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LETTERATURA: I MAESTRI: Talvolta in Orazio

22 Ottobre 2011

di Carlo Laurenzi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 24 giugno 1969]

Da studente universitario correvo un poco la cavallina (questa straordinaria espres ¬≠sione si usava ancora), ma i miei due pi√Ļ grandi amici, di alcuni anni maggiori di me, erano fanciulleschi e austeri, sognavano la gloria: prefigu ¬≠ravano i loro romanzi im ¬≠mortali.

Avevo una dedizione per lo ­ro, addirittura umiltà. Stava ­mo molto insieme. Il tempo ci ha divisi e ciascuno di noi, ora, abita in luoghi diversi. T e Z sono effettivamente ro ­manzieri, con fama diseguale ma con meriti ed esiti di ot ­timo livello. Io li apprezzo ambedue. La critica avanguardistica, senza meravigliarci, li abbina nella condanna.

 

*

 

Avevamo estri in comune, gusti simili. Le stesse ideolo ¬≠gie politiche: l’odio per ci√≤ che restava del fascismo, per lo stalinismo; l’auspicio che trionfasse una democrazia con ¬≠creta. L’amore dello sport, del ¬≠la geografia, del cinema, del nozionismo storico. Ci piace ¬≠va, soprattutto, fantasticare in ¬≠sieme. Il sesso come schiavit√Ļ non ci incatenava. Le discre ¬≠panze fra noi erano (tacita ¬≠mente) letterarie: tacitamente, perch√© mi sforzavo di igno ¬≠rarle in nome dell’amicizia o, debbo ripeterlo, della sogge ¬≠zione.

Conoscevo e temevo la loro intolleranza. Fiutavano dovun ¬≠que la ¬ę letteratura ¬Ľ, contrap ¬≠posta all’Arte; il loro disprez ¬≠zo per ci√≤ che chiamavano let ¬≠teratura era supremo. Detesta ¬≠vano ogni forma di ¬ęlirismo ¬Ľ. Credevano fermamente che l’Arte consistesse nella Prosa: questa prosa doveva essere di ¬≠sadorna e come suol dirsi tut ¬≠ta cose; per√≤ non importava ¬≠no le ¬ę cose ¬Ľ, contava l’alone intorno ad esse talch√© dalla presenza semplice delle cose si liberasse fluendo la ¬ę rive ¬≠lazione della vita ¬Ľ, corpuscoli o attimi di vita. Quell’estetica implicava una sorta di religio ¬≠sit√† o trascendentalismo, al quale aderivo. Pi√Ļ difficile sa ¬≠rebbe stato aderire alle loro scelte, o peggio ai loro ana ¬≠temi.

Di autori contemporanei parlavano poco, per lo pi√Ļ con un disprezzo superato sol ¬≠tanto da quello che riserbava ¬≠no agli autori antichi. Il gran secolo era l’Ottocento, specie russo e americano. Tolstoi leg ¬≠germente inferiore a Dostoevskji, Melville impareggiabile.

I Promessi Sposi benissimo; male la Pentecoste. Fra i mo ¬≠derni, Proust era un mistifi ¬≠catore melenso, e questo, io che veneravo Proust, mi av ¬≠viliva. Joyce aveva fornito al mondo un capolavoro assolu ¬≠to, i Dubliners. e poi opere demenziali, come Ulysses. Di Pasternak, che in seguito avrebbero ammirato, non si co ¬≠noscevano se non versi: vale ¬≠va dunque la pena occuparsi di lui? Credo proprio che T. e Z., adesso, sorridano del loro (del nostro) provincia ¬≠lismo di giovent√Ļ.

La loro avversione ai ¬ęclas ¬≠sici ¬Ľ pareva viscerale: un clas ¬≠sico, sentenziavano, realizza tutto se stesso (soffoca tutta la potenza della vita) in un ben ordinato schema libresco. Nessuna piet√† per Dante, Boc ¬≠caccio, Goethe, Machiavelli, Ariosto, Petrarca, Montaigne, Racine, Pascal. Peggiori, per ¬≠ch√© modelli di tanta nequizia, i greci e i loro caudatari ro ¬≠mani. Pessimo, in quanto ¬ę perfetto ¬Ľ √Ę‚ÄĒ il pi√Ļ stupida ¬≠mente perfetto di ogni epoca √Ę‚ÄĒ Orazio. Io tacevo, ma non forse con l’ermetismo dovuto. Inoltre mi ero nel frattempo laureato in lettere (non in legge o in agraria), la qual cosa deponeva contro di me. Fui sospettato di leggere se ¬≠gretamente Orazio con volut ¬≠t√† professorale. Ammisi. Ag ¬≠giunsi, con empito di ribel ¬≠lione, di leggere e rileggere i Carmina in un’edizione di Lipsia, senza note, datata 1904. La freddezza, in luogo dell’amore, imper√≤.

 

*

 

Ma queste sono bagatelle; non ho dubbi che T. e Z√Ę‚ā¨Ňĺ giunti ai cinquant’anni, autori di buoni libri invisi agli avan ¬≠guardisti, abbiano imparato a rispettare i classici, e anche Orazio, il quale fruisce tuttavia di un favore non soltanto professorale: un’edizione ¬ę ri ¬≠fatta ¬Ľ delle sue opere, quella dell’Utet a cura di Tito Colamarino e Domenico Bo, tra ¬≠duzione italiana con testo a fronte, ci si offre come ¬ę rico ¬≠struzione del processo creati ¬≠vo di un poeta finissimo, espo ¬≠nente prestigioso dei modi cul ¬≠turali √† la page nell’et√† di Augusto e di Mecenate ¬Ľ.

Io continuo a leggere Ora ¬≠zio in solitudine nel vecchio libro di Lipsia (l’¬ę editio ste ¬≠reotipa minor ¬Ľ del Mueller), indifferente al prestigio dei modi culturali nell’et√† di Au ¬≠gusto. Pu√≤ darsi che vent’anni or sono mi affascinassero la ¬ę perfezione ¬Ľ di Orazio, la sua natura manierata, i boschi del Vulture, la sua pazienza di scriba, l’Orazio simposiaco, quella tenerezza lucente. Ora √® diverso. Altri poeti latini mi feriscono di pi√Ļ: Lucrezio, Ca ¬≠tullo, Virgilio, forse Ovidio. Per√≤ mi sono meno familiari; non mi √® concesso leggerli con la facilit√† con la quale leggo i Carmina, dopo il lungo stu ¬≠dio. In Orazio, come in un poeta che si esprima nella mia lingua, mi √® dato confrontar ¬≠mi, specchiarmi: piegarmi al ¬≠l’invenzione di un mondo. (Dovrei dire: all’invenzione del mondo).

E’ sempre necessario imme ¬≠desimarsi in un poeta, se vo ¬≠gliamo goderne, o soffrirne, riceverne luce. Certo: molti riferimenti in Orazio si sono fatti oscuri, l’apparato delle sue mitologie non m’interessa, i suoi amici a cominciare da Mecenate non mi interessano,la Romadi Augusto mi √® estranea non meno di quella, per esempio, di Pio VII o di Cola di Rienzo. Ma √® Roma, ha questo suono di Roma: io, come Orazio, vivo in questa citt√† provenendo da un luogo agreste e rimpianto. Non amo Roma, eppure Roma (per me, per Orazio) √® l’unica citt√† concepibile. Ci vivo; essa, la citt√†, si identifica col mondo, con l’intera pressione del mon ¬≠do, e contrasta me, lui, la no ¬≠stra desolazione individua. La sua Roma era quella di Au ¬≠gusto, capitale della terra, e Orazio le dedicava inni. Ha davvero peso che la mia Ro ¬≠ma siala Romadi De Mar ¬≠tino e di Rumor, cantati da nessun poeta? La nostra im ¬≠potenza √® uguale, schiacciati come siamo dalla realt√†, dagli editti di altri uomini, e dagli anni fugaci.

In un poeta vissuto venti secoli fa tra simulacri i cui nomi non sono mutati, in un timido e savio poeta io cerco liberazione. Non pu√≤ liberar ¬≠mi dalla filosofia; tutta la filo ¬≠sofia pensabile era gi√† stata pensata al tempo di Orazio dal momento che uno dei suoi maestri aveva ammonito: ¬ęBi ¬≠sogna ricordarsi che il futuro n√© √® nostro n√© interamente non nostro ¬Ľ e lui, Orazio, volgeva l’ammonizione in immagine: ¬ę Un dio provvido circonda di buio il volto dell’avveni ¬≠re ¬Ľ. Un ¬ę dio ¬Ľ; quale? (Ora ¬≠zio celebrava di solito i numi di Roma e le ninfe: era ele ¬≠ganza di retore, o nostalgia delle fole?).

Il suo vero dio, il ¬ę dio provvido ¬Ľ era il nulla, cio√® il riflesso e la presa di co ¬≠scienza del disperato coraggio umano. Qui √® il baratro. Io debbo scrivere: ¬ę disperato co ¬≠raggio umano ¬Ľ, mentre Ora ¬≠zio poteva serenamente, ma ¬≠linconicamente ignorare l’a ¬≠sprezza dell’aggettivo, e scri ¬≠vere ¬ę un dio provvido ¬Ľ per significare con semplicit√†: ¬ę il mio coraggio di uomo ¬Ľ. Venti secoli di cristianesimo sono il fossato. Orazio si muoveva tra il Foro, il Campidoglio, la Su ¬≠burra, il Palatino, i nostri medesimi simulacri; ma mor√¨ otto anni prima che qualcuno in Galilea nascesse per inse ¬≠gnarci che non possiamo mo ¬≠rire. Lui, Orazio, non aveva illusioni…: Omnes una manet nox – et calcanda semel via leti.

¬ę La morte √® l’ultima linea delle cose ¬Ľ. Fossi almeno certo di quel perpetuus sopor, che Orazio toller√≤ con fortezza. Talvolta cerco in Ora ¬≠zio la liberazione pi√Ļ difficile, come una pace.


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Bart