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LETTERATURA: I MAESTRI: Cultura di moda

29 Settembre 2011

di Virgilio Lilli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 14 aprile 1970]

Mi piace l’intelligenza auto ¬≠noma. Autonoma anche dall’attualit√† della cultura. Mi piace l’intelligenza, svincolata perfino dall’informazione. Mi danno fastidio le intelligenze nelle quali il primo ruolo √® assegnato all’aggiornamento. La presenza troppo affiorante della cultura eccessivamente aggiornata toglie al talento l’attributo dell’universale, lo trasferisce (e lo riduce) al particolare.

L’apparizione di volta in volta di un ¬ę protagonista del ¬≠l’intelligenza ¬Ľ del momento, instaurato dalla cultura del giorno per ragioni d’attualit√† pi√Ļ che per motivi essenziali, mi d√† l’impressione di un fe ¬≠nomeno teatrale, di uno show acrobatico sul trapezio della moda, disancorato dall’intelli ¬≠genza in s√©. Protagonista del ¬≠l’avventura-intelligenza io vor ¬≠rei fosse sempre la ragione, quella di Confucio o di Talete, di Cartesio o di Einstein senza differenza.

In realt√† la ragione pu√≤ funzionare al di fuori della cultura che le lievita attorno, mentre questa non pu√≤ fun ¬≠zionare al di fuori di quella. L’errore della civilt√† contem ¬≠poranea sta un po’, a mio av ¬≠viso, anche nella confusione fra intelletto e cultura; e co ¬≠munque nella interdipenden ¬≠za che l’intellettualismo di me ¬≠stiere vuole stabilire ad ogni costo fra l’uno e l’altra. E’ forse vero che quanto pi√Ļ una intelligenza sar√† corredata di cultura-cultura tanto pi√Ļ di ¬≠sporr√† di elementi atti alla propria determinazione: ma a patto che la cultura divenga un elemento di sfondo e non assuma il ruolo determinante che spetta solo all’intelletto.

La storia ci fornisce in abbondanza la dimostrazione sperimentale della indipenden ­za della intelligenza dalla cul ­tura. Per ricorrere a un esem ­pio piatto, una intelligenza come quella di Dante potreb ­be considerarsi ai giorni no ­stri priva di cultura se non altro per essere informata solo alla scienza e conoscenza me ­dievali. Il bagaglio di cultura di un uomo come Dante, sop ­pesato da noi suoi posteri sen ­za ipocrisie accademiche, può definirsi quasi completamente nullo al confronto dei tra ­guardi raggiunti dalla cultura del pieno ventesimo secolo.

 

*

 

Trasportato di peso nella nostra √®ra, un uomo come Dante sarebbe un ignorante o quasi: egli si troverebbe non solo all’oscuro delle realizza ¬≠zioni scientifiche concrete del ¬≠le quali un uomo di mezza tacca nostro contemporaneo √® completamente informato, ma gli mancherebbe, in pi√Ļ, tut ¬≠ta l’elaborazione mentale e tutto il bagaglio nozionistico a proposito del mondo mora ¬≠le, psicologico, estetico (oltre la coscienza del divenire so ¬≠ciale, economico, tecnologico e finanche politico) di cui di ¬≠spone un qualsiasi mediocre intellettuale d’oggi. Tutto ci√≤ non diminuisce d’un nulla, tuttavia, la statura e il profilo della sua intelligenza, la qua ¬≠le continua ad essere un feno ¬≠meno di creazione e allo stes ¬≠so tempo di scavo superiore forse a quanti fenomeni di creazione e di scavo sono in atto attorno a noi.

Tempo e cultura sono in un rapporto in un certo senso di ¬≠struttivo, per il quale il tempo √® precisamente qualche cosa il cui fluire distrugge la cul ¬≠tura sulla quale passa (e che oltrepassa) pur nutrendosene. Si potrebbe anche affermare che l’intelligenza √® un fine e la cultura un mezzo; e che come tutti i mezzi sono vitti ¬≠me dei fini, cos√¨ anche la cul ¬≠tura √® vittima dell’intelligen ¬≠za. In altri termini la cultura √® un alimento della intelligen ¬≠za, la quale se ne nutre e, nutrendosene, la assimila, la trasforma e la elimina. Una cultura sulla quale √® passata la voracit√† dell’intelligenza non √® dissimile da un campo di grano sul quale √® passato un nugolo di cavallette. Pensiamo un attimo alla storia della scienza.

La cultura √® dunque un fe ¬≠nomeno transitorio e tempo ¬≠raneo, al contrario della intel ¬≠ligenza ch’√® un fenomeno im ¬≠manente per eccellenza. La cultura √® mortale e l’intelli ¬≠genza non lo √®. Esiste un an ¬≠damento parabolico della cul ¬≠tura il quale determina un diagramma facilmente indivi ¬≠duabile nei suoi due rami ascendente e discendente. Esso ci presenta storicamente il susseguirsi delle nascite e del ¬≠le relative morti delle culture (la storia √® piena di culture morte come di necropoli o di cimiteri), cosa che non avvie ¬≠ne per l’intelligenza. La cul ¬≠tura attica del quarto secolo avanti Cristo √® morta, ma l’intelligenza di Socrate, come ta ¬≠le, √® un fatto vivo, di oggi, dopo due dozzine di secoli, come allora. Degli dei ateniesi d’allora non rimane che cene ¬≠re, ma delle idee di Socrate rimane tutto. Se egli piombas ¬≠se fra noi dagli abissi del ¬≠l’inconoscibile, ignorerebbe la fisica nucleare e la balistica spaziale ma ci fornirebbe for ¬≠se la giusta chiave critica del ¬≠la nostra societ√†, che noi non sappiamo trovare.

Queste considerazioni con ¬≠ducono a una affermazione che forse pu√≤ suonare ingenerosa; e cio√® che il nostro secolo, ricchissimo di informazioni ov ¬≠viamente nuove, ha un uma ¬≠nesimo pi√Ļ pregno di aggior ¬≠namenti culturali che di in ¬≠telligenza. La prova pi√Ļ tan ¬≠gibile mi sembra ce la forni ¬≠sca l’arte che, tutto sommato, √® un’arte ¬ę colta ¬Ľ nel senso di essere informata e aggior ¬≠nata ai dati esterni (non so ¬≠lo in sede estetica), ma non illuminante nel senso costrut ¬≠tivo.

 

*

 

Perfino l’arte figurativa sot ¬≠to la pressione dell’attualit√† dottrinaria √® divenuta un fat ¬≠to di moda culturale, esempio a volte perfino sconcertante di adesione √Ę‚ÄĒ contro ogni dettato dell’intelletto √Ę‚ÄĒ agli schemi di una estetica artifi ¬≠cialmente aggiornata. Un quadro o una scultura si confi ¬≠gurano cos√¨ non come atti creativi ma come esercitazio ¬≠ni di saggistica, a loro volta fenomeni critici (il pi√Ļ delle volte pseudocritici per la ve ¬≠rit√†) al di fuori della dinami ¬≠ca fattiva della intelligenza e delle sue invenzioni. E ¬≠ non a caso il linguaggio nell’arte √® divenuto un gergo specialistico che sfugge nella maggior par ¬≠te dei casi alla decifrazione della stessa intelligenza. D’al ¬≠tra parte altri generi d’arte, ad esempio la narrativa, si ri ¬≠solvono anch’essi nella mera adesione alla cultura di moda e ai suoi standard.

L’inettitudine mentale, che non raramente traspare nella resa incondizionata al marxi ¬≠smo da parte di numerosissi ¬≠mi ¬ę intellettuali ¬Ľ di paesi nei quali il dettato strettamente marxista non trova pi√Ļ giu ¬≠stificazioni razionali, √® un pro ¬≠dotto della moda culturale. Abbiamo in Italia il caso di pittori di buon talento che per aderire alla vogue culturale marxista si sono esclusi dal ¬≠l’intelligenza, divenendo scioc ¬≠camente e automaticamente fi ¬≠deisti e finendo sui banchi del mercato, come oggetti. Scrit ¬≠tori anche eccellenti hanno ri ¬≠nunciato all’intelligenza come osservatorio individuale per non ¬ę essere tagliati fuori dal ¬≠la storia ¬Ľ e cio√® per il timore di non essere ¬ę culturalmente ¬Ľ up to date.

Quale meraviglia che lo stesso concetto di rivoluzione abbia adottato i paradigmi in ¬≠tellettualistici di moda, rinun ¬≠ciando ai moventi logici che pure dovrebbero essere le sue determinanti? Un intellettuale ¬ę colto ¬Ľ agita il libretto dei pensieri, di Mao-Tse-tung in Italia, o in Olanda come lo agitano le formiche umane delle comuni agricole o urba ¬≠ne cinesi, parificando due co ¬≠se distantissime l’una dall’al ¬≠tra (distanti interiormente pi√Ļ che esteriormente), l’Europa ela Cina, e dando la prova del vaneggiamento al quale, con la rinuncia alla ragione, pu√≤ arrivare l’amore della cultura di moda.

Il contrasto latente fra cul ¬≠tura e intelligenza, del resto, √® sempre pi√Ļ evidente nelle ideologie appunto di natura messianica, basterebbe scorre ¬≠re le pagine di una qualsiasi storia universale. Uno strego ¬≠ne di una trib√Ļ equatoriale √® l’uomo colto per eccellenza di quella trib√Ļ; e si pu√≤ essere certi che sapr√† fornirci tutte le informazioni ¬ę culturali ¬Ľ possibili e immaginabili √Ę‚ÄĒ ag ¬≠giornate fino al suo ultimo esorcismo √Ę‚ÄĒ sulla storia ideo ¬≠logica dell’aggregato umano del quale rappresenta il car ¬≠dine della erudizione e della scienza sia pure a suo modo. Se proverete a smontargli la cultura che costituisce la sua attualit√† con la vostra ragione, correrete il rischio di farvi bruciare, per suo ordine, dal ¬≠la trib√Ļ.

Allo stesso modo i ¬ę credo ¬Ľdi natura politico-religiosa come il marxismo da una parte e il cattolicesimo dall’altra, pur non rinunciando al dogma della forza della realt√† o del ¬≠la forza del soprannaturale, giustificano ai nostri giorni le loro relative ragioni d’essere con motivi quasi esclusiva ¬≠mente di aggiornamento cul ¬≠turale che ne ravvicinano le opposte concezioni mistiche e ideologiche.

La forza della ¬ę cultura marxista ¬Ľ √® pari oggi solo al ¬≠la forza della cultura catto ¬≠lica ¬Ľ: i due fideismi pi√Ļ ag ¬≠giornati e pertanto pi√Ļ di mo ¬≠da. La ragione √Ę‚ÄĒ che √® poi l’intelligenza nella sua acce ¬≠zione unica, laica, senza tem ¬≠po, al di fuori degli involucri culturali d’attualit√†, √Ę‚ÄĒ sta di ¬≠venendo, in tali condizioni, un pessimo affare.


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Bart