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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Racconto: I figli di Ludovico #7/7

24 Settembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I figli di Ludovico #7

Simili a batuffoli di cotone, passavano sotto Chiara e Ludovico delle nuvole bianche.
  «Corriamo laggiù » esultò il nonno.
  «Aspettami, aspettami! » gridava la bimba, che nel volo non aveva la potenza di Ludovico.
  Si posarono su quella matassa di cirri candidi. Chiara vi saltava sopra contenta, e anche Ludovico sentiva di essere tornato ragazzo.
  «È tempo di rientrare » disse. «Vedrai, nessuno crederà al nostro viaggio. »
  «Invece ci crederanno, nonno. Non vedo l’ora di raccontarlo a Sandrino e a Margherita. »
  «Vi voglio tanto bene. »
  «Anch’io, nonno. Anch’io. E anche Sandrino, sai, e Margherita ti vogliono tanto bene. E anche la mamma.   Muoio dalla voglia di rivederli. »
  Puntarono le braccia in direzione della Terra.  

  Rachele era diventata come un tempio che attende il suo Dio per placarsi. Sapeva che Berto aveva avviato i suoi passi verso di lei, e che si avvicinava il momento che potevano di nuovo incontrarsi. Sarebbe accaduto in un’ora magica ed imprevedibile, ai confini dell’esistenza; e i caratteri fisici del suo Berto lei sapeva già che li avrebbe confusi con quelli dei suoi figli e poi, col trascorrere del tempo, anche coi figli dei figli, come voleva Ludovico.  

  Calò la sera. Fuori tutto era ancora bianco di neve. Ludovico stava in piedi sull’uscio e teneva stretta a sé Rachele.
  «Verrà Berto » le diceva.
  Accanto a loro, i bambini tacevano immobili ed avevano gli occhi rivolti alla luna. Gli usci e le finestre delle case attorno, per un qualche sortilegio, erano rimasti spalancati, e pareva che qualcosa all’improvviso fosse accaduto di straordinario, e tutti se ne fossero andati.
  Si aveva la sensazione di una vita sospesa, la quale avrebbe potuto riprendere da un momento all’altro.
  Vicino alla casa c’era un piccolo lago.
  Un uomo vi giunse in sella ad un cavallo. Lasciata libera la bestia, si sedette e restò ore ed ore seduto su quella riva, apparentemente senza alcuno scopo. Sembrava attendere un segno.
  Il cielo era carico di stelle. Una luna piena, di un giallo denso, forte come quello del sole, dominava l’oscurità. Mandava sul lago gelato raggi prepotenti di luce.
  Il bianco della neve, il nero del cielo, il giallo della luna e delle stelle erano i soli colori che si svelavano in quella notte. Un silenzio di attesa regnava sul luogo.
  L’uomo era muto, così sembrava. Ma un osservatore attento avrebbe avvertito lì attorno echi e sussurri di un’esistenza immane.
  D’un tratto l’uomo si alzò, come se avesse inteso lo scoccare di un’ora, e la luna divenne in quell’istante più luminosa. Si dilatò a poco a poco e coprì le stelle, e tutto diventava giallo, ed anche il buio venne coperto dalla luna. Fu grande come tutto il cielo la luna di quella notte straordinaria. All’improvviso l’uomo sembrò allungarsi, tendere al cielo. Il cavallo avvertì il prodigio; tese il collo; scosse più volte la testa inquieto; guardava il suo padrone mutare, diventare sempre più grande. L’uomo aveva cominciato a dilatarsi e a sciogliersi; come un nero colore vaporò nel cielo. Divenne una macchia scura che saliva incontro alla luna. Poi, lentamente, quella macchia scura entrò dentro la luna, e presto non si vide altro che quell’unico colore giallo del cielo.
  Non si era mai vista sulla terra una notte così.
  «Tornerà Berto » disse Ludovico.
  «Berto è tornato » disse Rachele.
  La strinse a sé Ludovico:
  «Berto è dentro di noi » le sussurrò.

(fine)


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart