di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 15 aprile 1967]
Pietrasanta, aprile.
Quest’anno, celebrandosi il sessantesimo dalla morte di Giousue Carducci, l’omaggio di Pietrasanta a quel suo poeta non è consistito se non in una semplice coroncina di fiori quasi per un battesimo, deposta sulla soglia di una casa in rovina. Ma la casa non è in rovina: è in restauro, per restauri lunghi e fedeli. La casa, rustica, è quella dove nacque il poeta: così lontana da lui (da tutta la sua vita, se l’abbandonò quando aveva tre anni) eppur commovente. Ha un giardinetto, con un terreno ghiaioso, qualche pianta di robinia e di alloro, un busto accademico di Giousue Carducci. È una povera casa. Il tetto crollava ormai, i muri pericolavano; quando i lavori di restauro saranno conclusi, essa ci sarà restituita nella sua nudità. Saliremo al primo piano su per gradini sconnessi; ci mostreranno ancora la culla del poeta bambino, che certamente non fu la sua culla. Rivedremo sulla facciata le lapidi annerite, in memoria. Tutto, di nuovo, sarà improbabile e intimo. La forra di Valdicastello ci riapparirà come un nido.
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A qualche decina di chilometri da qui, oltre le montagne apuane, un altro «nido » è più vero, o se mi si consente l’espressione, più consapevole; la casa del Pascoli a Castelvecchio fu la conquista di una volontà, il centro di un mondo, il frutto di un’attesa, un riparo, una sfida. A Valdicastello, dove torrenti giallastri scendono dall’antica argentiera, lo spettacolo e l’emozione connettono a una radice sepolta. Nessuno – giacché in Italia tutti continuano a sapere quasi tutto su Giousue Carducci – ignora le circostanze per le quali un medico di campagna, presumibilmente inviso all’autorità granducale, lasciò questa casa per non tornarvi più, trasferito nell’impervia Maremma. Correva il 1838, e il figlio del medico liberale non aveva compiuto i tre anni: impossibile che più tardi in lui, nel suo tormentarsi e nel suo prosperare, abbiano tenuto duro i ricordi. Senza dubbio, alcuni ricordi «ufficiali », consacrati dai biografi, non furono in Giousue Carducci che dilettazioni o invenzioni; il Carducci, avallando quella sua immagine chiusa e corrusca, abbelliva ringhiosamente le memorie della sua puerizia. È curioso come non ci si dichiari scettici dinanzi alla scenetta che il poeta si compiaceva di evocare: qui, nella sua Versilia, giusto qualche tempo prima che compisse i tre anni, Giousue, bambino ispido e fiero, si aggirava in compagnia di un coetanea, e gridavano, gioiosi o turbati, nel tormentare un rospo. Al loro chiasso si fece avanti «un gran signore con barba nera e con un libro in mano », il quale li rimproverò, seccato di quel vocìo; poi afferrò la bambina, trascinandola al di là d’un cancello. Allora il piccolo Carducci, che era munito di una corda per i suoi giochi, brandì quella corda come una frusta, si lanciò contro l’uomo barbuto, gridò: «Via, via, brutto te! ». I biografi sono pronti a coonestare l’episodio, incerti solo se situarlo a Valdicastello o a Fornetto di Pontestazzemese, in collina. Il Carducci chiosava l’episodio così: «L’animo mio, potentissimo nell’amore e nello sdegno, era tale anche a tre anni ». Vedete fino a quale punto il Carducci fosse artefice, o prigioniero, del proprio mito.
È da credere in realtà che il Carducci, nella sua coscienza chiara, professasse per la nativa Versilia, per questa sua casa umile, una nostalgia agghindata e formale: il sonetto delle Juvenilia «Peregrino del ciel garrulo a volo » – debi tamente inciso sulla pietra, in una delle lapidi di Valdicastello – ne reca testimonian za. Il «peregrino del cielo » è la rondine, alla quale il poeta si volge con modi petrarcheschi: «Quando l’ala soffermi a’ poggi lieti – che digradano al mar da l’Apennino – bianchi di marmi e bruni d’oliveti, – una casa alla valle ed un giardino – cerca, e se’l nuovo possessor no’l vieti, – sa lutali in mio nome, o peregrino ».
Al tempo stesso è da crede re che, in maniera profonda e oscura, quei non revocabili anni della prima infanzia ab biano (come accade) fermen tato in lui, con la suggestione di ciò che è totalmente perduto ma, insieme, con la dolcezza e il vigore dell’origine, quasi una linfa. C’è una pagina di G. B. Angioletti nella quale il valore della Versilia per Carducci è difeso come il significato di un «luogo di fa vola »; ed è possibile che quanto nei versi di Carducci sommesso, assorto, magico, quanto insomma è poesia, de rivi dall’autentica, e non conclamata né lucida nostalgia versiliese. Sta di fatto che certo Carducci «maremma no », non meno di certo Carducci aulico e civico, è francamente increscioso. La favoletta del rospo e dell’uomo barbuto è in fondo più sopportabile dell’altra, tanto nota, che il poeta riferisce a se stesso più grandicello, allor ché procedeva per le lande di Maremma seguito da un lupo, con terrore dei butteri. Anche questa immagine voleva rac chiudere un simbolo; gioche rei la testa che quel lupo fos se un cane, un non rarissimo cane da pastore.
In pratica, se ci atteniamo alla biografia di Carducci, egli non tornò a Pietrasanta (e a Valdicastello) se non due vol te. La prima nel 1877: era già illustre; una lettera alla moglie si allieta di accenti cor diali, pudichi, e devoti, con quel candore che poteva essere così affascinante, e anche con l’impeto di chi verifica al l’improvviso la propria verità che gli preesiste: l’origine, la genealogia dimenticata.
«Non ti so dire le accoglien ze che mi fecero: sbucarono fuori tanti sciami di parenti che io non avevo saputo mai di avere, vecchi, di mezza età, giovani, ragazzi, bambini, don ne. E chi mi aveva visto na scere, e chi mi aveva tenuto sulle ginocchia, e chi mi par lava del babbo Michele, che gli aveva insegnato a leggere e gli dava di grandi scappellot ti, e chi della mamma Ildegonda, che faceva questa e que st’altra cosa. E poi mi condussero a vedere la casa di mio nonno, in una bella via presso il domo. E mi raccontarono la storia di mio nonno che sciupò tutto per ismania di fare il signore, e che sona va benissimo il violino, ed era un gran maldicente. E poi a dimandarmi di te, e delle fi gliole; e a pregarmi tutti che ti conduca a Pietrasanta, e tanti e tanti saluti. Non ho mai visto tante spose e ragaz ze e bambini e bambine, an che belli assai. E poi venne la banda sotto la finestra, e ven ne l’assessore anziano, e la so cietà dei reduci e la società filarmonica a salutarmi; e tut to il popolo in piazza grida va: viva il poeta Carducci, no stro concittadino. Io rimasi sbalordito di tutto quel bacca no fatto per me in un paese dal quale venni via che avevo appena due anni, e di tante te nerezze da parte di persone che non le ho viste più da che le detti a balia. Bene: chi si contenta gode… E sempre mi ripetevano che il mio nonno sciupò un patrimonio di cinquantamila scudi; è lo scusavano che era un po’ strano. Io so e credo che era una gran bella canaglia… Se l’inferno ci fosse, quel vecchio iniquo ci brucerebbe dentro ».
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Poi, quello stesso giorno del giugno 1877, Giousue Carducci scrisse un’altra lettera (e la scrisse, come si è soliti dire, con la mano sinistra, che è o dovrebbe essere quella del cuore), a un’altra donna, l’amica Carolina Cristofori Piva. Il tono, nel riferire le medesime cose, è più effuso e dorato. I bei bambini di Pietrasanta, ad esempio, diventano «ricciuti, con gli occhi fulvi e superbi ». C’è inoltre una descrizione della città: «Quel che mi piace è Pietrasanta: bellissima cittadina, con una piazza unica, una cattedrale da gran città, e, sfondo, le Alpi apuane. E che paese all’intorno! Che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli risonanti freschi sotto i castagni e gli olivi e gli aranci; e le cave de’ marmi fiancheggiano da tutte le parti fra il verde! Qui vorrei condurti, mia povera dolorosa ». L’impressione paesistica è, per sommi capi, esaltata, e non nego che risulti suggestiva. Però, queste righe alla signora Cristofori Piva avrebbero anche potuto costituire gli appunti ed il nucleo di un’ode da plasmare in seguito: qualcosa come «Cadore » o «Piemonte », nello stile del più paludato Carducci. La Versilia, fortunatamente, non ricevette nessuno di tali premi.
E nessuna lettera degna d attenzione, nessun documento privato contrassegnano la seconda e ultima visita di Carducci al suo luogo natale. Questa visita accadde nel 1890 quando il poeta aveva cinquantacinque anni, malportati e pareva imbalsamato nella sua gloria; ma il suo cuore si era fatto più trepido, ed egli, il Carducci, in quel suo fuggevole ritorno alla casa di Valdicastello, non era solo. Annie Vivanti – la poetessa Annie Vivanti, ma sarebbe più giusto dire una ragazza di ventidue anni – lo accompagnava e adulava.
Quella visita del 1890 avvenne nel mese di marzo; non è dato stabilire se precedette o seguì (di pochissimo) la sosta alla Spezia, dove il poeta donò ad Annie il famoso ramicello di giacinto e improvvisò per lei la poesia che comincia «Batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori ». Quello era il clima, comunque; non era tempo di epistole. La lettera che suggella quel viaggio sarebbe stata scritta alcune settimane dopo e non dal Carducci, bensì a Carducci, da Annie, per ringraziarlo di una fotografia del poeta, che il poeta le aveva inviato.
La lettera di Annie, nella quale lo slancio e il calcolo si fondono in una grazia sfron tata, era paradisiaca e crude le, se si pensa che un uomo di cinquantacinque anni la riceveva da una donna di ven tidue, in quel secolo virtuoso:
«Vi rivedo dunque. Grazie. Siete bello, siete superbamen te bello, e io Vi adoro. Come avete la bocca ostinata, che stuona colla ispirata serenità dello sguardo! Gli occhi guardano l’altezza conquistata, e la bocca dice: Ancora. Non basta, Giousue Carducci? Per ché dice ancora Voglio la vo stra bocca? E agli altri non volete lasciar nulla che l’ira di non poterVi seguire? O di te, Voi felice arrivato, o v’è posto anche per altri lassù, vicino alla Gloria? Non sono più triste, non sono più cat tiva, ed è aperto a Voi il mio cuore, e Vi ama, Vi ama! Ec covi la mia bocca da baciare ».