di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 5 marzo 1970]
Inaspettata e felice, una colossale risata alla Rabelais attraversa la letteratura ame ricana recentissima, da quan do i romanzieri di buona fa ma e precedenti impeccabili aggrediscono con gli sfaccia ti sberleffi della farsa la ma dornale voga per l’erotismo che prospera spensieratamen te negli Stati Uniti d’oggi. Con Myra Breckinridge, Cop pie, Lamento di Portnoy, un improvviso « tornado » picare sco stravolge un’intera narra tiva che rimestava ancora fra le ceneri di Salinger. Sbatte e scuote insieme i due muri maestri di tanta cultura ame ricana contemporanea: la neurosi intellettuale, e la por nografia commerciale. Ma in tanto tre autori eccellenti producono i loro romanzi mi gliori nei modi della parodia scatenata, e non più della ri flessione pensosa, o della sa tira ironica.
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In Coppie, John Updike si congeda bruscamente dalle crisi sussurrate nelle esisten ze consunte delle cittadine depresse. Ride, invece, su un « giro », clamoroso come un circo, di entusiastici adulte ri suburbani collettivi in una comunità proverbialmente pu ritana, ma più drolatique di Clochemerle o di Parma. Go re Vidal, in Myra Breckinrid ge, cucina le folli trame cali forniane di un parossistico « travesti » intrecciandole ai paradossi di un falso Roman zo Filosofico provvisto della seguente ideologia: i più scalcinati film hollywoodiani « di consumo » degli Anni Quaranta â— attualmente ber saglio di risate demenziali da parte degli adolescenti camp che li vedono alla televisione, nonché oggetto di seriose in dagini da parte di una « criti ca della cultura di massa » da vaudeville â— rappresentano in realtà il culmine dell’inte ra Cultura Occidentale. E per ché? Non soltanto riassumo no definitivamente tutti i te mi fondamentali delle grandi letterature europee; ma fis sano una volta per tutte i principali archetipi antropo logici, e i modelli di compor tamento, nella nuova società americana!
Dietro l’operazione di Phi lip Roth preme invece la stra ordinaria ricchezza vocale e verbale di Nuova York in quanto casa-madre della mi glior cultura ebrea d’oggi: la superiore ironia joyciana e sveviana e chapliniana di Saul Bellow; le desolate affli zioni di Bernard Malamud, sospese fra un inconclusivo presente e la memoria vivida dei pogrom slavi; la proterva belligeranza di Norman Podhoretz, deciso a farcela ad ogni costo nella giungla del l’industria culturale e delle « pubbliche relazioni » a Manhattan. E inoltre una sofisti catissima critica letteraria e sociologica e artistica… Ma anche i favolosi musicals di Broadway, nati dal medesimo folklore dei ghetti leggendari che nutriva già la narrativa yiddish di Sholem Aleichem e Isaac Bashevis Singer, e la pittura di Chagall… E le stre pitose commedie dialettali al la Filumena Marturano dove l’indistruttibile Molly Picon interpreta da decenni l’esube rante mammona-chioccia di Brooklyn risoluta a dominare, nello stesso tinello, sia i non ni di Leopoli che rifiutano di parlare « americano », sia i nipoti « moderni » golosi di leccornie non kosher… E il nuovissimo cabaret di Woody Allen, sulle catastrofiche fru strazioni sessuali del ragazzi no sgobbone destinato alla carriera di rabbino-modello.
Tutti questi disparati filoni â— da Harold Rosenberg a Barbra Streisand… â— si ri conducono in effetti a un te ma « brooklyniano » unico e largamente intraducibile: i traumi dell’adattamento a una società dura e pacchiana, « competitiva » e « senza ra dici », da parte di un gruppo etnico e culturale visceral mente affezionato allo spirito e alla lettera delle tradizioni immobili della Sinagoga, pro vato duramente dalle persecu zioni europee, e ora insidiato più dal mediocre comfort del consumismo « affluente » che non da sostanziali pressioni politiche. In una situazione di « non assimilazione » affine, la risposta «etnica » della Little Italy è â— ahimè â— la Mafia: come prova il vistoso successo del Padrino di Mario Puzo. I contrasti fra la comunità israelitica e il mondo goy spingono invece la cultura nuovayorchese più nuova ver so la tragicommedia, o sul let tino dello psicanalista.
Qui la posizione di Roth, brooklyniano « di periferia », è sempre apparsa decisamente « singolare ». Già nel ’59, un critico acuto come Alfred Kazin « ammirava il suo insolito successo » nel rappresentare « il tipico tema dell’integrità personale di fronte alle impo sizioni della collettività » non già in termini di sofferenza razziale ineluttabile e atavi ca, bensì « mettendo a fuoco la personalità umiliata e of fesa dell’ebreo come indivi duo, e non dell’individuo in quanto ebreo » (magari a di spetto degli « ebrei professio nali », che s’indignano per un razzismo rovesciato). Ma in questo Lamento di Portnoy (Bompiani, pp. 304, L. 3000), una terrificante sghignazzata, impressionante come il Viag gio al termine della notte, torrenziale come il Tropico del Cancro, investe i due temi complementari, la tragedia del figlio « complessato » e la commedia della mammona strappalacrime, in un grovi glio prossimo oscuramente al la gran rabbia gaddiana della Cognizione del dolore.
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Sul lettino dello psicanali sta, il figlio confusamente ri gurgita le collere deliranti ac cumulate per trent’anni con tro gli ininterrotti « non man giar niente fuori casa », « chi credi d’essere », « fallo per farmi un piacerino », « mi spezzerai il cuore », « sarai sempre il mio Piccolino », « da solo, non sei capace di rego larti », « se non ci fossi qui io, chissà come finiresti », « non mi dài mai la minima consolazione », « guarda i tuoi compagni, quante soddisfazio ni dànno ai loro genitori », « bene come in casa nostra, non si mangia in nessun ri storante », «la mia sola colpa, è che sono sempre stata trop po affettuosa con voi »… In somma, lo sfogo incessante della mamma inebriata dai propri sacrifici, ossessionata dai rammendi e dalle polpet tine, che per tutta la vita parla e parla, però, in realtà, non ha mai parlato davvero col proprio figlio. Gli ha sol tanto riempito la testa di « os servazioni » e « raccomanda zioni », disinteressandosi total mente di ogni sua aspirazione o idea.
Come risultato, il bambino diventerà un omino lindo nel vestire, cerimonioso a tavola, premuroso con le ziette, perbenino a scuola. E un disastro in tutto il resto. Non fuma, non beve, non dice brutte pa role, non dimentica la canot tiera. Però non sa dire una parola in compagnia, sul la voro è uno straccio, con le donne fa pena, sarà un infe lice per tutta la vita, chissà perché il primo della classe riesce ultimo nella carriera, e quando sarà un fallito infan tile e neurotico, la famiglia addolorata esclamerà « perché si è ridotto così? » e non già « perché lo abbiamo ridotto così? ». Ma questa trama tut ta da piangere viene sbattuta e montata da Roth sulle buffissime fantasie dell’inesauri bile protagonista, e sulle dif ficoltà intestinali del suo pa pà, epicizzate da una « mimi ca verbale » smaccatamente farsesca. Così il deprimente dramma domestico si trasfor ma in uno smodato diverti mento alla Groucho Marx.
Dello stesso Philip Roth, Quando Lucy era buona (Riz zoli, pp. 348, L. 3200), precede il Portnoy di pochi anni, ma pare adesso una tranche de vie accurata e desolata e som messamente maliziosa sull’educazione sentimentale di un cuore semplice non « buono » ma cattivello, e anche un po’ stupidello, purtroppo privo di ogni buffoneria neurotica od erotica. Sono lontani il gran de Gargantua o l’avventuroso Simplicissimus. Siamo sem mai prossimi al film Picnic, rivisitato con l’alta sapienza della Jane Austen di Emma, della George Eliot di Middle- march.
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