ¬≠che Mina, appena da pro ¬≠grammi tipo Canzonissima, vuole passare al teatro. Ogni cantante √® convinta d’attrarre Strehler appena s’impegni pro ¬≠blematicamente.

La patente di problematici ¬≠t√† ormai √® necessaria nei sa ¬≠lotti, negli uffici studi azien ¬≠dali, nei partiti, nei confessio ¬≠nali, nel quale ultimo ambien ¬≠te s’ha pi√Ļ il senso del pro ¬≠blema in s√© (dell’adulterio, del furto, dell’assassinio magari) che del peccato come entit√† spirituale. Tutti problematici: dai dissidenti fiorentini del ¬≠l’Isolotto ai lions mondani.

Chi sa: cominciare un arti ¬≠colo (Ohib√≤! meglio dire un saggio) o un discorso (me ¬≠glio parlare d’intervento) con un ¬ę Problema del ¬Ľ offre la scelta fra molte possibilit√†: l’ingresso in qualche consi ¬≠glio d’amministrazione, un ma ¬≠trimonio vantaggioso, una re ¬≠lazione galante e come si di ¬≠ce ora ¬ę affettuosa ¬Ľ (specie se, dopo nove mesi, nasce un bambino), un seggio di depu ¬≠tato o di senatore. N√© esiste, posto il problema, alcun im ¬≠pegno di risolverlo.

Gli storici

Adam Wandruszka, lo sto ¬≠rico che molti italiani conoscono e apprezzano per il ¬ę Pietro Leopoldo ¬Ľ ¬Ľ, giunse a Firenze verso la fine dello scorso settembre. Era di pas ¬≠saggio. Appena c’incontram ¬≠mo, avvertii in lui una lieve eccitazione; supposi che deri ¬≠vasse dalla stanchezza, poi mi chiesi: ¬ę E se invece si sentisse felice d’essere giunto nella citt√† che, studiata, forse ha finito con apparirgli ir ¬≠reale? ¬Ľ. Veniva da Salerno, dove si era spinto per un con ¬≠vegno di studi; mi parlava di amici suoi e miei che avrebbe visto in un altro convegno, il giorno dopo, a Lerici.

Cenammo in una trattoria, sotto la pergola, appena in collina. L’aria era mite. La citt√†, in quel punto, ingan ¬≠na; sembra quasi finire senza che la campagna sia imbrut ¬≠tita dai palazzi che, di solito, sono l’avanguardia dello svi ¬≠luppo urbanistico, almeno in Italia. Nell’ombra, intrave ¬≠devamo cipressi, platani, ol ¬≠mi, acacie, olivi, vigne e altre piante. Un viale che saliva dolcemente, sul fianco del ri ¬≠storante, creava illusioni agre ¬≠sti. Noi lo sapevamo che por ¬≠tava al Belvedere ma non lo dicevamo. E sapevamo anche che allungando lo sguardo, di l√† dalle fronde, nell’opposta direzione, avremmo scorto la lunosit√† cittadina, il campa ¬≠nile di Santa Croce, coperto di stuoie per via dei restauri, e, simile a una torre per il lancio d’un qualche satellite, infine, le quattro colonne ro ¬≠buste e insieme eleganti della torre della Signoria.

Invece fingemmo unanimi d’essere lontani dalla citt√†. Non era per√≤ la fittizia quiete a essere la causa di quella fe ¬≠licit√† che dall’ospite si comu ¬≠nicava a noi commensali. A un certo punto, mi chiesi se quell’inizio di gioia effimera non fosse il frutto d’una sod ¬≠disfazione tutta intellettuale. Mi pareva d’averne la prova appena Wandruszka pronun ¬≠ciava il nome di qualche sto ¬≠rico italiano col quale si era trovato a discorrere il giorno prima fra Amalfi e Salerno. Certo, dev’essere bello, mi di ¬≠ceva sentirsi dentro un uni ¬≠verso nel quale valgano solo i valori della cultura. Incontri del genere √Ę‚ÄĒ seguitavo tra me √Ę‚ÄĒ non possono darsi fra scrittori di fantasia. Uno scritt ¬≠ore italiano che incontra un collega straniero resta guardingo, pronto all’ironia, alla maldicenza; al massimo, vorrebbe carpire un segreto artigianale. L’amicizia non c’entra, la parit√† non √® pensabile. La mia mente and√≤, quella sera ad altri incontri; per esempio, a una colazione nel circolo dei professori di Harvard, anni fa. Il mio commensale, il professore Stuart Hughes, mi parlava dei suoi colleghi italiani familiarmente. Nello storico americano, come nell’austriaco, il riconoscimento che dovunque si ha della nostra storiografia: una scuola appartata, quasi direi furtiva, in un paese che, oggi, con ostinazione maligna e frivola, vuole vivere solo nel ¬≠presente, dando segni d’insof ¬≠ferenza e di stupore appena uno si riferisca al passato.

Un aristocratico

E’ marxista da pi√Ļ di trent’anni. Non sopporta per√≤ che un minimo di benessere si sia diffuso, e neanche che gli operai discutano, gli stu ¬≠denti lamentino lo stato delle scuole. A me stupito della sua acrimonia, un amico comune ha riferito la spiegazione che il marxista aristocratico offre della propria antidemocrati ¬≠cit√†.

¬ę Non esiste contraddizio ¬≠ne ¬Ľ pare che egli sostenga, fra il mio marxismo e il fatto che non sopporto certa gente. Nel 1945, Marx mi dette la possibilit√† di sperare in una societ√† che castigasse alla fine il ceto medio trionfante, coi suoi richiami alla pubblica opinione quasi fosse un’enti ¬≠t√† reale, palpabile. Che pena in quegli anni! C’era chi tro ¬≠vava legami fra la Resistenza e il Risorgimento. Mi trovavo circondato ¬Ľ, insiste il marxi ¬≠sta aristocratico ¬ę da uomini che non arrossivano parlando di progresso ¬Ľ.

¬ę Oggi ¬Ľ m’assicurano che concluda sempre ¬ę temo che lo spirito democratico abbia contagiato lo stesso partito comunista. Ormai, non c’√® moglie d’intellettuale italiano di sinistra che, nel suo salotto o al ristorante, non prospetti la sua soluzione a tutti i casi dell’esistenza, e che resti in ¬≠sieme estremista e ottimista, magari disposta a lasciarsi ten ¬≠tare da una promiscuit√† scam ¬≠biata per uguaglianza. E, non c’√® madre di famiglia, non c’√® prete che non valichi volentie ¬≠ri, a parole, i limiti tra pudo ¬≠re e impudicizia, un tempo sacri ¬Ľ.

Il ragionamento del marxi ¬≠sta aristocratico mi ricorda quei titolati i quali, appena capitano in una casa borghese, in alto economicamente, paio ¬≠no non vederne i frequenta ¬≠tori appartenenti al disprez ¬≠zato ceto medio progressista. L’uomo dal sangue blu prefe ¬≠risce chiacchierare col came ¬≠riere, col giardiniere, o, in molti casi col cane: altra crea ¬≠tura non contaminata dallo spirito democratico. Meglio √Ę‚ÄĒ vuol significare l’ideologo – mescolarsi con esseri bruti che con gente bassa arricchitasi nel commercio, nell’industria e nelle professioni liberali; in ¬≠somma, in attivit√† caratteri ¬≠stiche d’una societ√† insopportabile per lo spirito alacre a cui s’abbandona fino alla vio ¬≠lenza.

Eros e violenza

Guarda da che ci lasciamo dividere noi coetanei. Discutemmo, io e uno dei miei pi√Ļ cari vecchi amici, mesi fa chiedendoci se l’erotismo cinematografico sia contagioso quanto la violenza dei westerns, specie di quelli girati in Italia. Certo, la mia opinione pu√≤ spiegarsi fin che si vuole col temperamento gretto, ma ¬≠gari col senso della misura che mi viene dall’essere nato in Toscana. Fatto sta: l’eroti ¬≠smo, non tanto nella lettera ¬≠tura quanto nella cinematografia, lo sospetto permeato d’uno scopo ambiguo, addi ¬≠rittura di lenocinio.

Ugualmente commerciali i nostri film d’avventura, mac ¬≠chiati di rosso come la tova ¬≠glia nelle famiglie in cui la pa ¬≠sta alla pommarola √® alimen ¬≠to principale. Per√≤ mentre il sesso vorrebbe essere accet ¬≠tato e tuttavia difeso dalla pu ¬≠dicizia, la violenza resta il filo conduttore sempre visibile nel ¬≠la storia. Possiamo vergognar ¬≠cene, anzi ce ne adontiamo ogni giorno di pi√Ļ, ma √® cos√¨; n√© bastano le parole beninte ¬≠se a esorcizzarla.

La violenza occorre combat ¬≠terla in noi e negli altri, pur riconoscendo ch’√® caratteristi ¬≠ca dell’umanit√†. Cos√¨, il suo contrario √Ę‚ÄĒ la non violenza √Ę‚ÄĒ √® l’ideale su cui dobbiamo orientarci, pur sapendo che, finora, violenza e vita sono ap ¬≠parse inscindibili. E che, ahi ¬≠m√®, solo la morte ci d√† un’i ¬≠dea approssimativamente per ¬≠suasiva della pace.


Letto 1771 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart