di Bartolomeo Di Monaco
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Margherita #9
Il reciproco donarsi è bello, e non costa niente. Perché allora è più facile odiarsi che amarsi? L’alluvione aveva esasperato ancora di più gli animi. La casa di Jacopo si trovava proprio a due passi dall’area colpita, ed era stata una vera fortuna restarne fuori. Udiva la gente gridare di rabbia, vedeva le donne stremate, senza più un briciolo di speranza. Pensò a Margherita. Dov’era? Perché lo aveva lasciato solo? Quanto più lo sfiorava la tristezza, tanto più pensava a Margherita; ed era ritornato altre volte alla Costanza proprio per lei, sperando di incontrarla. Aveva domandato, ma nessuno la ricordava più.
A causa dei molti morti provocati dalle malattie, le Autorità avevano ordinato di bruciarne i corpi, ed era stata innalzata una catasta di legna nei pressi del cimitero e aperta una grande fossa, e lì venivano riversate le ceneri. Tornando dal fiume con Stella, certe volte Jacopo si fermava a guardare, e quella combustione di corpi, quell’olezzo di carne, gli sembravano il segno di una morte più profonda, che in ogni vivente prendeva il posto dell’anima.
Una sera, Stella riconobbe il corpo del marito, mentre veniva gettato sulla catasta di legna. Era gonfio, tumefatto. Lo vide infiammarsi, lo sentì crepitare. Poi con il badile, uno degli uomini rovesciò nella fossa le sue ceneri.
«Ora è davvero morto » disse.
Alle porte dell’autunno, si diradarono i casi di morte, che aveva falcidiato soprattutto i baraccati, e si cominciò a credere che il peggio fosse passato. Nella Cattedrale, tuttavia, non si cessò di celebrare Messe di suffragio. Lo stesso Arcivescovo presiedeva ai riti, e sempre era pieno di gente il bel San Martino. Alla vigilia di Santa Croce, il male sembrò sconfitto, e tutti principiarono a gridare per le strade che era stato un altro miracolo del Volto Santo. Si sapeva, infatti, che altrove le malattie si erano invece incrudite, e molte città si stavano svuotando e parevano vinte dalla morte e dalla desolazione. Quel privilegio, perciò, che interrompeva il contagio, sembrò a tutti un riconoscimento per la presenza a Lucca dell’antico Crocifisso nero. Fu deciso di ripristinare la millenaria processione. Per l’intero pomeriggio, si vide una lunga fila di pellegrini sostare davanti alla piccola cappella del Civitali per esprimere il proprio ringraziamento al “Re dei lucchesi”. La sera, giunsero da tutta la provincia per assistervi, e le vie traboccavano di fedeli, che stettero per tutto il tempo inginocchiati, e testimoniavano a quel modo una gratitudine che non aveva riscontri di quella portata nella storia della città. Non ci fu una persona, adulta, vecchia, o piccina, che osò restare in piedi. Anche nell’attesa del passaggio si stette inginocchiati. Sparsi qua e là, alcuni guidavano a voce alta le preghiere.
Il giorno di Santa Croce fu come una Pasqua per la città, e davvero sembrò di assistere a una nuova Resurrezione. Ancora si leggeva sui volti il marchio delle sofferenze patite, ma negli occhi dei più brillava l’orgoglio di essere stati forti abbastanza per sopravvivere.
«Ora c’è bisogno di pace » non si stancavano di dire i preti dal pulpito, e si sapeva che questo restava un altro punto dolente da sciogliere degli accadimenti di quell’anno terribile. Con la scomparsa delle pestilenze, infatti, dopo qualche tempo si moltiplicarono i risentimenti. Jacopo era stato anche lui a pregare, e vi aveva condotto Stella, che l’aveva seguito senza opporsi. A lei non interessava niente della religione, e l’unico Dio in cui credeva scorreva nel suo sangue, e sarebbe morto con lei. Guardava tuttavia con curiosità la gente pregare. Non la capiva, e le sembravano deboli gli uomini che stavano in ginocchio, e temeva che Jacopo diventasse uno come loro.
Non passarono molte settimane che si riudì parlare di scontri nelle zone dei baraccati, e di nuove morti violente. L’uomo era tornato ad essere lupo. Jacopo ce l’aveva ancora coi baraccati, per via del furto nella sua casa e della sparizione di Dok. Certi giorni lasciò Stella e si unì ai gruppi che li volevano cacciare. S’inselvatichiva nella lotta, e i compagni cominciarono a conoscerlo, e lo mandavano a chiamare quando si doveva preparare un’impresa più grossa. Ai nuovi amici che gli domandavano da dove provenisse tanto odio, non sapeva rispondere, e per la prima volta si sentiva contento di quella fama scellerata. Come sempre succede in queste particolari circostanze, prese partito con una tale fermezza che vi trascinò tutti gli eccessi del suo entusiasmo, e vi mise al servizio anche la sua intelligenza, e a questo punto nessuno avrebbe potuto convincerlo che ciò che stava facendo non fosse il segno di una sua vocazione.
Si era giunti alla settimana precedente il Natale, e per la città comparvero per la prima volta quelle che poi furono conosciute come “le croci dei ladroni”. Si trattava di due semplici croci di legno, che furono issate a lato della bianca chiesa di San Michele, vicino alla statua del Burlamacchi. Restarono in quel luogo vuote per alcuni giorni, e la gente le guardava, avida di sapere; e infine si apprese che non si sarebbero più commessi quegli omicidi, ma sarebbe stata comminata pubblicamente una nuova pena, quella appunto della crocifissione, come si era fatto nell’antichità per i ladroni. Si sarebbero appesi alla croce due soli ladroni alla volta, come quelli che avevano accompagnato la crocifissione di Gesù. Soltanto che in mezzo, però, mancava Cristo a salvarne uno.
La vigilia di Natale si sparse la voce che avrebbero condotto in piazza i primi condannati. La gente era radunata dalle prime ore del mattino. Chi aveva trovato posto sui gradini della chiesa, chi in cima alla statua del Burlamacchi, chi sotto gli archi di palazzo Pretorio. Difficile invece sistemarsi per quelli che giungevano troppo tardi dal contado o dalla provincia. La gente arrivò a invadere le altre piazze circostanti, e si udiva un gran brusio. Verso mezzogiorno, la folla si aprì in due ali dalla parte di via Veneto e passò un’auto nera. Giunta ai gradini della piazza, furono scaricati due uomini imbavagliati. Avevano mani e gambe legate, e rotolarono a terra proprio come due sacchi, mugolando. Alcuni incaricati che si trovavano tra la folla, sbucarono a raccoglierli e li condussero davanti alla statua del Burlamacchi. Altri intanto avevano sdraiato le croci. Vennero slegati e spogliati rapidamente di tutto. Quindi, furono gettati a forza sulle grandi croci, e qualcuno strinse i lacci alle mani e ai piedi. Gridavano, ma la gente urlava più di loro, e perciò non dissero più niente. Alcuni addetti issarono di nuovo le croci, e i due sventurati apparvero lassù in alto proprio come i due ladroni. La folla si divertiva ora, e riconosceva nella crudele punizione l’unica rivalsa possibile. Erano stati troppi e troppo profondi i torti subiti, e quella poteva essere, almeno in parte, la ricompensa ai patimenti di quegli anni.
La Chiesa levava la voce contro quel modo barbaro di fare giustizia, ma nessuno l’ascoltava, e sembrava che non fosse rimasta più umanità nel cuore della gente, ed era vano sperare che qualcuno potesse intendere ancora il significato del perdono.
Jacopo era felice di ciò che stava accadendo. Si sapeva ormai in tutta la città che l’idea delle due croci era stata sua.