La cena peruviana

di Lorenzo Spurio

Quella mattina allo specchio non si riconobbe. Sicuramente il troppo alcol consumato la sera precedente non era stato smaltito durante la notte. Si osservò. Aveva i capelli arruffati che stranamente davano tutti da una parte. La faccia era rossa paonazza e gli occhi erano liquidi e smorti. Sulla bocca sentiva ancora il sapore aspro e amaro che l’ultimo bicchierino le aveva lasciato. Era terribilmente stanca ed esausta. Mentre si approssimava al bagno per prendere una pillola per il forte mal di testa spuntò sul suo volto un sorriso strano. Era un sorriso sinistro ed ambiguo. Quel sorriso era il segno evidente che stava ripensando alla serata precedente, trascorsa in bagordi in una festa con alcune vecchie amiche. Dopo circa tre anni, da quando cioè Teresa aveva lasciato il suo vecchio posto di lavoro, non aveva più visto Lulù e Maria e così le tre avevano deciso di regalarsi una serata speciale.

Lulù si era premurata di prenotare con alcuni giorni d’anticipo un tavolo al ristorante peruviano, noto per la sua ambientazione soffusa quasi sospesa dalla realtà. Il momento della cena era stato vissuto come molto piacevole e divertente dalle tre amiche ed era fluito via velocemente così come i tanti liquidi alcolici che sulla loro tavola erano stati portati.

Lulù conosceva il ristorante abbastanza bene poiché vi era già stata un paio di volte nei mesi precedenti. Conosceva lo stesso Alfonso Morales Quintana, il padrone del locale e peruviano doc che dieci anni indietro, noncurante delle maldicenze della gente della zona, aveva deciso di aprire quel locale di cucina peruviana. Al momento dell’apertura a molti era sembrata una pazzia e tanti avrebbero giurato che il ristorante avrebbe ben presto chiuso per mancanza di clientela. Era successo il contrario. Non era stata solo l’operosità del signor Morales Quintana la chiave del successo, ma il carattere di esclusività del locale oltre ai gustosi e aromatici sapori sudamericani.

Lulù che già conosceva alcuni piatti di quel ristorante optò per una zuppa di tarwi al peperoncino mentre Teresa e Maria presero la tipicissima ceviche ma Luciana non riuscì a finire tutto il piatto perchè il pesce, dal suo punto di vista, era troppo mentre Maria gustò l’intero piatto con piacere facendo poi anche i complimenti allo stesso Morales Quintana. Il tutto venne innaffiato da Inka Cola, l’equivalente dell’europea Coca Cola ma soprattutto di chicha, un liquore estratto dal mais. Tutte e tre le amiche gustarono positivamente e con stupore i forti sapori peruviani dai marcati aromi. Le tre donne durante la cena avevano preso a bere grandemente quel liquore dai peruviani denominato chicha e tra scherzi e vecchi ricordi che vennero evocati – tra cui la storia adulterina di Lulù con il signor Moretti, poi venuta alla luce- le tre donne lentamente si ubriacarono, senza   rendersene conto.

Ad un certo punto Teresa, forse stanca di star seduta, prese l’iniziativa di alzarsi seppure le riuscì difficile e barcollò un po’ prima di assumere una posizione eretta. Poco dopo le altre due si alzarono anch’esse e tutte si avvicinarono al bancone per pagare la cena. Pagarono e salutarono con piacere il signor Morales Quintana al quale dissero che presto le avrebbe riavute quali clienti.

Dunque uscirono dal locale e nel chiudere la porta vetrata Lulù notò una strana immagine a strisce rosse e bianche incollata al vetro, senza riuscire a capire che non si trattava d’altro che della bandiera peruviana. Le donne se ne andarono a piedi per un breve tratto percorrendo il breve vialetto alberato che conduceva al parcheggio dove Teresa aveva lasciato la macchina. Senza rendersene conto le donne parlavano e canticchiavano ad alta voce, destando particolare fastidio e ribrezzo nei passanti del viale. Presto giunsero alla macchina ma decisero di non partire subito perché nessuna delle tre aveva voglia di finire cosi la serata e di ritornare ciascuna al suo mondo: Teresa alla vita di solitudine; Lulù a casa con il marito a lei indifferente e Maria dalla sua anziana madre.

Era questo ciò che aveva permesso alle tre donne di riavvicinarsi: la comunanza di uno stato anormale e di disaffezione o di difficoltà nella vita quotidiana: la solitudine, l’indifferenza, la vecchiaia di un congiunto. Ad un certo punto si sentì un urlo di un uomo da dietro una persiana che intimò alle donne di finirla a bisbigliare, a parlare, a urlare. Le tre decisero dunque di rinchiudersi in auto. Lì si sarebbero sentite protette da probabili rimbrotti di gente che avrebbe voluto dormire. Una volta entrate nella vettura, continuarono a parlare per un’altra mezzora mentre l’alcol, precedentemente assunto, continuava a fare il suo effetto provocando anche una certa sonnolenza. Teresa decise dunque di riaccompagnare a casa Lulù e Maria promettendo loro che presto avrebbero avuto un’altra serata spensierata come quella. Per prima accompagnò Maria perché in linea d’aria era quella che abitava in una via più prossima dall’auto parcheggiata; nell’accompagnare a casa Maria sentiva lei stessa sulle sue spalle il peso e la difficoltà di dover accudire giorno e notte una persona anziana e quasi si sentì mancare. Una volta accompagnata Maria, fu la volta di Lulù. Teresa imboccò la stradina imbrecciata in salita che conduceva alla frazione scampagnata “Le Coppe” dove viveva Lulù e, giunta dinanzi la sua villetta, la salutò. Lasciando la frazione “Le Coppe” sentì dentro di sé delle parole fredde, languide e neutre che probabilmente il marito di Lulù avrebbe scambiato con sua moglie.

Percorse la discesa lentamente mentre fuori un forte vento faceva vibrare gli esili rametti spogli di quella vegetazione. Teresa non aveva intenzione di tornare a casa e rinchiudersi, da sola, dopo una serata completa trascorsa in compagnia ed in allegria, ma alla fine non ebbe altra scelta e tornò alla sua abitazione. Entrando in casa, per la prima volta provò paura e timore. Da molti anni oramai era abituata a vivere da sola ma quella sera ci fu qualcosa che la turbò e varcò lentamente la soglia del portone quasi temesse qualcosa. Era come se quelle ore trascorse in compagnia avessero velocemente scalfito quella sua sicurezza e solidità della solitudine. Chiudendo il portone alla sue spalle, si guardò allo specchio con la coda dell’occhio e vide una bizzarra e goffa figura dalla faccia paonazza e non si riconobbe.

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