di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 6 settembre 1968]
Quell’eccellente rivista che è Strumenti critici offre nel numero 6 (del giugno scorso) ai suoi lettori highbrowissimi una vera e rara ghiottoneria, para gonabile per inaspettata squisitezza a un Gadda di buona an nata. Ecco infatti La grande Mi lano tradizionale e futurista, di Filippo Tommaso Marinetti, ce lebre e dimenticato «aeropoe ta » originario – come Caroli na Invernizio, come Italo Pie tra, come il sarto Valentino, e come me – di Voghera. Pochi autori sembrano attualmente più proverbiali e (insieme) più «rimossi » di questo accattivan te pasticcione crepuscolare e di namico, indubbiamente carico di talento; sicché il giudizio ri mane sospeso, evasivo… rilut tante a riconoscere la geniali tà… Eppure… .
Milano protagonista
Eppure, il gusto contemporaneo non ha esitato, nei confronti di scrittori molto più marginali, anche più « alieni », e indubbiamente « minori », ingaggiati (magari con ritardo) in operazioni innegabilmente affini.
Con un’altra firma, sono quasi sicuro che si strillerebbe alla scoperta, o almeno alla trouvaille, davanti alla preziosa sorvegliatissima poetica di questa Grande Milano che fra gli Anni Trenta e i Quaranta « rifa » con un divisionismo così elegante nientemeno che il Liberty! Nulla sta suonando (obiettivamente) più à la page di questa scrittura (apparentemente) à la diable: così milanese, così musicale, così libresca, e così Belle Epoque… Il profumo è incantevole.
Questo poema, finora inedito, fu composto durante l’ultima guerra, a Venezia, come un’autobiografia condotta secondo una « elastica, imprecisa e affettuosa cronologia ». E Luciano de Maria lo presenta fissando con acutezza l’importanza del testo: « In esso, attraverso la commossa e vivida rievocazio ne, si intravvedono i colori di un’epoca, si respira l’atmosfera politica e culturale da cui nac que il futurismo. Sullo sfondo di Milano, che è poi la vera protagonista dell’opera e che su scita preziosi squarci di paesag gio cittadino e tutta una bizzar ra toponomastica sentimentale vagamente surrealista, sorgono i ricordi di vita letteraria, sen timentale e politica… E la ma teria autobiografica, disposta per temi principali, scatta, bi forca, riprende il cammino se condo le libere associazioni del l’autore ».
Qualcuno sarà ora tentato di proclamare il Ritrovamento del l’Anello Mancante fra Carlo Dossi e l’Adalgisa? O forse Marinetti costituisce un tutt’altro « anello »? Tocca troppo continuamente corde troppo inten samente contemporanee: dalla poesia concreta alla musica spe rimentale di Cage, dalla pittura di Warhol alle macchine riso nanti di Rauschenberg… E le coincidenze s’accumulano: insi stenti, sorprendenti. Tutte ca suali? O non rivelano, piutto sto, l’autenticità profonda della vocazione moderna del povero aeropoeta di Vogherà?
Fino a poco fa, solamente in Russia la sua fama sopravvi veva intatta. II nome di Marinetti era molto più popolare a Leningrado (dove fece più di un’apparizione memorabile) che non a Pontecurone « dove fa miglie di viticultori portano l’onorato nome di Marinetti co me lo portano gli autobus di Bahia Bianca in ricordo dei clamorosi trionfi del Futurismo ». Ma da qualche tempo sembra che la nostra epoca abbia de ciso di rispondere a quei suoi segnali lontani e prematuri. In pochi mesi un coraggioso editore, Vito Bianco, ha pubblicato il suo teatro completo, e la rivista Sipario una ragguardevole antologia dello spettacolo futurista, curata con malcelato affetto da Giuseppe Bartolucci.
L’editore Mazzotta annuncia poi un Futurismo di Umbro Apollonio nella sua felice collana di Testimonianze illustrate. Basta però sfogliare anche un volume extravagante e improbabile co me Teatro della Sorpresa di Marinetti e Cangiullo (P. Belforte editore, Livorno, L. 2500) per afferrare al volo un pre ciso « tempismo » in quelle in tuizioni teoriche di cui proba bilmente i futuristi medesimi non valutavano a fondo né la tempestività né il significato.
I nuovi barbari
In un contesto indubbiamen te più mortificato e provincia le, Marinetti con gli stessi baffi da uffizialetto e gli stessi solini inamidati – e in analoghi « in terni » alto-borghesi, con identiche eredità decadentistiche… – operava nello stesso momen to e nello stesso senso dei poe ti e dei musicisti e dei clinici viennesi che agivano la crisi monarchica-mitteleuropea come una maestosa metafora del dissolvimento della grande cultura j dell’Ottocento borghese… Così come con le sue « sintesi » tea trali – non-parlate e non-ideologiche e non-distanziate, fatte di gesti, luci, rumori, azioni e apparizioni – Marinetti si situa impeccabilmente a metà strada fra le parabole devastatrici di Alfred Jarry, e quel successivo « Teatro Alfred Jarry » animato da Artaud e da Vitrac… Non per nulla, le avanguardie artistiche dei nostri Anni Sessanta, specialmente in America, non sono tanto cubiste né espressioniste né surrealiste né metafi siche; non sono nemmeno trop po dadaiste; sono, soprattutto, futuriste. E gli inglesi, sempre i più svelti nell’informazione, non hanno tardato a prender ne atto.
Esce ora a Oxford, per i tipi dell’Università e al prezzo di ben sei ghinee, un vasto e documentato volume, Arte e teo ria futurista di Marianne W. Martin, carico di materiale iconografico, sebbene s’arresti alla morte di Boccioni, 1916. Subito riprende il discorso un critico fra i più « avanzati » e schifil tosi, Edward Lucie-Smith, e fis sa alcuni punti con dura chiarezza. Si fa un torto ai « movi menti moderni », afferma, se si applicano all’arte contempora nea i metodi del Vasari: de scrivere un bel quadro – di Picasso o di Raffaello – rife rendolo all’esperienza del suo autore, nella sua epoca. Ma il lato veramente contemporaneo del Futurismo nei confronti de gli altri « ismi » consiste nel suo interesse per la simultaneità, non già nei suoi risultati nelle arti plastiche o figurative. Il cubismo si occupa solo di pit tura; produce molti bei quadri. Dunque s’accomodi al Louvre. Invece la fissazione futurista per l’arte «totale » e per la simultaneità delle sensazioni, guarda – decisamente – in avanti.
In altre parole, l’ideale del cubismo sembra una staticità di tipo classico. Infatti funziona specialmente nei periodi di « ritorno all’ordine ». Ma nei momenti storici di transizione o sviluppo riemergerà prepoten te la smania futurista per il dinamismo, e il suo richiamo ai valori « selvaggi »: l’automo bile da corsa proclamata supe riore alla Vittoria di Samotracia (magari per errore: la po lemica futurista s’indirizzava al trionfalismo latino, non già alla rettorica greca…), né più né meno come avviene ogni giorno nei quadri e nelle com medie e nei film dei «nuovi barbari » contemporanei: Dubuffet e Rauschenberg, Godard e LeRoi Jones… (Sarà forse questo il tema obbligato nella sessione autunnale delle nostre assise letterarie?).