Francesco Improta
Mi è capitata tra le mani una breve raccolta di racconti di J. C. Izzo, Vivere stanca, pubblicata, in Italia, nel 2001 e riproposta, in edizione tascabile, sempre per i tipi di e/o, nell’ottobre del 2008. Sono sette racconti in tutto e l’ultimo è incentrato su Fabio Montale, il protagonista, colto e disincantato, della trilogia mar sigliese (Casino totale, Chourmo e Solea). Accanto a lui Fonfon e Honorine, altri due personaggi della trilogia e su tutto il racconto quella voglia che non è solo del personaggio ma dell’autore stesso di perdersi in giro per Marsiglia, in quel gomitolo di strade, vicino al porto, brulicanti di vita, di odori e di colori, in cerca di quella felicità propria di chi è in esilio. Una Marsiglia impastata di mi seria e disperazione, divisa tra la bellezza e la violenza e cresciuta a dismisura, quasi fosse lievitata, in seguito all’immigrazione ara ba e italiana. Quella Marsiglia sconosciuta e familiare, ricca di umanità, che Izzo ha sempre amato e mai posseduto. Una cate goria dello spirito ma anche un ventre molle, oscuro e proprio per questo più accogliente e protettivo.
Gli altri sei racconti, anche se possono sembrare suggeriti dalla sordida cronaca locale, una cronaca intrisa di razzismo, di sopraf fazioni e di ingiustizie sociali, sono tutti immaginari, frutto di quella sua dolente e amara visione del mondo. Reali invece sono i luoghi in cui si svolgono questi racconti e reale è soprattutto la nausea che spesso la vita suscita, soprattutto in chi dopo essersi giustamente indignato e dopo aver scalciato inutilmente contro il mondo si rende conto della solitudine a cui siamo irrimediabil mente condannati. Non è un caso che vivere, come dice il titolo della raccolta e del primo dei sette racconti, stanca, perché vivere non è altro che perdere e perdersi, nella speranza di un amore che non sappiamo vivere e forse neppure capire e in attesa di una pace, di un equilibrio che solo la morte potrà regalarci. La scrittura è scarna, icastica, tagliente come quella lama di coltello che Gina, la protagonista del secondo racconto, impugna come un simbolo fallico, pronta ad affondarla nella sua carne in tutta la sua lunghezza.
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