di Bartolomeo Di Monaco
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Margherita #8
Di lì a qualche giorno cominciò a piovere. Non si trattava dei soliti temporali estivi; si capì subito che c’era nell’aria una minaccia, e pareva che il cielo volesse scaricarsi di un’altra maledizione, e trasferirla sulla Terra. La pioggia prese a cadere piano piano, e dopo il secondo giorno la gente cominciò a preoccuparsi. Il terzo giorno gonfiarono i corsi d’acqua. La Freddana, a Monte San Quirico, saliva e saliva verso la strada, ma anche a San Macario, la Contesora e la Cerchia e la Certosa, tre torrenti indiavolati, pronti all’offesa, inquietavano. Alcuni abitanti si erano appostati sugli argini a sorvegliare. Le acque erano divenute limacciose, brontolavano. Dal cielo cadeva sempre più fitta la pioggia.
«Questa volta rompe gli argini, il fiume » disse qualcuno.
Il Serchio ricopriva già le arcate dei ponti, ma pareva indugiare, aspettare ancora. Chissà se non pensava, il fiume, all’ultima volta che, un secolo prima, aveva atterrito i lucchesi ed era arrivato fin sotto le Mura; ed ora forse aveva per la sua gente un po’ di pietà. Lo guardavano dalle spallette dei ponti, sporgendosi, e non c’era persona che non si ritraesse spaventata.
«Se il Serchio rompe, questa volta non si salva nessuno. »
Si videro passare tronchi d’albero, rami, detriti che testimoniavano la violenza delle acque. Sparivano e ricomparivano, travolti dalla corrente, che increspava e incupiva il fiume.
«Quelle acque farebbero pulizia di tante cose » disse un anziano, restando appoggiato al parapetto.
Invece ruppero all’improvviso i quattro torrenti, e la Contesora dilagò nei campi, gonfiò, raggiunse i primi piani delle case, e la gente scappava, e così accadeva per la Cerchia, per la Certosa, per la Freddana. In un attimo, la campagna lucchese fu squassata, violentata, predata dalle acque. Si rovesciarono sulle strade e travolsero ponti e auto, e cedettero alcuni tratti di asfalto, e le vie divennero fiumi. Sopra la testa della gente volavano ora gli elicotteri della Protezione Civile. Ma non c’era più niente da salvare. In quei pochi minuti, molto era andato distrutto, e da lassù si poteva soltanto vedere che le acque si erano quietate, e sazie dello scempio coprivano e nascondevano ogni cosa.
Come sempre accade in queste occasioni, poco dopo la rottura degli argini e il disastro compiuto, cessò la pioggia e comparve il sole. Si annunciava una giornata di nuovo radiosa e torrida, simile alle molte di quell’estate. La gente si mise a dorso nudo e a piedi scalzi, e cominciò l’opera di recupero. Furono trasportati fuori dell’uscio armadi, sedie, credenze, divani, cucine, ancora grondanti d’acqua. Qualcuno prese a bestemmiare a voce alta. Intorno alla scuola, si vedevano spuntare i tetti delle auto semisommerse. Più tardi, una jeep attrezzata venne a recuperarle, e ad una ad una le rimorchiava e le portava su di una piccola altura.
«È andata peggio alle case. »
Nessuno se ne restò con le mani in mano, e dagli usci andavano e venivano familiari con le braccia piene di cose. Le stendevano al sole, e ogni volta levavano il cupo brontolio della disperazione.
«Lo si diceva che prima o poi sarebbe successo. »
«Chi ci rimborserà dei danni. »
«Nessuno ha più guardato i fiumi. Se li sono messi in tasca i nostri soldi. »
«Siano stramaledetti. »
Non ci furono tuttavia morti, e questo fu un vero miracolo.
Jacopo era stato coi più sopra Ponte San Pietro, ma appena si sparse la notizia che la Contesora era straripata ed aveva invaso i primi piani delle case, si diresse a piedi in quel punto, camminando in mezzo all’acqua. Giunto alle prime famiglie, senza dire nulla, si rimboccò le maniche per aiutare.
«Non si può andare avanti così » disse una donna. «Sono i sacrifici di tutta una vita. »
«Si sono arricchiti alle nostre spalle. Non gliene importa niente di noi. »
«Fanno bene ad ucciderli tutti, » disse un ragazzo «e prima o poi ne ucciderò uno anch’io. »
I giorni in cui Jacopo restava a casa, nella sua villetta coi pini, nella quale riusciva a volte a dimenticare il mondo e a sognare, avvertiva la mancanza di Dok, il pastore tedesco che i ladri si erano portati via, per venderlo chi sa a chi e dove. Quando Stella veniva a trovarlo, lui non si sentiva mai come sul fiume, e a casa sua era più esposto ai sentimenti, e Stella a volte non lo riconosceva. Gli mancavano tanto le corse forsennate di Dok intorno alla casa, e quel fiato grosso che avvertiva quando il cane veniva a sdraiarsi accanto a lui, vicino alla panchina. Il rapporto con Dok era stato talmente corrisposto e tenero che bastava offrire una carezza al cane perché riaffiorassero in superficie i sentimenti, e quella semplice carezza riusciva a ricongiungerlo con il ragazzo che era stato, e finanche a restituirgli tutte le emozioni della sua vita lontana.