di Carlo Cassola
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 30 luglio 1969]
Anni fa mi capitò di leg gere che in Inghilterra un re ferendum sui più bei roman zi di ogni paese aveva dato il seguente risultato: primo Don Chisciotte; secondi ex aequo I viaggi di Gulliver e Guerra e pace. Ricordo che rimasi scandalizzato, e non per l’idea del referendum e della conseguente classifica. Al contrario, le classifiche mi affascinano per il loro carat tere sportivo: ne faccio di continuo, anche al di fuori dello sport. Anche tra gli scrittori, appunto. Sì, lo so, i valori letterari sono incom mensurabili, e in fondo non ha importanza stabilire se uno scrittore è maggiore di altri (importa solo stabilire se è uno scrittore o non lo è). Ma a una gerarchia di valori, si attengono inevita bilmente gli stessi critici e sto rici della letteratura: traccian do un profilo o un panora ma, bisogna bene che operino una selezione, e che fra gl’inclusi ripartiscano varia mente lo spazio a seconda dell’importanza. Insomma, sti lano anch’essi una classifica, anche se non la rendono espli cita.
L’iniziativa di quel giornale inglese non aveva dunque in sé nulla di scandaloso. Fu il risultato a scandalizzarmi. Com’era possibile che Cervantes, Swift e Tolstoj fosse ro messi sulla stessa bilancia? Che razza di cocktail era quello? Una classifica è pos sibile solo dove i valori sono omogenei. Si potrà sostenere che Coppi era superiore a Binda, non che Coppi era su periore a Nuvolari o a Ber nardini. Per me mettere sul lo stesso piano un romanzo del Cinquecento, uno del primo Settecento e uno della seconda metà dell’Ottocento era come fare un parallelo tra un ciclista, un automobilista e un calciatore.
Non ricordo se il referen dum fosse stato condotto so lo tra gli specialisti, critici e storici della letteratura, o se fosse stato esteso ai semplici lettori. Quel secondo posto ex aequo mi fa però suppor re che le persone consultate fossero poche: nel caso di una consultazione più difficilmente due romanzi avrebbero potuto avere lo stesso numero di voti.
Dunque in pieno Novecen to, critici e storici della let teratura continuano tranquil lamente a ritenere che esista una continuità tra il romanzo rinascimentale, quello settecentesco e quello ottocentesco. La cosa non mi sorprende, ho sempre avuto il sospetto che la cultura letteraria continui a essere affetta da classicismo.
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Per un classicista, tutto è già stato scritto: nell’antichità. Da allora lo scrivere è scaduto a esercizio letterario: all’imitazione dei classici, appunto. La classicità offre mo delli insuperabili in tutti i campi: nell’epica, nella dram maturgia, nella lirica, nella storiografia eccetera. Chi po trà far meglio di Omero, di Eschilo, di Saffo o di Tucidide?
Ovvio che una cultura im pregnata di classicismo si adoperi a ricondurre tutto sotto il segno dell’antico, del già detto, del già scritto; che non riconosca carattere di no vità a niente; che si accani sca contro il moderno e il contemporaneo. Qualche scrit tore di incontestabile gran dezza, che so, un Dante, un Petrarca, un Ariosto, col tem po viene assunto nell’olimpo dei classici: incoronato d’al loro, troverà posto fra i bu sti al Pincio, diverrà venera bile e polveroso come gli an tichi. Conservatrice all’estre mo, la mentalità classicista si deve a volte adattare a opera zioni trasformistiche: non viene comunque mai meno alla sua vocazione imbalsamatrice e mortuaria.
È con la persistenza di questa mentalità che mi spie go perché si parli tanto, e in modo tanto compiaciuto, di crisi del romanzo e addirittu ra di morte del romanzo. È logico che il classicista chieda la testa del romanzo, che è creazione originale del mon do moderno. S’intende che anche la lirica dell’Ottocento e del Novecento ha caratteri originali: ma una qualche parentela è sempre possibile trovarla, non solo col petrar chismo, anche con la lirica greca. Mentre con buona pa ce di coloro che risposero co sì malamente al referendum indetto da quel giornale in glese, non esiste parentela al cuna tra il romanziere mo derno e contemporaneo e il novellatore rinascimentale, medioevale, latino e greco.
È proprio il romanzo che ha rotto le uova nel paniere ai classicisti, infrangendo il mito che l’antichità abbia modelli per ogni tipo di espressione letteraria. L’an tichità avrà prodotto tutto, ma non ha prodotto il romanzo come noi l’intendiamo. Sarebbe inutile ricercare tra i classici il modello di Madame Bovary.
Il romanzo è stato un guastafeste anche in un altro senso, perché ha vanificato il pre giudizio classicistico che l’e spressione in versi sia supe riore all’espressione in prosa. Non è che io voglia ora ro vesciare il pregiudizio: ma è certo che nel suo insieme e anche nelle sue punte massi me, il romanzo nell’ultimo se colo e mezzo ha dato più del la lirica. Facessero un refe rendum sui tre massimi scrit tori moderni, credo proprio che indicherei Tolstoj, Dostoievskij e l’Hardy romanziere: sacrificando poeti indub biamente grandi e che mi so no molto cari.
Logico, ripeto, che il ro manzo sia inviso a certa gen te. Spacciato il romanzo, qui da noi il carduccianesimo tor nerebbe a imperare sovrano (impera già largamente).
Ho dovuto usare circonlo cuzioni quale « il romanzo co me noi l’intendiamo » per non usare le solite definizioni di « romanzo borghese » o « ro manzo psicologico ». La pri ma è da rigettare perché impropria: « borghese » è un ter mine sociologico, e come tale non serve a definire un fe nomeno artistico. La seconda vale al più per il romanzo settecentesco inglese e france se, che non è ancora il roman zo moderno. Il romanzo mo derno nasce intorno al 1830, giunge a maturità nella se conda metà del secolo, entra in crisi ai primi del Novecen to: ma non si tratta affatto di una crisi mortale, come quei signori si augurano.
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Il romanzo moderno rom pe con la tradizione del no vellare (per questo, come di cevo, è impossibile vedere una linea di svolgimento che, par tendo dal poema epico e dal romanzo dell’antichità, attra verso il poema cavalleresco e la novellistica medioevale e rinascimentale, arrivi al ro manzo dei nostri tempi). Il ro manziere dei nostri tempi non si cura più di tener desta l’attenzione del lettore col rac conto di casi straordinari; rompe altresì con l’aneddotica della novellistica. Non tiene più in sospeso l’animo dell’in genuo lettore con la paura che il malvagio abbia la me glio; né salva l’eroe o l’eroi na all’ultimo momento, facen do arrivare i nostri come nei film western. Non presenta nemmeno più le due schiere dei buoni e dei malvagi: ai caratteri incarnanti un vizio o una virtù, posseduti da una sola passione, coincidenti con una definizione morale, ha sostituito i personaggi: esseri complessi, contraddittori, a cui non si può applicare una etichetta, che rimangono sempre al di là di ogni esplicazione. Come la Gruscenka dei Fratelli Karamazov, ogni personaggio di un romanzo moderno potrebbe dire: «Siamo abbietti e buoni, abbietti e buoni a un tempo… ».
Giacché il vero fine del romanziere non è più quello di moraleggiare, come non è più quello di novellare. Egli è spinto solo dal bisogno di rappresentare.
Certo, continua a raccontarci qualcosa: un romanzo, com’è impensabile senza un personaggio, è im pensabile senza una vicenda. Si deve per forza raccontare qualcosa di qualcuno. Ma nel romanzo moderno tutti gli ele menti della narrazione concor rono in uguale misura a raccontare la vicenda. Non c’è una sola notazione a cui lo scrittore rinuncerebbe. Ai suoi occhi quella notazione, per marginale che sia, è indispen sabile quanto tutte le altre. Per cui, se proprio dovessi appiccicare un cartellino al romanzo dei nostri tempi, lo chiamerei « esistenziale ». In senso lato, l’intera narrativa moderna è mossa da questo bisogno di ricupero dell’esi stente.
Il romanziere potrà anche mirare a raccontare una sto ria, ma tutto ciò che le sta intorno, l’atmosfera, l’ambien te, il paesaggio, la collocazio ne temporale e così via, sarà per lui d’importanza vitale. La storia in ogni caso è solo lo scheletro, l’ossatura: ci vuo le intorno polpa, molta polpa.
La crisi a cui accennavo prima, e il cui inizio risale ormai a sessant’anni fa, è ori ginata dalla presa di coscien za della crescente o addirit tura della esclusiva importan za della polpa rispetto all’ossatura.
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Una risposta a “Fogli di diario #3/11”