di Mariapia Frigerio
ATTO UNICO
di e con
MARIAPIA FRIGERIO
Palcoscènico praticamente vuoto, solo una sèggiola, qualche libro per tèrra, una fila di scarpe e, da un lato, un tavolino con una àbat-jour.
La scèna si svolge alla luce di quest’ultima e di un faro che ségue, per illuminare, i pochi spostamenti della protagonista.
“No… no… no, per favore, vi siete sbagliati, la spallièra della sèggiola non verso il pubblico!
Io, come potete vedere, non sono Marlène Dietrich! Vi immaginate se mi mettessi a sedere a cavalcioni? Le mie cosce grasse, flaccide, cellulitiche si affloscerebbero in maniera impietosa e, credetemi, non ho intenzione di darvi uno spettacolo così degradante e degradato di me.
Allora è mèglio girare la seggiola… ecco, proprio così! in modo che io possa guardare i miei spettatori vis-à-vis, seduta, composta, come una signora comme il faut.
Cosa… cosa state guardando? … ah, ho capito, le mie scarpe! Ne ho tante lo so, forse … forse troppe. Sono, del resto, il capo d’abbigliamento, l’accessorio, diciamo, che più amo e poi… nelle mie scarpe c’è la mia personalità… Queste verdi, ad esempio, vedete, hanno un non so che di settecentesco, “alla Fragonard”, come disse un mio amico artista. E quelle, guardate, con la punta lunga, affusolata e il tacco alto a rocchetto, viola! Aggressive, da donna in carriera, personaggio che peraltro non mi corrisponde, ma che a volte desidererei essere. Un po’ di sicurezza in più non farebbe male!
Poi le romantiche per eccellenza: in camoscio nero con nastro e drappeggio posteriore, sensuali come i passi del tango, avvolgenti e … coinvolgenti!
E là, in fondo, quelle argentate che io, con la mia mania di catalogare e classificare, ho chiamato “bambola d’argènto”!
Infine queste che indosso, che non saprei proprio come definire… una specie di pianelle, di babbucce, di ballerine, che aderiscono completamente alla forma del mio piede…
Del resto pensando a quali parti siano quelle più sensuali nel corpo di una donna, ho sempre pensato che fossero quelle che stanno alle estremità opposte: i pièdi da un lato, la tèsta dall’altro.
Vedo, tra il pubblico maschile, alcuni risolini mascherati e che forse non esplodono in fragorose risate solo perché costoro non sono soli (tutti hanno una sorella, una compagna, una moglie, una madre)…ma io sono fermamente convinta di quello che dico!
E… penso di avervi fatto venire qui, tutto sommato, proprio per raccontarvi della mia tèsta.
Io ho convissuto tanto bene con la mia testa. Ho sempre coltivato i miei pensièri, me li sono coccolati e mi sono fatta coccolare da loro. Sono stati, come e comunque, la mia costante compagnia.
Forse sono matta… e forse è giusto che mi abbiano fatto quello che mi hanno fatto!
Del rèsto, non sono sempre stata rimproverata per questo?
“Hai sempre la testa tra le nuvole”- mi dicevano i miei genitori.
“Non puoi vivere di arte e di poesia”- mio marito.
Lo stesso medico, quando gli dissi che perdevo la memoria:
– “Perde la memoria, signora, o si abbandona ai suoi pensièri?”
Caspita! Aveva capito anche lui… però… però la memoria io la perdevo davvero!!!
Quando pènso alla noia che pervade i nostri ragazzi, ma anche i ragazzi di ieri e i bambini di oggi, mi sembra di impazzire. Ma come è possibile, mi dico, se tutti abbiamo una testa! Io fatico perfino a capire chi si fa le canne per noia. Io – capirete bene – alla mia tènera età non me ne sono ancora fatta una! Ho bisogno di canne, io, con la testa che ho?
Che la testa sia una parte molto erotica, non sono poi la sola a sostenerlo.
Negli anni Settanta – gli anni della mia giovinezza – un bellone di Hollywood, Warren Beatty, girò un film dal titolo “Shampoo”che non vidi solo perché in quel periodo era tassativo vedere esclusivamente film impegnati e, probabilmente, quello non lo era. In quel film, Warren Beatty, sosteneva che i parrucchieri hanno, con le loro clienti, un rapporto estremamente erotico, in quanto, toccando loro la testa, crèano il contatto più intimo che ci possa essere tra uomo e donna. Beh, detto da lui, non era male!
Del resto non si spiegherebbe altrimenti la ritrosia mostrata da quasi tutte le donne nel farsi toccare la testa: sicuramente una forma di pudore per una parte, diciamo, intima e non solo strènua difesa di pettinature più o meno a carciofo. Né, peraltro, si comprenderebbe il mio desidèrio, al contrario, di capigliature mai rigide, anzi sempre naturali, tali da permettere a qualunque uomo, in qualunque momento, di poterci infilare impunemente le mani.
… Io, questo contatto intimo, lo ebbi con la persona che mi operò.
Ma, dimenticavo! Non vi ho detto che qualche mese fa ho subito un grosso intèrvento alla testa. Tutto era cominciato con un attacco epilèttico.
“Un male nobile! “- mi disse il mio amico filosofo. Ma…! Sempre meglio un male nobile di uno volgare… Quantomeno è più chic.
Ora, voi sapete, che chi è epilettico lo è, di solito, dalla nascita. Per una come me, però, che ha da tèmpo lasciato la giovinezza, un attacco del gènere, peraltro improvviso, è quantomeno inquietante.
Ah, scusate, vi presènto: questa è Apua, il mio amore, la mia cagnolina, la persona che mi è sèmpre vicina, – e non è un lapsus freudiano -, la mia ombra. Lei mi ségue ovunque ed è ormai il mio segno di riconoscimento. La gènte della mia città mi riconosce per lei. Quante volte mi sento chiamare:
– “Mariapia, Mariapia: abbiamo visto lei… poi te! “. A volte mi chiedo: “E il giorno che non ci sarà più, avrò io, ancora, un’identità? “. Mi dispiace, ammetto, essere miscredente e non crédere nei santi e non poter diventare santa io stessa… solo… solo perché non potrò avere lei come mio attributo. Pensate quanti splendidi dipinti con S.Lucia e i suoi occhi, S. Sebastiano e le sue frecce, S. Caterina e la sua ruota…
Ammetto, mi mancherà S. Mariapia… e la sua Apua!
Ma torniamo al discorso sul mio intervènto, intervento di sette ore con apertura di scatola cranica di ben 28 cm.! ( misurati peraltro da mia madre ).
Ebbène, l’uomo che mi operò èbbe in mano la parte più intima di me ed aprendola entrò nei miei pensieri. Ma prima, stesa su quel tavolo di metallo gèlido, mi aveva préso il volto tra le mani e mi aveva chièsto: “Ha paura? “. “No”, – avevo risposto – “ho solo tanto fréddo”.
E lui, in modo maldestro, mi aveva coperta con un telo termico.
Ma non solo me l’aprì, la mia testa ! Me la richiuse pure! Con perni e colla fisiologica! (ho letto le cartelle cliniche: “Fatto quattro buchi col trapano…”. Una scena da film horror!). Mi disse che ero giovane e avevo dei bèi capélli e forse… forse per questo non mi rasò. Io, tonta e fuori dal mondo come sèmpre, non avevo pènsato che un intervento alla testa richiedesse la rasatura. Me lo ricordò mio marito che aggiunse: “Dovremo pensare alle parrucche”. Le parrucche?!? Ma che orrore! Mi sentivo parte di uno scritto verghiano: la moglie di compare Turiddu… con la parrucca! I miei figli optarono invéce per una bella pelata, con orecchini estrosi e un bel trucco. – “Sei abbastanza matta, mamma, per stare benissimo”. Avevano ragione e, in ogni caso, mi rincuorarono molto.
Le previsioni risultarono, per mia fortuna, errate, perché lui, il medico, quando mi vide, mi disse: “Lei è giovane, ha dei bei capelli e io non la raso”.
“Che banalità !” – direte voi . E no, no, signori miei ! Vi sembra cosa da poco sentirsi dire di essere giovane da un uomo più o meno della mia età, mentre sono circondata da gente che pensa solo agli anni, che non vive, che consuma tutto in tèmpi brevi e che è perennemente insoddisfatta? Io, in effetti, continuo ad essere, se non una donna giovane, una bambina invecchiata ed è questa una delle poche doti che possiedo: non aver mai abbandonato completamente il mondo dell’infanzia. “Lei è giovane e ha dei bei capelli”. Dei bei capelli, io? Io ho i capelli che ho, come potete vedere: ricci, anche un po’ créspi e, come già vi dissi, sono stata ragazza negli anni Settanta, quando erano di rigore i capelli lisci, alla cosiddetta “svedese”. Io sono sempre stata in lotta con i miei capelli: con spazzole, phon, … perfino col ferro da stiro!
Una lotta improba! Ma, alla fine, … ha vinto il riccio! Ed ora… ora io lo amo questo riccio e lo terrò sempre, dopo che lui, non solo mi ha detto che avevo dei bei capelli, ma … me li ha pure pettinati, questi capelli… davanti agli occhi esterefatti della Filomena. E qui devo aprire un nuovo capitolo: la Filomena.
Quando vénni ricoverata scélsi, anziché la camera a pagamento, di andare in corsia. Fu, in verità, vista la gravità dell’intervènto, una corsia privilegiata, di due soli letti: quello della Filomena e il mio.
Io sono quella che sono, mi vedete: non posso nascondere di avere una certa cultura e una certa educazione. La Filomena è quella che un tempo si sarebbe definita “una donna sémplice”. Semplice sì, ma nello stesso tempo eccezionale! Come sono stata bene con la Filomena… come mi sono divertita! Lei era lì, con la sua milza spappolata, eppure sempre disponibile con me, sempre pronta ad aiutarmi e, in un certo senso, a protèggermi.
Dovete sapere che io non amo disturbare e che vorrei passare anonima nella vita. Con lei questo non era possibile. Bastava le dicessi: “Ah, Filomena, che male di schièna ho!”. E lei: “Cara, si chiama l’infermiera e le si fa portare un guanciale”. – “No, Filomena, non è il caso”, ma lei, tacchete, si appendeva al campanello e l’infermiera arrivava. Oppure: “Filomena, come è fastidiosa quella luce della finestra per la mia testa”.
“Cara, chiamiamo subito l’infermiera e le facciamo abbassare la tapparella”. “No, no, Filomena, posso provare a girarmi dall’altra parte”. Ma lei, tacchete, aveva già suonato il campanello.
Era un tesoro perché, pur senza farmene cenno, aveva capito il mio dramma, la mia sofferènza.
Il suo comodino poi, èra una spècie di altarolo dedicato a Padre Pio. Ce n’erano di tutte le fogge e di tutti tipi e uno… uno se lo portava pure appeso al collo e Padre Pio fu da lei pregato per me. Eppure mi aveva conosciuta solo da un giorno… Ma lei pregò tutto il tempo in cui fui in sala operatoria, tutta la notte in cui fui in rianimazione.
Qualcuno di voi è mai stato in sala rianimazione? Io trascorsi quella notte – la notte di S.Lorenzo – con davanti agli occhi, separato solo da un vetro (gli infermieri pensandomi sempre sotto anestesia avevano tralasciato di calare la veneziana), il corpo nudo di un uomo immenso, una vera e propria montagna di carne umana: un tentato suicidio. Contro costui gli infermieri inveivano con impropèri e volgarità. Passai la notte con quella tragica immagine nei miei occhi, con i suoi bestiali lamenti nelle mie orecchie, con l’angoscia che quanto mi avevano fatto alla testa non fosse, come dire, riuscito. Mi rési conto che quel “X agosto” di letteraria, pascoliana memoria, quella notte di S.Lorenzo senza stelle cadenti, ma a fianco di un’umanità sofferènte per cui forse era valsa la pena esprimere qualche desidèrio, fu un giorno per me importantissimo. In quel giorno, o meglio, in quella lunga notte, capii quanto sarebbe stato importante per me toccare quel corpo, poterlo carezzare con le mie mani… nude, potergli ridare forza e vita… Il corpo incontinente di un uomo non più padrone di sé, eppure… eppure crédetemi, l’avrei toccato senza alcun senso di schifo, io schizzinosissima peraltro, che per méttere un pésce in padella, o anche solo per pelare le patate, mi infilo … i guanti di gomma!
Tornai dalla mia Filomena come drogata, con cannelli che mi uscivano dalla testa … e non solo. Ero esaltata, eccitata. Ripeto, drogata. Dissi, alle persone che mi circondavano, che non me la sarei sentita di dormire sola.
Scélsi, tra i tanti, mio figlio, il più adatto essendo, diciamo, giovane e forte, a dormire su una poltrona tra me e la mia compagna di stanza e, naturalmente, chiesi a quest’ultima se non avesse avuto nulla in contrario che un giovane uomo dormisse tra noi. “Figuriamoci, cara!”- rispose lei.
Spegnemmo le luci prestissimo. Solo lui leggeva alla fioca luce dell’ospedale. Mi svegliai durante la notte. Ero disperata. Tutta la tensione, l’angoscia, la paura che avevo nascosto nei dièci giorni prima dell’intervento (e se fossi morta? e se fossi finita in carrozzella? e se fossi rimasta cretina?) ora non mi era più possibile contenerla. Piansi a lungo con mio figlio, gli dissi la mia disperazione, il mio sentirmi finita.
Piansi come avrebbe pianto una donna, non una madre di fronte al proprio figlio e lui… lui mi consolò come un uomo, non come un figlio di fronte alla propria madre.
La vita in ospedale procedeva monotana e uniforme, con – diciamo -scadenze fisse e appuntamenti regolari. Una vita disciplinata da orari che non mi era mai stato possibile realizzare al di fuori di quelle mura.
“Siete dei grandi disordinati! “- tuonava spésso mio nonno contro tutti i componenti della mia famiglia. E aveva ragione: venivo da una famiglia sènza orari e avevo io stessa dei figli senza la nozione del tèmpo. Del resto, sia mio nonno che io, avremmo voluto la puntualità per potere poi avere del tempo a nostra disposizione, per potere, ad esèmpio, catalogare… e non solo le scarpe, come faccio io, o i film che vedeva, come faceva lui!
Eravamo, la Filomena ed io, in balia degli umori di infermière non sempre disponibili, a volte perfino rozze e cafone. Ma mentre io mi calavo nel più totale anonimato, la mia compagna, ogni volta che costoro comparivano, le accoglieva con un inconfondibile: “Buon giorno, cara!”.
I riti quotidiani erano poi sempre gli stéssi: svéglia il mattino, toilette con gran scorrere di acqua per la Filomena, con latti detergenti, tonici e creme per me, colazione, cambio di flebo e visita dei mèdici, parenti, pranzo, riposo, merenda, di nuovo parènti, céna.
E dopo questa, la mia compagna, che durante tutta la giornata non aveva fatto altro che descrivermi con particolari estremamente realistici tutte le sue esigenze fisiologiche, si lasciava trasportare da una inaspettata véna poètica. “Guardi, cara – mi dicéva – che meraviglia quella nuvoletta rosa!”. Ed entrambe allora commentavamo la meraviglia di quel quadrato di cièlo che vedevamo sopra uno squallido muro, fuori dalla nostra finestra.
La Filomena aveva – Padre Pio a parte – una visione totalmente laica della vita e fu per me, nel tempo trascorso con lei, come se avessi vissuto in una novella del Boccaccio, perché lei aveva un’umanità totale che sapeva passare dagli aspetti più infimi della vita, senza timore, senza vergogna, alle vétte più alte dello spirito.
Nel ripetersi sèmpre uguale delle nostre giornate, lui, il mio dottore, rappresentava l’elemento sorpresa. Giungeva infatti inaspettato a qualunque ora del giorno e della notte. Entrava con estrema autorevolezza, si sedeva sul mio letto (cosa proibitissima sia per medici che per infermieri), mi parlava in tono pacato e rassicurante, mi levava la pelle morta dal braccio con la flebite, rispondeva a tutte le domande che io, scrupolosamente, gli preparavo scritte su un quadernino.
La Filomena seguiva tutto, pur girandoci le spalle, per grande discrezione. In una sua visita notturna – come sempre inaspettata – mi trovò in lacrime. Cercai, per quanto possibile di nascondermi sotto le coperte, ma fu una inutile fatica. Lui non mi fece domande, solamente disse: “Pènsi se le avessi tagliato i capelli!”.
La mattina seguente fece il suo ingresso nella nostra camera con la solita irruenza e mi chièse se mi fossi pettinata. “Ma, dottore, col taglio che ho e tutta la coroncina di garza … mi créda, io non mi toccherò mai più la testa!”. “E perché créde le abbia lasciato i capélli? Mi dia un pettine!”. Prési, dal comodino, il mio pettine, naturalmente viola, e glielo diedi. Lui iniziò a pettinarmi: da destra a sinistra, di sopra e di sotto. Io ero in preda a una vergogna sovrumana. Ma vi rendete conto che sotto il pettine lui pettinava, smuoveva, vedeva i miei ricci?!? Questi ricci di cui sempre mi ero vergognata e che sempre avevo umiliato – come già vi dicevo – stirandoli con spazzole, phon e ferri da stiro! Lui continuava instancabile: – “Dove lo vuole il ciuffo? A destra? a sinistra? vuole… la riga nel mezzo? “.
Con quel suo pettinarmi aveva posto fine non solo alla guerra tra me e il riccio e mi aveva fatto accettare una parte di me che indiscutibilmente mi appartiène, ma mi aveva riportato alla mia infanzia, a quando mia nonna mi pettinava e io, bambina viziatissima, urlavo e mi ribellavo senza alcun ritegno. La mia nonna allora mi prendeva in giro (cosa che mi faceva andare su tutte le furie!) cantandomi una canzone del periodo “La donna riccia”: “…. no… no… no, perché per ogni riccio c’è sotto un capriccio, la donna riccia non la voglio, no! “.
So che a chi mi conosce potrà sembrar strano, so che le persone mi vedono come una donna piuttosto austera e severa, di certo non frivola. Ma questa mia immagine, peraltro reale, è frutto di una severa educazione e di una rigida disciplina. Posso dire ora, dall’alto della mia età e del mio intervento – senza più timori – che quella che appaio e che la vita mi ha imposto di essere, è una persona totalmente diversa dalla mia vera essenza che si rispecchia completamente nella mia capigliatura e che è quindi quella di una donna capricciosissima.
Dopo il mèdico, l’unica persona che fu autorizzata a pettinarmi fu mia madre. Iniziava a pettinarmi con garbo e delicatezza, descrivendomi quello che vedeva: il taglio, i solchi, i buchi. Io la lasciavo fare ed ero felice e questa operazione avveniva ogni giorno, in ogni sua visita, e durava un tempo interminabile, non per necessità… o meglio… per la grande necessità che avevo io di amore, del suo amore, in modo esclusivo.
Un giorno le dissi persino che quella era l’estate più bella della mia vita. Lei scoppiò in un pianto a dirotto. Ma io non ero impazzita! Ero semplicemente cosciente che la “disgrazia” mi aveva permesso di rivendicare dei diritti per me irrinunciabili e a cui avevo sempre rinunciato per rispetto, educazione, devozione.
In effetti in ospedale avevo tutte quelle attenzioni che, salvo nella mia primissima infanzia, mi erano state negate in seguito per quelle forme di moralismo per cui la vita è un dovere ecc. ecc., per cui è preferibile dare piuttosto che ricevere and so on.
Ma io, che ormai mi sono svelata come capricciosa e viziata (“Ma mamma, non ti descrivere come un mostro!”- direbbe mia figlia), vi posso dire che in quell’ospedale spòrco, con le lenzuola bucate, dove colazione, pranzo e cena mi venivano offerte con ben tre possibilità di scélta, là, tra quelle mura maleodoranti che però mi proteggevano e isolavano da tutti i miei problemi, con la mia Filomena fedele e protettiva, fui quasi felice.
Mi accorgevo con terrore che l’estate più bella della mia vita stava per finire e ne ebbi la certezza quando il mio dottore mi disse, pensando di darmi una splèndida notizia, che mi avrebbe dimessa “venerdì o sabato”. Presi subito tempo e, dopo aver guardato la Filomena, èbbi la prontezza di dirgli: “Mèglio sabato”.
Lasciai, come era stato stabilito, la mia Filomena, il mio ospedale e anche il mio dottore, di sabato e di colpo, con una violenza che mi parve inaudita la luce e il sole mi investirono. Quella stessa luce e quello stesso sole sotto i quali avevo avuto il mio attacco epilettico.
Mi sentivo violentata, oltraggiata. Le chiuse mura dell’ospedale ora non avrebbero più potuto protèggermi ed io di nuovo sarei stata in balia del mondo. Non fu certo una bella sensazione.
Ebbi – in seguito – la presenza quotidiana di amici, alcuni totalmente inaspettati, ma non per questo meno cari. Cercai di mantenere i miei orari ospedalierièri, non solo per necessità, ma soprattutto “ad memoriam”; telefonai a giorni alterni alla Filomena, chiedendo della camera C, letto 42; ricevetti io stessa telefonate regolari – e quotidiane addirittura – dal mio amico *** “Ora – mi diceva – devi pensare solo a te, ora, ricordati, sei una donna di vetro”.
Sì, ero una donna di vetro che nessuno però cercava di preservare dalle bufère e queste, quanto prima, bussarono di nuovo alla mia porta.
Io, come donna di vetro, non sèppi resistere alla loro violenza e andai in frantumi.
In pezzi, in frantumi piansi a dirotto. Poi, un giorno, trovai nella cassetta delle lettere questo scritto. Scusate, lasciate che prenda i miei occhiali dalla borsetta e vi lègga. Un attimo solo… ecco… dunque: “Cara Mariapia, come stai? Io ti penso forte e guerrièra con il mondo contro. Con “bambole d’argento” ai piedi e i libri sotto al braccio. Ma soprattutto ti penso sorridente, con quel tuo unico sorriso che apre finestre e pagine e sogni. Ti prègo, non farti sopraffare dal quotidiano che devi solo rendere infraordinario e leggèro. Resta unica e imprevedibile, con le scarpe e i libri e così resterai invulnerabile. Un abbraccio per ogni volta che ti penso ° ° ° ”
Dopo un simile scritto – vi chièdo – voi che avreste fatto?
Io pènso che per me non esistano alternative. Ecco, allora, lèvo queste babbucce per indossare… o là… o là là… fatto! “bambole d’argento”. Prèndo, diciamo raccolgo, i miei libri: il mio Don Rigoberto, il mio giudice e, naturalmente, il mio Jules [e, raccogliendoli da terra, mostra al pubblico “I quaderni don Rigoberto” di Vargas Llosa, “Lettera al mio giudice” di Simenon, “Jules et Jim” di Roché]. Sfòdero il migliore dei miei sorrisi e, concedetemi, vi prego, mi do una ravviata ai ricci e, seguendo i consigli dell’anonimo amico, vi lascio per andare forte e guerriera con il mondo contro, … dove? ma… chi lo sa! Forse… forse alla ricérca di un mio Stige che mi rènda definitivamente invulnerabile.
Si alza, métte i libri sotto il braccio – come ai tempi del licéo – si avvicina al tavolino, spégne l’abat-jour e se ne va.
Rientrerà per dire: “Questo monologo è dedicato a mio fratello Alfonso.
Lui sa perché “.
Commenti
4 risposte a “Ogni riferimento a fatti, luoghi e persone è puramente casuale”
Monologo ampio, serrato, ben articolato, coadiuvato da una scrittura priva di scorie. La vibrazione comunicativa concede alla parola ampio significato e propone un susseguirsi di pensieri e di immagini tese a sottolineare la particolare carica emotiva e psicologica della protagonista. I desideri, i sogni, i progetti, le rievocazioni, le debolezze, le stravaganze, le fisime e certe fobie ben caratterizzano il personaggio femminile.
Ho notato che frequentemente l’autrice ha posto gli accenti, ora grave ora acuto a seconda dei casi, alla “e” all’interno delle parole, come a rimarcare la giusta dizione della parte recitante.
Ancora brava Mariapia Frigerio, che, come mi ha detto, è agli esordi nel mondo della scrittura
Gian Gabriele Benedetti
Prova
Prosa brillante, lieve, comica, specie nella prima parte dove la protagonista rivendica il primato della testa e dei piedi come le parti più intime e segrete di una donna. Se Gogol aveva un naso, Mariapia ha dei riccioli e questi le danno l’occasione di dichiarare il suo disaccordo con un mondo stereotipato e con le convenzioni di un’educazione rigida e formale.
Man mano che si procede nella lettura ci si accorge però di tutta la sua solitudine. A parte Filomena, il medico pettinatore e, occasionalmente, il figlio e la madre, Mariapia ha attraversato un mare di solitudine (Apua esclusa) per approdare alla felicità premurosa e protettiva di un letto d’ospedale. E’ in quest’ambiente disadorno e squallido che avviene la sua rinascita: il suo sentirsi donna umanamente ‘boccaccesca’. Il ‘ricciolo’ salverà la ‘donna di vetro’.
L’ho trovato. E lo leggero’ appena possibile, dopo che Lance e’ partito.
Maria Vittoria (Rori)