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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I Fontanabuona

17 Ottobre 2007

Racconto autobiografico di Carlo Capone

[L’ultimo libro pubblicato da Carlo Capone: “Il naso di Pinocchio”, Sovera Editore, 2004]

Ora è tempo di impegni, relazioni sociali, fingimenti, e l’animo così s’invecchia, solcato da mille rughe di illusioni perse, dispiaceri e saggezza, ma io i Fontanabuona non me li scordo. Anche se il padre è morto e il figlio dirigerà chi sa quale banca napoletana, a volte, quando il silenzio della notte allevia i pensieri e l’avvento dell’alba restituisce calore, io quel calore lo sento attraverso due forme, leggere come un pianto lontano. Sono le figure di Pasqualino e Giacomo R., marchesi di Fontanabuona.

Il teatro della nostra storia mette in scena gli anni tra i sessanta e i settanta. Stagione di lotte, cambiamenti, liberazioni, che tuttavia cela tra i suoi drappi gli epigoni stralunati di due naufraghi del Tempo. Terminato il liceo, Giacomo ed io frequentavamo l’Università, ma un’assidua amicizia ci teneva legati a filo doppio. Per me la serata del lunedì non aveva gusto, e con essa l’intera settimana, senza il tressette a Trinità degli Spagnoli, nel palazzo seicentesco dei Marchesi R. di Fontanabuona.
Il caseggiato era proprietà di famiglia. Ma i R. ne occupavano solo l’intero primo piano. Una fuga di stanze dai soffitti a cassettone con mobili, arazzi, porcellane, quadri, dormeuse in seta di San Leucio, vetrine con le più capricciose fantasie di Murano. Nel salone reale, un tripudio di luci e cristalli spioventi da un lampadario al soffitto, c’era perfino il vano nel muro, celato dietro un divano in panno di zecchino, dove fu nascosto Luigi Settembrini durante i moti del 48. Un controsenso per una famiglia di Borbonici quale era stata ed era la famiglia R.
A noi ragazzi non era permesso entrare in quelle stanze perchè Giacomo una volta era inciampato nel parquet tirando a sé un intero servizio di Capodimonte. Giocavamo allora al tressette nello studio del padre, tra mobili in stile fiorentino, due scrivanie in quercia scura e nature morte alle pareti. Per spiegare la ricchezza dell’ambiente devo a questo punto ricordare che nel ’44 l’intero appartamento fu requisito dagli Alleati per essere destinato a mensa ufficiali. Inglesi e americani giocavano a freccette sugli arazzi fiamminghi e spesso sfondavano le sedie stile impero. Don Pasquale allora accorreva e umilmente si offriva di comprarle per darle ad aggiustare a un suo ebanista.
Dunque, in quelle sere il Marchese di Fontanabuona ci insegnava i segreti della chiamata, del liscio e del liscio e busso. Avvertiva anche quando era il momento di fare i segni al compagno e quando accendere la miccia della discussione per giustificare uno sbaglio. Che uomo, don Pasqualino. I suoi antenati erano stati ministri di tutti i Re Borbone, e lui era rimasto fedele alla causa. Si vantava di aver votato repubblicano al Referendum del 46. Repubblicano un borbonico? “E si capisce – ribatteva accigliato – per legittima vendetta contro i Savoia!”
Quando c’era uno sciopero, a scuola o all’Università, don Pasqualino rivelava tutta la sua anima conservatrice. Impediva al figlio di partecipare, e se disubbidiva lo aspettava giù in strada per prenderlo a cinghiate. In quelle mattine, allora, Giacomo si rintanava in camera affogando lo scorno nella musica di Wagner. Fronte al giradischi si impettiva come un direttore di orchestra e dirigeva il Gutterdemerung o il Parsifal o il Tristano e Isotta con ampi gesti e a occhi socchiusi imitando Herbert Von Karaian. Che genio, scuoteva la testa quando eravamo seduti al tavolino . “Ecco a voi Eugenio” lo sfotteva il padre, perché si distraeva e sbagliava bussata. E una bussata alle persiane di quel palazzo la diede perfino Garibaldi quando entrò a Napoli e sfilò per Toledo.

Le sale della dimora affacciano sulla centrale via di Napoli, di fronte all’edificio, anch’esso storico, della ex Banca Commerciale. Capita che uno degli antenati ottocenteschi di Don Pasqualino fosse ministro della marina di Re Francesco II. Per sua disgrazia, visto quanto accadde, aveva due sorelle nubili e in età da marito. Quel giorno il Marchese ordinò alla servitù di sprangare le finestre, in segno di lutto e disprezzo per ‘il brigante’. Ma le ragazze, attratte dal suo fascino, andarono a sbirciare tra le doghe e appena passò Garibaldi spalancarono le ante e si sbracciarono. Garibaldi, si sa, non era insensibile al fascino femminile. Adocchiate quelle belle guaglione del primo piano fece arrestare il corteo e si scappellò, rivelando il fazzoletto rosso sulla testa. La sera successe il pandemonio, dai Fontanabuona.
L’appartamento, insieme all’intero palazzo, fu evacuato dopo il terremoto dell’80. I lavori di riprisitino durarono alcuni anni ma a donna Isabella, la Marchesa, venivano ancora gli attacchi di panico. Lasciarono perciò ogni cosa, salvo i tesori di maggior pregio, e si trasferirono in un moderno palazzo di San Pasquale a Chiaia. Ma il Marchese non si riprese mai. Per lui il mondo cominciava e finiva a Toledo. Perfino il gran caffè Caflish, la meta giornaliera dell’aperitivo mattutino, appariva lontano. Io qualche volta ci sono andato, insieme a lui, da Caflish. Appena entrava c’era un tripudio di saluti da parte del personale, quasi fosse una persona di famiglia, insomma era un’istituzione.
Buonagiornata, Marchè, che la terra vi sia lieve.


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Bart