La canzone del male

di Elemire Zolla
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 7 luglio 1969]  

Da quando il Cristianesimo sorse, ad ogni nuova gene ­razione di cristiani è toccato immancabilmente di subire una identica, lugubre tenta ­zione; una voce cupa e le ­ziosa si leva, a una svolta del ­la loro vita, per sedurli. Ad ascoltarla attentamente, ci si accorge che è in realtà un la ­mento d’idiota, consta di po ­che proposizioni, mai variate. Eppure fa strage di cuori; è come se i giovani che s’apro ­no alla vita non vedano l’ora di precipitarsi in antichissimi tranelli, afferrati da morti in ­vidiosi che vogliono vederli ripetere le proprie passate, vergognose pantomime.
 

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La prima nota della vec ­chia canzone può variare fra i due estremi della gamma, può essere una nota di orro ­re: «Siamo caduti, noi puri spiriti, in un mondo sozzo e ripugnante,   siamo   nati im ­mondamente » oppure può essere una nota di isterica euforia: «Siamo in un mondo stupendo, avviato a diventarlo sempre più, alla vigilia di una esplosione di bellezza e di carnale felicità ». Poco importa da quale folle estremo cominci     il canto del Seduttore, il suo     svolgimento     è sempre uguale, porta all’ingiunzione: « Bisogna fare tutte le possi ­bili esperienze » o perché sol ­tanto così ci si libera della sozza     materia, esaurendone tutte le possibilità, o perché, tutto essendo sacro, non c’è niente che non sia doveroso attraversare (magari: per comprendere ogni fratello). Come si vede, poco importa la premessa, che essa si trovi all’una o all’altra estremità della gamma. Chi oggi non ripe ­te docilmente, stregato: «Devo fare esperienze »? E così ai primordi del Cristianesimo i seguaci di Basilide ritenevano di dover compiere tutti i peccati e ne contavano 365, quanti i giorni dell’anno, e si convincevano che un angelo presiedesse a ciascuno, intento a spingervi i mortali, e che nel compierlo convenisse ri ­volgersi a costui dicendo: «O angelo, compio la tua opera, o Potenza, eseguo la tua azio ­ne ». E facendo esperienza d’ogni abominio dicevano di liberarsene e di volare quindi nel puro Spirito.
E non soltanto i seguaci di Basilide seguirono questi pre ­cetti perversi. Sant’Ireneo di Lione ammoniva: se volete davvero tutte le esperienze, perché non imparate intanto tutte le arti e i mestieri? Ma sarà la trafila delle iniquità ad attrarre lo stuolo dei se ­guaci di questa tradizione sa ­tanica, che ritornerà, sempre identica, negli eretici del Me ­dioevo, tra Fratelli e sorelle del Libero Spirito, tra beghi ­ne e begardi nel secolo XIV. Tra gli Alumbrados o « illu ­minati » di Spagna, tra certi quietisti infami nel secolo XVII, la si indovina assai fa ­cilmente, e non c’è bisogno di indovinarla, è tutta allo scoperto fra le sette sinistre della Russia. Sempre in no ­me dello Spirito che è oppo ­sto alla Natura, come presso i basilidiani e nicolaiti, rieccola in Hegel, che raccomanda di liberarsi delle passioni appagandole. E, nel campo stesso della Chiesa, riappare tra i falsi mistici dell’Ottocen ­to abbordati da Huysmans. E non occorre proseguire.
 

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La vecchia monotona can ­zone, nella sua seconda stro ­fe, proclama che finora sì vigevano certe leggi, sussisteva ­no certi istituti, ma ormai tut ­to dev’essere nuovo, incompa ­rabile, rinnovato, lavato col fuoco, perché cieli nuovi e terre nuove si schiudono, si è divenuti adulti, usciti una buona volta di minorità. La nuova dispensazione, già pro ­clamata dai malprofetanti eresiarchi dei primi secoli, è ri ­proclamata dagli Amauriciani medievali (« Ormai si è adulti, si è al ciclo dello Spi ­rito! ») per essere condanna ­ta dal secondo Concilio Lateranense, e riemerge con certi minoriti del secolo XIII i qua ­li ripetono (oh terribile, mo ­notonia!) sicut veniente Joanne Baptista ea quae praecesserant reputata sunt vetera… ita adveniente tempori Spiritus Sancti, che si può tradur ­re: « Venne un uomo chiama ­to Giovanni e ciò che vigeva prima di lui fu ritenuto supe ­rato… e così adesso, in questo tempo in cui spira lo Spiri ­to… ! ». Rieccolo, il misero ri ­tornello, condannato ancora nel secolo XV, quando lo ri ­petono gli homines intelligentiae, dicendo che le dottrine degli antichi santi e dottori cessano e ne sopravvengono di nuove: cessabunt et supervenient novae. E’ comprensi ­bile: a chi deve smerciare un antichissimo ciarpame convie ­ne gridare al rinnovamento, l’adeguamento ai tempi.
 

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Ora segue, di solito, un’al ­tra strofetta della triste can ­zone: il richiamo demagogico alla povertà ed al servizio sociale. La intonò per primo Giuda Iscariota per rimproverare la Maddalena di versare il nardo sul Cristo invece di darne   il   prezzo   ai poveri.
Quale settario medievale non insistette che occorreva tornare all’evangelica povertà, al mero servizio, superando il sacro? La tradizione d’iniqui ­tà detesta tutto ciò che nutre la quiete e l’abbandono al di ­vino, specie i riti immutevoli e reitera perciò nei secoli le accuse dei Piccardi al fasto cerimoniale (ornamenta ecclesiarum omnia derident), ripe ­te con gli Alumbrados che è preferibile la virtù all’elegan ­za di culto (è una frode stantìa: si finge che si debba sce ­gliere fra due cose che non sono mai state in contrasto; chi ha mai costretto a optare fra virtù e bellezza di rito? Incredibilmente nei secoli que ­sto trucco da nulla si dimostra sempre efficace), giù fino ai decreti del Concilio di Pi ­stoia, capolavoro dell’odio satanico verso la bellezza ri ­tuale.
 

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Se poi si va a cercare nel segreto dei cuori sedotti da queste deforme sirene (così simili a quelle di cui parla Kafka in un suo apologo bre ­ve), invariata nei secoli si ri ­troverà una qualche comune, povera ossessione erotica che si vergogna e vorrebbe qual ­che crisma, esige rispetto, re ­clama approvazione, finge di essere carità o conoscenza o atto sacro. E allora chiede soccorso alle vecchie Sirene dell’empietà.
 

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Se è incredibile che una co ­sì prevedibile e monotona ite ­razione sempre ancora trovi vittime, è miracoloso che si sia pur salvata respingendo un assalto dopo l’altro di que ­ste vittime impazzite, la tradi ­zione opposta, che di secolo in secolo ha ripetuto le sue distinzioni rigorose, celebrato ne varientur i suoi riti auste ­ri, preservando intatti i suoi canti, i suoi gesti benedicenti e impetranti. Anch’essa offre un rinnovamento, ma è quel ­lo dell’uomo che si pente e rinnega se stesso, e perciò emerge tutto imprevisto e nuo ­vo. Anch’essa offre un’ebbrez ­za, ma accompagnata da una serafica, guerriera severità. Og ­gi ci si ricorda ancora in mol ­ti di quest’altra tradizione, benché tutto sia messo in ope ­ra dai potenti di oggi per can ­cellarne le tracce: e ciò che ci si ricorda facilmente riaf ­fiora. E se ci si dovesse scor ­dare della sua esistenza, rie ­romperebbe improvviso con un contraccolpo violentissimo, poiché cancellarla del tutto è impossibile; infine: la canzo ­ne del male vive solo come ri ­bellione, offesa e sacrilegio. Di ciò che odia e perseguita ha bisogno.

 

 

 

 

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Commenti

4 risposte a “La canzone del male”

  1. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Mi lasciano pressoché indifferente certe disquisizioni che evidenziano i suggerimenti, i principi (chiamiamoli così), i comportamenti, quasi imposti e spesso esagerati, di certi movimenti religiosi e non (tra questi, talvolta, anche la Chiesa cattolica). Se ne sono viste, attraverso i secoli di “cotte e di crude”, con una “cascata” quasi a getto continuo di teorie comportamentali controverse ed irrazionali e di pseudoinsegnamenti. Mi disturbano in modo particolare le sette per le loro rigide regole, a volte insane, per davvero, e pressoché portate ad annullare il libero arbitrio (se non la libertà, addirittura) e la vera identità dell’uomo. Ma io, nel mio credo fermo e sincero, nel mio modo di comportarmi ho solo dinanzi quello che ritengo l’unico vero comandamento, che rende l’umanità degna di tale nome: ama il Signore Dio Tuo con tutte le tue forze ed ama il prossimo tuo come te stesso. Addirittura: ama il tuo nemico! Che è il massimo. Il resto lascia il tempo che trova o inquina e basta
    Gian Gabriele Benedetti

  2. I tuoi racconti e le tue poesie, Gian Gabriele, (anche quest’anno vorrei pubblicare una tua poesia sul Natale) rivelano il tuo animo di uomo buono.

  3. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Ti ringrazio, Bartolomeo, per la tua stima, che ricambio sinceramente e pienamente.
    Per quanto riguarda la poesia natalizia, sappi che è già pronta. Non so se sarà all’altezza della situazione, perché rimane difficile scrivere una nuova poesia natalizia ed una pasquale ogni anno. Per ora, e sono già una ventina d’anni, bene o male, ci sono riuscito.
    Ti invierò per tempo anche un raccontino natalizio, nella speranza che valga la pena di essere pubblicato nella rivista.
    Un abbraccio fraterno ed affettuoso
    Gian Gabriele

  4. Li aspetto entrambi. Grazie sin d’ora.