di Virgilio Lilli
[dal “Corriere della Sera”, martedì 14 aprile 1970]
Mi piace l’intelligenza auto noma. Autonoma anche dall’attualità della cultura. Mi piace l’intelligenza, svincolata perfino dall’informazione. Mi danno fastidio le intelligenze nelle quali il primo ruolo è assegnato all’aggiornamento. La presenza troppo affiorante della cultura eccessivamente aggiornata toglie al talento l’attributo dell’universale, lo trasferisce (e lo riduce) al particolare.
L’apparizione di volta in volta di un « protagonista del l’intelligenza » del momento, instaurato dalla cultura del giorno per ragioni d’attualità più che per motivi essenziali, mi dà l’impressione di un fe nomeno teatrale, di uno show acrobatico sul trapezio della moda, disancorato dall’intelli genza in sé. Protagonista del l’avventura-intelligenza io vor rei fosse sempre la ragione, quella di Confucio o di Talete, di Cartesio o di Einstein senza differenza.
In realtà la ragione può funzionare al di fuori della cultura che le lievita attorno, mentre questa non può fun zionare al di fuori di quella. L’errore della civiltà contem poranea sta un po’, a mio av viso, anche nella confusione fra intelletto e cultura; e co munque nella interdipenden za che l’intellettualismo di me stiere vuole stabilire ad ogni costo fra l’uno e l’altra. E’ forse vero che quanto più una intelligenza sarà corredata di cultura-cultura tanto più di sporrà di elementi atti alla propria determinazione: ma a patto che la cultura divenga un elemento di sfondo e non assuma il ruolo determinante che spetta solo all’intelletto.
La storia ci fornisce in abbondanza la dimostrazione sperimentale della indipenden za della intelligenza dalla cul tura. Per ricorrere a un esem pio piatto, una intelligenza come quella di Dante potreb be considerarsi ai giorni no stri priva di cultura se non altro per essere informata solo alla scienza e conoscenza me dievali. Il bagaglio di cultura di un uomo come Dante, sop pesato da noi suoi posteri sen za ipocrisie accademiche, può definirsi quasi completamente nullo al confronto dei tra guardi raggiunti dalla cultura del pieno ventesimo secolo.
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Trasportato di peso nella nostra èra, un uomo come Dante sarebbe un ignorante o quasi: egli si troverebbe non solo all’oscuro delle realizza zioni scientifiche concrete del le quali un uomo di mezza tacca nostro contemporaneo è completamente informato, ma gli mancherebbe, in più, tut ta l’elaborazione mentale e tutto il bagaglio nozionistico a proposito del mondo mora le, psicologico, estetico (oltre la coscienza del divenire so ciale, economico, tecnologico e finanche politico) di cui di spone un qualsiasi mediocre intellettuale d’oggi. Tutto ciò non diminuisce d’un nulla, tuttavia, la statura e il profilo della sua intelligenza, la qua le continua ad essere un feno meno di creazione e allo stes so tempo di scavo superiore forse a quanti fenomeni di creazione e di scavo sono in atto attorno a noi.
Tempo e cultura sono in un rapporto in un certo senso di struttivo, per il quale il tempo è precisamente qualche cosa il cui fluire distrugge la cul tura sulla quale passa (e che oltrepassa) pur nutrendosene. Si potrebbe anche affermare che l’intelligenza è un fine e la cultura un mezzo; e che come tutti i mezzi sono vitti me dei fini, così anche la cul tura è vittima dell’intelligen za. In altri termini la cultura è un alimento della intelligen za, la quale se ne nutre e, nutrendosene, la assimila, la trasforma e la elimina. Una cultura sulla quale è passata la voracità dell’intelligenza non è dissimile da un campo di grano sul quale è passato un nugolo di cavallette. Pensiamo un attimo alla storia della scienza.
La cultura è dunque un fe nomeno transitorio e tempo raneo, al contrario della intel ligenza ch’è un fenomeno im manente per eccellenza. La cultura è mortale e l’intelli genza non lo è. Esiste un an damento parabolico della cul tura il quale determina un diagramma facilmente indivi duabile nei suoi due rami ascendente e discendente. Esso ci presenta storicamente il susseguirsi delle nascite e del le relative morti delle culture (la storia è piena di culture morte come di necropoli o di cimiteri), cosa che non avvie ne per l’intelligenza. La cul tura attica del quarto secolo avanti Cristo è morta, ma l’intelligenza di Socrate, come ta le, è un fatto vivo, di oggi, dopo due dozzine di secoli, come allora. Degli dei ateniesi d’allora non rimane che cene re, ma delle idee di Socrate rimane tutto. Se egli piombas se fra noi dagli abissi del l’inconoscibile, ignorerebbe la fisica nucleare e la balistica spaziale ma ci fornirebbe for se la giusta chiave critica del la nostra società, che noi non sappiamo trovare.
Queste considerazioni con ducono a una affermazione che forse può suonare ingenerosa; e cioè che il nostro secolo, ricchissimo di informazioni ov viamente nuove, ha un uma nesimo più pregno di aggior namenti culturali che di in telligenza. La prova più tan gibile mi sembra ce la forni sca l’arte che, tutto sommato, è un’arte « colta » nel senso di essere informata e aggior nata ai dati esterni (non so lo in sede estetica), ma non illuminante nel senso costrut tivo.
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Perfino l’arte figurativa sot to la pressione dell’attualità dottrinaria è divenuta un fat to di moda culturale, esempio a volte perfino sconcertante di adesione â— contro ogni dettato dell’intelletto â— agli schemi di una estetica artifi cialmente aggiornata. Un quadro o una scultura si confi gurano così non come atti creativi ma come esercitazio ni di saggistica, a loro volta fenomeni critici (il più delle volte pseudocritici per la ve rità) al di fuori della dinami ca fattiva della intelligenza e delle sue invenzioni. E non a caso il linguaggio nell’arte è divenuto un gergo specialistico che sfugge nella maggior par te dei casi alla decifrazione della stessa intelligenza. D’al tra parte altri generi d’arte, ad esempio la narrativa, si ri solvono anch’essi nella mera adesione alla cultura di moda e ai suoi standard.
L’inettitudine mentale, che non raramente traspare nella resa incondizionata al marxi smo da parte di numerosissi mi « intellettuali » di paesi nei quali il dettato strettamente marxista non trova più giu stificazioni razionali, è un pro dotto della moda culturale. Abbiamo in Italia il caso di pittori di buon talento che per aderire alla vogue culturale marxista si sono esclusi dal l’intelligenza, divenendo scioc camente e automaticamente fi deisti e finendo sui banchi del mercato, come oggetti. Scrit tori anche eccellenti hanno ri nunciato all’intelligenza come osservatorio individuale per non « essere tagliati fuori dal la storia » e cioè per il timore di non essere « culturalmente » up to date.
Quale meraviglia che lo stesso concetto di rivoluzione abbia adottato i paradigmi in tellettualistici di moda, rinun ciando ai moventi logici che pure dovrebbero essere le sue determinanti? Un intellettuale « colto » agita il libretto dei pensieri, di Mao-Tse-tung in Italia, o in Olanda come lo agitano le formiche umane delle comuni agricole o urba ne cinesi, parificando due co se distantissime l’una dall’al tra (distanti interiormente più che esteriormente), l’Europa ela Cina, e dando la prova del vaneggiamento al quale, con la rinuncia alla ragione, può arrivare l’amore della cultura di moda.
Il contrasto latente fra cul tura e intelligenza, del resto, è sempre più evidente nelle ideologie appunto di natura messianica, basterebbe scorre re le pagine di una qualsiasi storia universale. Uno strego ne di una tribù equatoriale è l’uomo colto per eccellenza di quella tribù; e si può essere certi che saprà fornirci tutte le informazioni « culturali » possibili e immaginabili â— ag giornate fino al suo ultimo esorcismo â— sulla storia ideo logica dell’aggregato umano del quale rappresenta il car dine della erudizione e della scienza sia pure a suo modo. Se proverete a smontargli la cultura che costituisce la sua attualità con la vostra ragione, correrete il rischio di farvi bruciare, per suo ordine, dal la tribù.
Allo stesso modo i « credo »di natura politico-religiosa come il marxismo da una parte e il cattolicesimo dall’altra, pur non rinunciando al dogma della forza della realtà o del la forza del soprannaturale, giustificano ai nostri giorni le loro relative ragioni d’essere con motivi quasi esclusiva mente di aggiornamento cul turale che ne ravvicinano le opposte concezioni mistiche e ideologiche.
La forza della « cultura marxista » è pari oggi solo al la forza della cultura catto lica »: i due fideismi più ag giornati e pertanto più di mo da. La ragione â— che è poi l’intelligenza nella sua acce zione unica, laica, senza tem po, al di fuori degli involucri culturali d’attualità, â— sta di venendo, in tali condizioni, un pessimo affare.