di Bartolomeo Di Monaco
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Durante l’inverno ho ormai l’abitudine di trascorrere tutto il mio tempo libero alla taverna di Marcus Farow.
Da queste parti, quassù al Nord, già da ottobre fa freddo e quasi sempre nevica; la taverna di Farow diventa per me allora come una calamita. Appena metto i piedi fuori di casa, ecco che mi dirigo là, mi siedo al mio posto vicino alla porta e resto tutta la sera a bighellonare.
Marcus Farow mi conosce ormai da anni e mi dà del tu; mi fa trovare sempre pronto il mio tavolino e la mia sediola vicino alla porta, e appena mi vede entrare mi viene incontro con una bottiglia di vino italiano e un grosso bicchiere; salve Karl, mi dice, come va? e mi mette davanti bottiglia e bicchiere; io afferro subito la bottiglia, riempio fino all’orlo il bicchiere, poi bevo tutto d’un fiato.
Trent’anni fa la taverna di Marcus non c’era; al suo posto sorgeva il magazzino di stracci del povero Hans Stoinensen; poi fallì, non si sa bene perché, e al suo posto venne Marcus. Ci voleva un uomo grosso e risoluto come lui per impiantare proprio qui una taverna; qua ci sono i bassifondi di Pedersberg e non mancano uomini senza scrupoli, pronti a ficcarti nello stomaco un palmo di coltello o a pestarti il muso di pugni e di calci fino ad ucciderti.
Proprio io ho visto Niels uccidere Erik Fredmann davanti alla bottega di Peter.
Mi trovavo nella camera proprio sopra il negozio, era notte fonda; sentii dei rumori strani nella strada, così mi affacciai a luce spenta alla finestra e vidi Niels che litigava con Erik. Poi Niels estrasse dalla tasca un coltellaccio e lo ficcò nella pancia di Erik; Niels fuggì subito e nessuno sospetta di lui, e si crede che Erik ubriaco si sia ucciso.
Non voglio immischiarmi in queste faccende; Niels è un tipaccio e così era Erik; più si sta alla larga da loro più ci si guadagna.
Marcus non ebbe timore di stabilirsi qua, e seppe intendersela con Niels e i suoi compagni. Marcus è un uomo rude e quando si arrabbia fa paura. Rammento una sera che entrò da lui un certo Christian, mai visto prima. Ordinò due boccali di birra e li bevve uno dietro l’altro senza prendere fiato. Marcus era stato gentile con lui e lo aveva servito subito; ma il forestiero dopo aver bevuto non volle saperne di pagare; si alzò e si avviò per uscire. Marcus non l’aveva perso d’occhio un solo istante; Marcus non si fida dei forestieri, e li tiene sotto tiro finché non se ne vanno via. Ehi, dice, forestiero, devi pagarmi i due boccali di birra; ma il forestiero continua a dirigersi verso la porta senza dargli ascolto; ehi, dice ancora Marcus, forestiero, i due boccali di birra. Il forestiero apre la porta per andarsene, allora Marcus non perde tempo, salta il bancone, lo rincorre e lo afferra per il collo. Non gli dice nulla; gli sferra due pugni sul muso fino a farlo sanguinare; poi gli tira fuori dalla tasca la moneta, gli dà indietro il resto e si paga da solo.
Marcus è proprio l’uomo che ci voleva qui, se no nessuno sarebbe riuscito a piantarci una taverna; da ottobre infino a tutto marzo e qualche volta anche ai primi di aprile, la sera ci si trova tutti da lui a bere, a fumare, a giocare con le sue cartacce sporche. Se c’è troppo fumo e odore di tabacco, di vino, di birra e di fritto anche, non ci si bada più, e anzi oramai ci siamo quasi affezionati. Quando entro da lui la prima cosa che voglio sentire infatti è il profumo del tabacco; e l’odore del vino, naturalmente.
Quando facevo coppia con Michael a carte, venivo da Marcus alle sei di sera e uscivo dopo la mezzanotte. Mi sedevo con le spalle appoggiate alla parete, a pochi passi dalla porta; Michael voleva giocare invece con la faccia voltata verso l’uscita, non so perché. Si vinceva quasi sempre, e Michael ordinava boccali di birra, mentre io volevo vino italiano.
Poi Michael sparì da una sera all’altra e non l’ho più visto.
Immagino che si sia imbarcato sopra una nave di passaggio e sia tornato a navigare per il mondo.
Michael aveva fatto il marinaio per più di vent’anni e conosceva il mare sin da ragazzo, perché suo padre era pescatore a Warden e lo portava sempre con sé.
Infine si era fermato qui e c’era rimasto per alcuni anni.
Si vedeva proprio che era una marinaio; la sua barba gli calava giù dalle basette fin sopra il petto, e portava i calzoni larghi, e fumava la pipa come fanno gli uomini di mare.
Un giorno mi raccontò parecchie cose della sua vita; ero suo amico, mi diceva, e solo con me sentiva di confidarsi.
Warden è un porticciolo sperduto nel Nord, mi diceva, un posto maledetto da Dio. Ci si vive come dannati, si lavora dalla mattina alla sera per guadagnare appena un po’ di pane duro per sfamarsi.
Michael era sposato e aveva un figlio ancora ragazzo; ma la moglie era scappata di casa con un marinaio americano e se l’era portato con sé.
Ce la spassavamo sul serio Michael ed io. Lui era sempre allegro e cantava, cantava; era anche un bell’uomo e parecchie ragazze di Pedersberg avevano perso la testa per lui.
Senza Michael mi sento come senza un braccio.
Stasera da Farow c’è più gente del solito. Fuori nevica; ha cominciato verso le tre del pomeriggio senza smettere mai.
Quando entra qualcuno sento una ventata gelida dietro le spalle. Chi entra ha la pelliccia coperta di neve e va subito verso il fuoco; si leva la pelliccia, la scuote e ordina un bel piatto di pesce fritto e un boccale di birra.
Marcus ha messo davanti al fuoco una lunga tavola perché possano starci in molti.
Marcus, dico, porta un bel piatto di pesce fritto anche a me, e un’altra bottiglia.
L’uscio ogni tanto sbatte e fa entrare un po’ di nevischio.
Marcus mi porta il pesce e il vino. Marcus sorride sempre quando serve gli amici; qua siamo tutti suoi amici.
Se non smette di nevicare, stanotte non torno a casa, ma mi fermo a dormire qui. Marcus serba sempre una camera per me in notti come questa. Oramai mi conosce bene e sa che non mi piace uscire dalla sua taverna quando fa così freddo.
Ehi Karl, mi gridano, si fa una partitella?
Perché no, penso. Mi piace tenere tra le dita le cartacce sporche di Marcus. Mi gira un po’ la testa però, ma provo ad alzarmi lo stesso; una partitella a carte è proprio quel che mi ci vuole.
Commenti
9 risposte a “La taverna di Marcus Farow”
Bel colpo, Bart. Un racconto teso, dallo stile asciutto, che rimanda alle atmosfere dei migliori scrittori del genere.
Carlo
Grazie, Carlo.
Bart
Caro Bartolomeo,
avrei voluto commentare questo bel racconto, ma purtroppo oggi è morto mio cognato, il marito di mia sorella. Vedrò di scrivere alcune cose, non appena mi sarò rimesso dal momentaccio.
Ti abbraccio
Gian Gabriele
Ti faccio le mie più sentite condoglianze, Gian Gabriele.
Un abbraccio.
Bart
Ancora un racconto sorretto da una prosa breve, asciutta, accattivante. Una prosa capace, nella sua felice essenzialità, di riprodurre atmosfere, di creare ambienti e di tradurre efficacemente la psicologia dei personaggi. Si legge d’un fiato e si assapora, quasi vedendo i protagonisti, i luoghi e le situazioni, che ti rimangono dentro, giacché un volo di pensieri gioca nella mente del lettore, come segno vero dell’essenza che emana dalla capacità evocativo-creativa dell’autore
Gian Gabriele Benedetti
Grazie, Gian Gabriele. Un abbraccio in questo momento difficile per te e i tuoi cari.
Bart
Grazie, Bartolomeo. Purtroppo la vita ci riserva anche amarezze e dolori. Dobbiamo affrontare tutto ciò con forza e con fede.
Ricordo che in una novella del Verga il protagonista, con la punta del bastone, scompiglia una fila ordinata di formiche. Ne succedono confusione e disorientamento totali per diverso tempo. Qualche formica rimane a terra morta. Poi, pian piano, la fila riprende ordinata e continua al pari di prima. Così, più o meno, avviene per noi. Dopo la batosta, riprendiamo con fede e con forza, come dicevo prima, portando sempre con noi vivo il ricordo delle persone care ed amate, anche se rimane il segno delle ferite che riaffiora nel tempo.
Gian Gabriele
Complimenti per il bel racconto così fluente e suggestivo senza scadere mai nel “bozzetto”. Un piacere leggerlo.
lucetta
Grazie, Lucetta.