Talvolta in Orazio

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, martedì 24 giugno 1969]

Da studente universitario correvo un poco la cavallina (questa straordinaria espres ­sione si usava ancora), ma i miei due più grandi amici, di alcuni anni maggiori di me, erano fanciulleschi e austeri, sognavano la gloria: prefigu ­ravano i loro romanzi im ­mortali.

Avevo una dedizione per lo ­ro, addirittura umiltà. Stava ­mo molto insieme. Il tempo ci ha divisi e ciascuno di noi, ora, abita in luoghi diversi. T e Z sono effettivamente ro ­manzieri, con fama diseguale ma con meriti ed esiti di ot ­timo livello. Io li apprezzo ambedue. La critica avanguardistica, senza meravigliarci, li abbina nella condanna.

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Avevamo estri in comune, gusti simili. Le stesse ideolo ­gie politiche: l’odio per ciò che restava del fascismo, per lo stalinismo; l’auspicio che trionfasse una democrazia con ­creta. L’amore dello sport, del ­la geografia, del cinema, del nozionismo storico. Ci piace ­va, soprattutto, fantasticare in ­sieme. Il sesso come schiavitù non ci incatenava. Le discre ­panze fra noi erano (tacita ­mente) letterarie: tacitamente, perché mi sforzavo di igno ­rarle in nome dell’amicizia o, debbo ripeterlo, della sogge ­zione.

Conoscevo e temevo la loro intolleranza. Fiutavano dovun ­que la « letteratura », contrap ­posta all’Arte; il loro disprez ­zo per ciò che chiamavano let ­teratura era supremo. Detesta ­vano ogni forma di «lirismo ». Credevano fermamente che l’Arte consistesse nella Prosa: questa prosa doveva essere di ­sadorna e come suol dirsi tut ­ta cose; però non importava ­no le « cose », contava l’alone intorno ad esse talché dalla presenza semplice delle cose si liberasse fluendo la « rive ­lazione della vita », corpuscoli o attimi di vita. Quell’estetica implicava una sorta di religio ­sità o trascendentalismo, al quale aderivo. Più difficile sa ­rebbe stato aderire alle loro scelte, o peggio ai loro ana ­temi.

Di autori contemporanei parlavano poco, per lo più con un disprezzo superato sol ­tanto da quello che riserbava ­no agli autori antichi. Il gran secolo era l’Ottocento, specie russo e americano. Tolstoi leg ­germente inferiore a Dostoevskji, Melville impareggiabile.

I Promessi Sposi benissimo; male la Pentecoste. Fra i mo ­derni, Proust era un mistifi ­catore melenso, e questo, io che veneravo Proust, mi av ­viliva. Joyce aveva fornito al mondo un capolavoro assolu ­to, i Dubliners. e poi opere demenziali, come Ulysses. Di Pasternak, che in seguito avrebbero ammirato, non si co ­noscevano se non versi: vale ­va dunque la pena occuparsi di lui? Credo proprio che T. e Z., adesso, sorridano del loro (del nostro) provincia ­lismo di gioventù.

La loro avversione ai «clas ­sici » pareva viscerale: un clas ­sico, sentenziavano, realizza tutto se stesso (soffoca tutta la potenza della vita) in un ben ordinato schema libresco. Nessuna pietà per Dante, Boc ­caccio, Goethe, Machiavelli, Ariosto, Petrarca, Montaigne, Racine, Pascal. Peggiori, per ­ché modelli di tanta nequizia, i greci e i loro caudatari ro ­mani. Pessimo, in quanto « perfetto » â— il più stupida ­mente perfetto di ogni epoca â— Orazio. Io tacevo, ma non forse con l’ermetismo dovuto. Inoltre mi ero nel frattempo laureato in lettere (non in legge o in agraria), la qual cosa deponeva contro di me. Fui sospettato di leggere se ­gretamente Orazio con volut ­tà professorale. Ammisi. Ag ­giunsi, con empito di ribel ­lione, di leggere e rileggere i Carmina in un’edizione di Lipsia, senza note, datata 1904. La freddezza, in luogo dell’amore, imperò.

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Ma queste sono bagatelle; non ho dubbi che T. e Z„ giunti ai cinquant’anni, autori di buoni libri invisi agli avan ­guardisti, abbiano imparato a rispettare i classici, e anche Orazio, il quale fruisce tuttavia di un favore non soltanto professorale: un’edizione « ri ­fatta » delle sue opere, quella dell’Utet a cura di Tito Colamarino e Domenico Bo, tra ­duzione italiana con testo a fronte, ci si offre come « rico ­struzione del processo creati ­vo di un poeta finissimo, espo ­nente prestigioso dei modi cul ­turali à la page nell’età di Augusto e di Mecenate ».

Io continuo a leggere Ora ­zio in solitudine nel vecchio libro di Lipsia (l’« editio ste ­reotipa minor » del Mueller), indifferente al prestigio dei modi culturali nell’età di Au ­gusto. Può darsi che vent’anni or sono mi affascinassero la « perfezione » di Orazio, la sua natura manierata, i boschi del Vulture, la sua pazienza di scriba, l’Orazio simposiaco, quella tenerezza lucente. Ora è diverso. Altri poeti latini mi feriscono di più: Lucrezio, Ca ­tullo, Virgilio, forse Ovidio. Però mi sono meno familiari; non mi è concesso leggerli con la facilità con la quale leggo i Carmina, dopo il lungo stu ­dio. In Orazio, come in un poeta che si esprima nella mia lingua, mi è dato confrontar ­mi, specchiarmi: piegarmi al ­l’invenzione di un mondo. (Dovrei dire: all’invenzione del mondo).

E’ sempre necessario imme ­desimarsi in un poeta, se vo ­gliamo goderne, o soffrirne, riceverne luce. Certo: molti riferimenti in Orazio si sono fatti oscuri, l’apparato delle sue mitologie non m’interessa, i suoi amici a cominciare da Mecenate non mi interessano,la Romadi Augusto mi è estranea non meno di quella, per esempio, di Pio VII o di Cola di Rienzo. Ma è Roma, ha questo suono di Roma: io, come Orazio, vivo in questa città provenendo da un luogo agreste e rimpianto. Non amo Roma, eppure Roma (per me, per Orazio) è l’unica città concepibile. Ci vivo; essa, la città, si identifica col mondo, con l’intera pressione del mon ­do, e contrasta me, lui, la no ­stra desolazione individua. La sua Roma era quella di Au ­gusto, capitale della terra, e Orazio le dedicava inni. Ha davvero peso che la mia Ro ­ma siala Romadi De Mar ­tino e di Rumor, cantati da nessun poeta? La nostra im ­potenza è uguale, schiacciati come siamo dalla realtà, dagli editti di altri uomini, e dagli anni fugaci.

In un poeta vissuto venti secoli fa tra simulacri i cui nomi non sono mutati, in un timido e savio poeta io cerco liberazione. Non può liberar ­mi dalla filosofia; tutta la filo ­sofia pensabile era già stata pensata al tempo di Orazio dal momento che uno dei suoi maestri aveva ammonito: «Bi ­sogna ricordarsi che il futuro né è nostro né interamente non nostro » e lui, Orazio, volgeva l’ammonizione in immagine: « Un dio provvido circonda di buio il volto dell’avveni ­re ». Un « dio »; quale? (Ora ­zio celebrava di solito i numi di Roma e le ninfe: era ele ­ganza di retore, o nostalgia delle fole?).

Il suo vero dio, il « dio provvido » era il nulla, cioè il riflesso e la presa di co ­scienza del disperato coraggio umano. Qui è il baratro. Io debbo scrivere: « disperato co ­raggio umano », mentre Ora ­zio poteva serenamente, ma ­linconicamente ignorare l’a ­sprezza dell’aggettivo, e scri ­vere « un dio provvido » per significare con semplicità: « il mio coraggio di uomo ». Venti secoli di cristianesimo sono il fossato. Orazio si muoveva tra il Foro, il Campidoglio, la Su ­burra, il Palatino, i nostri medesimi simulacri; ma morì otto anni prima che qualcuno in Galilea nascesse per inse ­gnarci che non possiamo mo ­rire. Lui, Orazio, non aveva illusioni…: Omnes una manet nox – et calcanda semel via leti.

« La morte è l’ultima linea delle cose ». Fossi almeno certo di quel perpetuus sopor, che Orazio tollerò con fortezza. Talvolta cerco in Ora ­zio la liberazione più difficile, come una pace.

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