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LETTERATURA: I MAESTRI: Carducci a Pietrasanta

7 Giugno 2008

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 15 aprile 1967] ¬†

Pietrasanta, aprile.
Quest’anno, celebrandosi il sessantesimo ¬† ¬† dalla ¬† morte ¬† ¬† di Giousue Carducci, l’omaggio di Pietrasanta a quel suo poeta non √® consistito se non in una semplice coroncina di fiori quasi per un battesimo, deposta sulla soglia di una casa in rovina. Ma la casa non √® in rovina: √® in restauro, per restauri lunghi e fedeli. La casa, rustica, √® quella dove nacque il poeta: cos√¨ lontana da lui (da tutta la sua vita, se l’abbandon√≤ quando aveva tre anni) eppur commovente. Ha un giardinetto, con un terreno ghiaioso, qualche pianta di robinia e di alloro, un busto accademico di Giousue Carducci. √ą una povera casa. Il tetto crollava ormai, i muri pericolavano; quando i lavori di restauro saranno conclusi, essa ci sar√† restituita nella sua nudit√†. Saliremo al primo piano su per gradini sconnessi; ci mostreranno ancora la culla del poeta bambino, che certamente non fu la sua culla. Rivedremo sulla facciata le lapidi annerite, in memoria. Tutto, di nuovo, sar√† improbabile e intimo. La forra di Valdicastello ci riapparir√† come un nido.

*

A qualche decina di chilometri da qui, oltre le montagne apuane, un altro ¬ęnido ¬Ľ √® pi√Ļ vero, o se mi si consente l’espressione, pi√Ļ consapevole; la casa del Pascoli a Castelvecchio fu la conquista di una volont√†, il centro di un mondo, il frutto di un’attesa, un riparo, una sfida. A Valdicastello, dove torrenti giallastri scendono dall’antica argentiera, lo spettacolo e l’emozione connettono a una radice sepolta. Nessuno – giacch√© in Italia tutti continuano a sapere quasi tutto su Giousue Carducci – ignora le circostanze per le quali un medico di campagna, presumibilmente inviso all’autorit√† granducale, lasci√≤ questa casa per non tornarvi pi√Ļ, trasferito nell’impervia Maremma. Correva il 1838, e il figlio del medico liberale non aveva compiuto i tre anni: impossibile che pi√Ļ tardi in lui, nel suo tormentarsi e nel suo prosperare, abbiano tenuto duro i ricordi. Senza dubbio, alcuni ricordi ¬ęufficiali ¬Ľ, consacrati dai biografi, non furono in Giousue Carducci che dilettazioni o invenzioni; il Carducci, avallando quella sua immagine chiusa e corrusca, abbelliva ringhiosamente le memorie della sua puerizia. √ą curioso come non ci si dichiari scettici dinanzi alla scenetta che il poeta si compiaceva di evocare: ¬†qui, nella sua Versilia, giusto qualche tempo prima che compisse i tre anni, Giousue, bambino ispido e fiero, si aggirava in compagnia di un coetanea, e gridavano, gioiosi ¬†o turbati, nel tormentare un rospo. Al loro chiasso si fece avanti ¬ęun gran signore con barba nera e con un libro in mano ¬Ľ, il quale li rimprover√≤, seccato di quel voc√¨o; poi afferr√≤ la bambina, trascinandola al di l√† d’un cancello. Allora il piccolo Carducci, che era munito di una corda per i suoi giochi, brand√¨ quella corda come una frusta, si lanci√≤ contro l’uomo barbuto, grid√≤: ¬ęVia, via, brutto te! ¬Ľ. I biografi sono pronti a coonestare l’episodio, incerti solo se situarlo a Valdicastello o a Fornetto di ¬† Pontestazzemese, in collina. Il Carducci chiosava l’episodio cos√¨: ¬ęL’animo mio, potentissimo nell’amore e nello sdegno, era tale anche a tre anni ¬Ľ. ¬† Vedete ¬† fino a ¬† quale punto il Carducci fosse artefice, o prigioniero, del proprio mito.
√ą da credere in realt√† che il Carducci, nella sua coscienza chiara, professasse per la nativa Versilia, per questa sua casa umile, una nostalgia agghindata e formale: il sonetto delle Juvenilia ¬ęPeregrino del ciel garrulo a volo ¬Ľ – debi ¬≠tamente inciso sulla pietra, in una ¬† delle ¬† lapidi ¬† di ¬† Valdicastello – ne reca testimonian ¬≠za. Il ¬ęperegrino del cielo ¬Ľ √® la rondine, alla quale il poeta si volge con modi petrarcheschi: ¬ęQuando l’ala soffermi a’ poggi lieti – che digradano al mar da l’Apennino – bianchi di marmi e bruni d’oliveti, – una casa alla valle ed un giardino – cerca, e se’l nuovo possessor no’l vieti, – sa ¬≠lutali in mio nome, o peregrino ¬Ľ.
Al tempo stesso √® da crede ¬≠re che, in maniera profonda e oscura, ¬† ¬† quei ¬† ¬† non ¬† ¬† revocabili anni della prima infanzia ab ¬≠biano (come accade) fermen ¬≠tato in lui, con la suggestione di ci√≤ che √® totalmente perduto ma, insieme, con la dolcezza e il vigore dell’origine, quasi una linfa. C’√® una pagina di G. B. Angioletti nella quale il valore della Versilia per Carducci √® difeso come il significato di un ¬ęluogo di fa ¬≠vola ¬Ľ; ¬† ¬† ed ¬† ¬† √® ¬† ¬† possibile ¬† ¬† che quanto nei versi di Carducci sommesso, assorto, magico, quanto insomma √® poesia, de ¬≠rivi dall’autentica, e non conclamata ¬† ¬† n√© ¬† ¬† lucida ¬† ¬† nostalgia versiliese. ¬† ¬† Sta ¬† ¬† di ¬† ¬† fatto ¬† ¬† che certo ¬† ¬† Carducci ¬† ¬† ¬ęmaremma ¬≠no ¬Ľ, ¬† ¬† ¬† non ¬† ¬† ¬† meno ¬† ¬† ¬† di ¬† ¬† ¬† certo Carducci aulico e civico, √® francamente increscioso. La favoletta del rospo e dell’uomo barbuto √® in fondo pi√Ļ sopportabile dell’altra, tanto nota, che il poeta riferisce a se stesso pi√Ļ grandicello, allor ¬≠ch√© procedeva per le lande di Maremma seguito da un lupo, con terrore dei butteri. Anche questa immagine voleva rac ¬≠chiudere un simbolo; gioche ¬≠rei la testa che quel lupo fos ¬≠se un cane, un non rarissimo cane da pastore.
In pratica, se ci atteniamo alla biografia di Carducci, egli non torn√≤ a Pietrasanta (e a Valdicastello) se non due vol ¬≠te. La prima nel 1877: era gi√† illustre; una lettera alla moglie si allieta di accenti cor ¬≠diali, pudichi, e devoti, con quel candore che poteva essere cos√¨ affascinante, e anche con l’impeto di chi verifica al ¬≠l’improvviso la propria verit√† che gli preesiste: l’origine, la genealogia dimenticata.
¬ęNon ti so dire le accoglien ¬≠ze che mi fecero: sbucarono fuori tanti sciami di parenti che io non avevo saputo mai di avere, vecchi, di mezza et√†, giovani, ragazzi, bambini, don ¬≠ne. E chi mi aveva visto na ¬≠scere, e chi mi aveva tenuto sulle ginocchia, e chi mi par ¬≠lava del babbo Michele, che gli aveva insegnato a leggere e gli dava di grandi scappellot ¬≠ti, e chi della mamma Ildegonda, che faceva questa e que ¬≠st’altra cosa. E poi mi condussero a vedere la casa di mio nonno, in una bella via presso il domo. E mi raccontarono la storia di mio nonno che sciup√≤ tutto per ismania di fare il signore, e che sona ¬≠va benissimo il violino, ed era un gran maldicente. E poi a dimandarmi di te, e delle fi ¬≠gliole; e a pregarmi tutti che ti conduca a Pietrasanta, e tanti e tanti saluti. Non ho mai visto tante spose e ragaz ¬≠ze e bambini e bambine, an ¬≠che belli assai. E poi venne la banda sotto la finestra, e ven ¬≠ne l’assessore anziano, e la so ¬≠ciet√† dei reduci e la societ√† filarmonica a salutarmi; e tut ¬≠to il popolo in piazza grida ¬≠va: viva il poeta Carducci, no ¬≠stro concittadino. Io rimasi sbalordito di tutto quel bacca ¬≠no fatto per me in un paese dal quale venni via che avevo appena due anni, e di tante te ¬≠nerezze da parte di persone che non le ho viste pi√Ļ da che le detti a balia. Bene: chi si contenta gode… E sempre mi ripetevano che il mio nonno sciup√≤ un patrimonio di cinquantamila scudi; √® lo scusavano che era un po’ strano. Io so e credo che era una gran bella canaglia… Se l’inferno ci fosse, quel vecchio iniquo ci brucerebbe dentro ¬Ľ. ¬†

*

Poi, quello stesso giorno del giugno 1877, Giousue Carducci scrisse un’altra lettera (e la scrisse, come si √® soliti dire, con la mano sinistra, che √® o dovrebbe essere quella del cuore), a un’altra donna, l’amica Carolina Cristofori Piva. Il tono, nel riferire le medesime cose, √® pi√Ļ effuso e dorato. I bei bambini di Pietrasanta, ad esempio, diventano ¬ęricciuti, con gli occhi fulvi e superbi ¬Ľ. C’√® inoltre una descrizione della citt√†: ¬ęQuel che mi piace √® Pietrasanta: bellissima cittadina, con una piazza unica, una cattedrale da gran citt√†, e, sfondo, le Alpi apuane. E che paese all’intorno! Che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli risonanti freschi sotto i castagni e gli olivi e gli aranci; e le cave de’ marmi fiancheggiano da tutte le parti fra il verde! Qui vorrei condurti, mia povera dolorosa ¬Ľ. L’impressione paesistica √®, per sommi capi, esaltata, e non nego che risulti suggestiva. Per√≤, queste righe alla signora Cristofori Piva avrebbero anche potuto costituire gli appunti ed il nucleo di un’ode da plasmare in seguito: qualcosa come ¬ęCadore ¬Ľ o ¬ęPiemonte ¬Ľ, nello stile del pi√Ļ paludato Carducci. La Versilia, fortunatamente, non ricevette nessuno di tali premi.
E nessuna lettera degna d attenzione, nessun documento privato contrassegnano la seconda e ultima visita di Carducci al suo luogo natale. Questa visita accadde nel 1890 quando il poeta aveva cinquantacinque anni, malportati e pareva imbalsamato nella sua gloria; ma il suo cuore si era fatto pi√Ļ trepido, ed egli, il Carducci, in quel suo fuggevole ritorno alla casa di Valdicastello, non era solo. Annie Vivanti – la poetessa Annie Vivanti, ma sarebbe pi√Ļ giusto dire una ragazza di ventidue anni – lo accompagnava e adulava.
Quella visita del 1890 avvenne nel mese di marzo; non √® dato stabilire se precedette o segu√¨ (di pochissimo) la sosta alla Spezia, dove il poeta don√≤ ad Annie il famoso ramicello di giacinto e improvvis√≤ per lei la poesia che comincia ¬ęBatto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori ¬Ľ. Quello era il clima, comunque; non era tempo di epistole. La lettera che suggella quel viaggio sarebbe stata scritta alcune settimane dopo e non dal Carducci, bens√¨ a Carducci, da Annie, per ringraziarlo di una fotografia del poeta, che il poeta le aveva inviato.
La lettera di Annie, nella quale lo slancio e il calcolo si fondono in una grazia sfron ­tata, era paradisiaca e crude ­le, se si pensa che un uomo di cinquantacinque anni la riceveva da una donna di ven ­tidue, in quel secolo virtuoso:
¬ęVi rivedo dunque. Grazie. Siete bello, siete superbamen ¬≠te bello, e io Vi adoro. Come avete la bocca ostinata, che stuona colla ispirata serenit√† dello sguardo! Gli occhi guardano l’altezza conquistata, e la bocca dice: Ancora. Non basta, Giousue Carducci? Per ¬≠ch√© dice ancora Voglio la vo ¬≠stra bocca? E agli altri non volete lasciar nulla che l’ira di non poterVi seguire? O di ¬≠te, Voi felice arrivato, o v’√® posto anche per altri lass√Ļ, vicino alla Gloria? Non sono pi√Ļ triste, non sono pi√Ļ cat ¬≠tiva, ed √® aperto a Voi il mio cuore, e Vi ama, Vi ama! Ec ¬≠covi la mia bocca da baciare ¬Ľ.

 

 

 


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Bart