Articoli sulla morte di Gheddafi

La guerra ipocrita
di Bruno Vespa
(da “Il Giorno”, 22 ottobre 2011)

Se il 17 febbraio i sondaggi dì Nicolas Sarkozy per le presidenziali francesi del 2012 non fossero stati disastrosi com’erano, la guerra non ci sarebbe stata. Ne restiamo convinti adesso che il dittatore è stato giustiziato con un colpo di pistola alla tempia, adesso che il suo cadavere è stato preso a calci e anchela Libiaha avuto il suo piazzale Loreto. E c’è dà chiedersi perché questa guerra è scoppiata e se essa possa costituire un precedente fatale. E’ vero che Gheddafi andava fermato per evitare il massacro dei ribelli dì Bengasi e della popolazione che li sosteneva. Ma nessuno fermò Saddam Hussein quando massacrò il popolo curdo e nessuno s’è sognato di fermare Assad che sta uccidendo in Siria migliaia di persone. Dunque? Occorre decidere una volta per tutte quale sia il ruolo delle democrazie occidentali e se al posto del diritto internazionale non sia più conveniente fare corsi di yoga o di sudoku. C’è il precedente di Milosevic che stava annientando i kosovari. ma lì si trattava – coinè in Iraq – di un genocidio.

Se l’iniziativa dell’Onu per impedire che Gheddafi facesse un massacro â— e non la sola repressione dei ribelli armati, sangui ­nosa e drammatica, ma giuridicamente inec ­cepibile in uno stato sovrano â— si fosse fer ­mata a Bengasi, non ci sarebbe nulla da obiettare. Il problema è che si è trasformata nella guerra della Nato contro Gheddafi e negli ultimi mesi nella caccia dell’Onu (e so ­prattutto della Francia) a Gheddafi. Caccia conclusa con la sua esecuzione sul campo, dalla quale nessuno si è dissociato, né poteva dissociarsi. Per un istrione come Gheddafi, infatti, il processo si sarebbe trasformato in uno spettacolo per pay tv. E tutti â— nessuno esclusoâ— avrebbero avuto da rimetterci. A cominciare dai più stretti collaboratori che l’hanno tradito, per finire con i capi di stato

e di governo che da almeno dieci anni lo blandivano e lo corteggiavano. Quando la mattina del 16 febbraio, l’immediata vigilia della rivolta, sono partito da Tripoli, lungo la strada per l’aeroporto c’era la gigantogra ­fia della stretta di mano tra il Colonnello e Berlusconi. Il presidente del Consiglio non deve vergognarsi di aver sottoscritto un accor ­do storico che ha fatto dell’Italia, priva di materie prime e di nucleare, il partner princi ­pale di un paese ricco di petrolio e di gas. Po ­teva risparmiarsi il baciamano, ma da Pro ­di a D’Alema a Sarkozy, tutti negli anni hanno cercato di farsi amico il rais. E hanno fatto bene. Si capisce perciò il disagio italia ­no a bombardare il prezioso partner. Ma non c’era scelta. I nostri servizi conoscevano bene tutti i capi dei ribelli e hanno consentito di stabilire un ottimo rapporto col nuovo go ­verno. L’obiettivo è di mantenere quanto più possibile di quel che avevamo e dì cedere il meno possibile alla Francia, con la quale ab ­biamo salvato anche la dignità non cedendo all’antipatico ricatto sul peraltro ottimo Bini Smaghi. Ma il problema libico resta allo sta ­to irrisolto.

Gheddafi non verrà sostituito da un de Gaulle e nemmeno da un De Gasperi e da un Adenauer. Sotto Gheddafi c’era piena li ­bertà religiosa, nessuno spazio per i fonda ­mentalisti islamici e un controllo militare dell’immigrazione clandestina. Dobbiamo augurarci che i nuovi governanti sappiano fare altrettanto. Ma dobbiamo chiederci per ­ché il cadavere di Gheddafi è stato preso a calci, mentre Assad è saldo al potere di Da ­masco.

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La Barbarie e il Silenzio d’Occidente
di Massimo Nava
(da “Il Corriere della Sera”, 22 ottobre 2011)

È probabile che se gli smartphone fossero stati inventati al tempo della Rivoluzione francese, del nazismo e del fascismo, del Cile di Pinochet o del conflitto in Bosnia, le esecuzioni cui assistiamo in diretta ci sembrerebbero quasi banali o quantomeno ripetitive di una logica di guerra e cambio di regime. Non è giusto ed è orribile, ma è forse inevitabile che i sudditi facciano cadere le teste e che i ribelli si vendichino dei propri aguzzini, facendo piazza pulita a tutti i livelli: dal vicino di pianerottolo che faceva la spia ai pretoriani del regime, dai gerarchi ai figli e parenti del capo.

In queste ore, i ribelli ritraggono le proprie esecuzioni e l’odio diventa un souvenir. La differenza è forse solo tecnica, poiché il boia o il miliziano impugnano con una mano la pistola e con l’altra il telefonino, offrendo al mondo un lugubre verbale high tech, che ha almeno il vantaggio di rendere superflue lunghe indagini internazionali sulle responsabilità di chi ha ucciso e di chi ha dato l’ordine. In questo quadro, i nuovi padroni della Libia sembrano aver deciso di evitare processi interni o internazionali, che rispettano le forme della legge, anche quando la sentenza (come nel caso di Saddam Hussein) è scontata. Preferiscono la giustizia sommaria e l’azione risoluta sul campo di battaglia, un po’ come il commando dei marines che ha eliminato Bin Laden: un colpo alla testa e sepoltura in alto mare o in luogo sconosciuto, nella presunzione che la partita sia chiusa per sempre. Difficile immaginare un cittadino americano che abbia avuto un sussulto di pietà dopo le immagini dell’assalto. È emblematica la quasi totale assenza di reazioni sdegnate in Europa e in Occidente per la sorte di Gheddafi e dei suoi figli, come se si volesse evitare che la loro fine venga associata all’ultimo attacco dal cielo che ha agevolato la cattura e di fatto messo fine alla guerra. Missione compiuta dunque, nella convinzione che un giorno di barbarie valga la fine di un regime odioso e il futuro di libertà e democrazia per cui si è combattuto. Ma questo è appunto il drammatico dilemma dei vincitori â— di tutti i vincitori â— quando non ci sono né pietà per gli sconfitti, né giusta punizione, ma soltanto vendette che chiamano altro sangue e alimentano il rancore. Nessun popolo costruisce un futuro di pace e prosperità senza riconciliarsi con se stesso e con la propria storia.

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I carnefici con il telefonino
di Adriano Sofri
(da “la Repubblica”, 22 ottobre 2011)

La guerra non è che la caccia all’uomo. E anche il più abominevole tiran ­no esce da sé quando è ridotto a un animale braccato e denu ­dato, e costringe chi guarda da lontano alla vergogna e alla pietà. Le scene finali di Sirte sono immagini di caccia antica, la preda sbigottita e insangui ­nata, il branco sfrenato e inva ­sato. Non l’hanno divorato, Muammar Gheddafi: è la sola differenza. Gli umani non cac ­ciano per nutrirsi.

Quando finalmente Ettore si vergogna di fuggire e affronta Achille, deciso a uccidere o morire, lo invita al rispetto reciproco del vinto. Gheddafi non è certo Etto ­re, al contrario, un torturatore della propria gente, né la brigata di Misu ­rata somiglia ad Achille (se non, for ­se, per quella olimpica protezione della Nato). Se ne fa beffa il furioso Achille, “ti divorerei brano a brano”, dice, e lo finisce, e gli altri Achei ac ­corrono e non ce n’è uno che non affondi il proprio colpo nel cadave ­re, e il vincitore gli fora i piedi e lo le ­ga al carro e lo trascina di corsa fa ­cendone scempio.

Gli dei e gli eroi se ne sono andati da tempo, coprendosi il viso, ma la scena è ancora quella. Gli umani so ­no ancora feroci e fanatici come nel ­l’Iliade, come nella Bibbia. Sono an ­tichi quanto e più di allora, ma han ­no i telefonini. A distanza di minuti, avreste visto sul vostro schermo Et ­tore atterrato, e i vigliacchi trafigger ­ne e insultarne il cadavere, e Achille bucarne i calcagni e attaccarlo al suo pick-up. L’uomo è rimasto antiqua ­to, o è pronto a ridiventarlo: e mera ­viglioso e tremendo è il corto circui ­to fra la sua antichità e i droni che gli volano sulla testa e colpiscono con esattezza e buttano in un tubo da to ­pi il cacciatore mutato in preda e glielo mandano in mano, mani di prestidigitatori di kalashnikov e te ­lefonini. Ci sono le foto di Misurata, il cadavere disteso, a torso nudo, la ­vato, e circondato da maschi in posa ciascuno dei quali brandisce il te ­lefonino: e qualche ispirato artista contemporaneo, come lo Jan Fabre che ha messo alla Vergine della pri ­ma Pietà di Michelangelo la faccia di un teschio, avrà già pensato di rifare una Deposizione in cui Maria eie pie donne e Giovanni e Nicodemo ten ­gano in mano un telefonino.

Nel linciaggio della Sirte la combi ­nazione fra l’antiquato animale umano e l’ipermodernità   ha preso la forma degli aerei del cielo e degli in ­digeni sulla terra, arcangeli disabita ­ti gli uni e creature imbelvite gli altri,la Natoe i fanti, ignari i primi del lin ­ciaggio, che devono fìngere di non volere, responsabili e anzi fieri ed ebbri i secondi: e contenti tutti, per ­ché il processo di un tiranno così longevo e intimo è sempre una mi ­naccia micidiale per i piani alti. Nes ­suna cospirazione: non ce n’è bisogno. Solo una divisione del lavoro. Chi mette in fuga dall’alto, chi stana dal basso, come in una buona battuta di caccia. Alla muta non oc ­corre suggerire niente, è fatta di uo ­mini giovani ed eccitati, hanno avu ­to padri torturati, sorelle violate, compagni ammazzati, sentono l’o ­dore della vendetta e della gloria.

L’odore della foto di gruppo è più forte dell’odore del sangue per il branco dei lupi. Non fanno il conto, in quel momento esaltante, esultan ­te, dell’effetto che la scena farà più lontano, nel tempo o nello spazio. Il nemico giurato che ha ancora la for ­za di tirare su il braccio sinistro e pu ­lirsi il sangue dal viso e guardarsi at ­tonito la mano insanguinata e mo ­strarla anche a loro, sbigottito, come a dire “Guardate che cosa avete fat ­to” â— pare che abbia detto cose si ­mili, “Chi siete?”, e “Perché lo fate?”, istupidito dal corpo che cede e dalla vecchia abitudine a non capacitarsi.

Non esistono cadaveri vilipesi e martoriati che possano essere espo ­sti a lungo a vantaggio dei giustizie ­ri. C’è sempre un Cristo, un Hussein, nella memoria. Gli americani l’ave ­vano capito, con Osama, e quel pre ­cedente modera oggi le loro deplo ­razioni. La differenza, più sottile di una carta velina, fra la barbarie e la civiltà sta nel processo; più esattamente fra il processo popolare, la go ­gna, i prigionieri neri legati alle can ­ne delle mitragliatrici e trasportati in giro come trofei, e il processo regola ­re. Il quale, con tutte le ipocrisie che volete, ha intanto bandito la pena di morte, eppure si occupa dei crimini più feroci contro l’umanità, mentre certi Stati la tengono ancora per cri ­mini di particolari. Per i ribelli terra terra, e per i grandi delle democrazie, il processo è ancora un lusso da don ­nette, o il peggiore degli imbarazzi.

Riguardate questi video, e chiude ­te gli occhi, perché l’audio è forse più terribile. Poi riguardate, e immagi ­nate di leggere l’avvertenza: “Le im ­magini che seguono potrebbero ur ­tare la vostra sensibilità”, prima di un canto dell’Iliade o di un passo del ­la Bibbia. Devetremare un mondo che tenga accanto così spaventosa ­mente una tragedia arcaica â— il ti ­ranno e i suoi figli e la sua tribù e le fosseâ—con la sofisticazione di armi e comunicazioni e con la voglia di li ­berazione. Gheddafi era lui stesso al colmo di questa aberrazione, e l’ha passata di mano ai suoi sacrificatori, come l’orpello della pistola dorata. Naturalmente, bisogna andare avanti, provare ogni volta a ricucire gli strappi, capire. Ieri a Damasco si gridava già: ” Ora tocca a te, Bashar”.

Altri articoli

“L’ultimo scempio contro il Raìs. Gheddafi sodomizzato: guarda il video”. Qui e qui.

“La vita umana è sacraPure quella dei tiranni” di Magdi Cristiano Allam. Qui.

“Il laugh-in del Foglio, domani tutti a ridere davanti all’ambasciata di Francia”. Qui.

Qui.
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