di Carlo Cassola
[da “Corriere della Sera”, domenica 10 marzo 1968]
Ho letto una biografia di D. H. Lawrence: autore uno scrittore belga, Daniel Gillès. Anni fa avevo letto quel la di Piero Nardi. I partico lari biografici mi hanno con fermato nel mio giudizio sul lo scrittore.
Lawrence non si pose pro blemi di rinnovamento for male: egli adottò la forma romanzesca trasmessagli dal la tradizione. A prima vista i suoi romanzi non si disco stano dal romanzo vittoria no: sono lenti, prolissi, sen tenziosi. Manca tuttavia un elemento tipico del romanzo vittoriano: l’intrigo, la su spense romanzesca.
Lawrence fu dunque un contenutista. Finché il con tenuto fu rappresentato dai sentimenti, fu un grande scrittore; quando il contenu to fu rappresentato da un messaggio – il puerile mes saggio di salvezza per l’uma nità – diventò un cattivo scrittore. È vero che anche quando predica non manca di una certa grandezza: ma questo fa solo rimpiangere che abbia lasciato la letteratura per la predicazione.
In Figli e amanti espresse sentimenti particolari, con una verità e purezza straor dinarie; ma attraverso essi espresse anche il sentimen to generale dell’esistenza. Figli e amanti dà il senso dell’esistenza. È stato il pri mo grande romanzo che ab bia letto da giovane e per me è rimasto sempre « il ro manzo ». Ma credo che pos sa davvero essere annovera to tra i grandi romanzi di ogni tempo.
Come Joyce, Lawrence non sapeva inventare. I suoi personaggi hanno avuto tut ti un modello nella realtà. Il limite autobiografico era in lui fortissimo, e questo spie ga il suo esaurimento dopo Figli e amanti. A sua volta questo esaurimento spiega la sua involuzione.
*
Nel fondo io sono uno scrittore (e un lettore) esi stenziale, perciò non può piacermi una letteratura che si ostina a dare un giudizio della realtà (e continua quindi la tradizione dell’Ottocento, anche quando si spaccia per avanguardia). La realtà, l’esistenza, va ac cettata com’è, e non soppor ta giudizi di valore, perché è essa stessa un valore, anzi l’unico valore.
Del resto questo giudizio sappiamo bene a che cosa si riduce: a pura negatività, a nichilismo. È ormai mezzo secolo che la letteratura sfor na con monotonia esaspe rante i suoi temi negativi. Nove volte su dieci, prima ancora di aprire un roman zo, sappiamo già che ci tro veremo qualcuno dei temi negativi di moda, la noia, la nausea, l’incomunicabilità, la alienazione eccetera. La gal leria degli eroi del nostro tempo è una sfilata di perso naggi negativi: gli aridi, gli indifferenti, gli stranieri, i voyeurs eccetera. Quasi sen za volerlo, ho detto i titoli di alcuni tra i romanzi più noti di questa letteratura: Gli indifferenti di Moravia, La nausea di Sartre, L’étranger di Camus, Le voyeur di Robbe-Grillet, La noia di Moravia.
Ora secondo me Moravia è uno scrittore autentico; forse anche Robbe-Grillett è uno scrittore autentico; mentre non ho mai creduto in Sartre e Camus (in Camus ancora meno che in Sartre). Comunque nella stragrande maggioranza dei casi il nichilismo è una rappresentazione convenzionale, a cui si appigliano tutti coloro che mancano di una visione personale della realtà. La retorica dei cattivi sentimenti, dell’assenza di sentimenti, fa evidentemente il paio con la retorica dei buoni sentimenti cara all’Ottocento; il pessimismo programmatico, con l’ottimismo programmatico; la catastrofe finale d’obbligo nel romanzo novecentesco con il lieto fine d’obbligo nel romanzo ottocentesco. Si può esser sicuri che il lettore del Duemila sorriderà di questa retorica «nera », così come noi sorridiamo della retorica «rosa » del secolo passato.