[da: Il tempo della Voce”, Longanesi & C. – Vallecchi, 1960]
24 maggio 1909
Cariss. Prezzolini,
come le lettere producono spesso un’impressione di versa affatto da quella che chi le scrive ha nell’animo! Ma io non mi sarei mai sognato di disapprovare ciò che Lei fa e di essere scontento della Voce. Anzi, ammiro l’opera sua e della Voce sono contentissimo, e vi trovo sempre cose eccellenti (eccellenti, per esempio, due articoli sul Marzocco, con gli inclusi riuscitis simi ritratti). Credetti per altro mio dovere di racco glierle e comunicarle anche le impressioni sfavorevoli; e ciò come soglio con me stesso, per consultarmi con me stesso. Insisto su questo punto, perché mi potrebbe, in seguito, capitare di doverle scrivere osservazioni come quelle, e mi dorrebbe che Lei le interpretasse come segno di scontento e di disapprovazione quando invece sono soltanto manifestazione di sollecitudine per una cosa che va bene e che mi piace. Io sono convintis simo che l’opposizione, fatta alla Voce, nasce dalle sue virtù e non dai suoi difetti; ma da qualche piccolo di fetto si prende poi pretesto per fare strepito; e ciò, se si può, bisogna evitare che avvenga. Tutti (poeti, lette rati, filosofi, scienziati, ecc.) sono abituati ad essere giudicati; i giornalisti soltanto non sono mai giudi cati. Chi domandi loro conto di come hanno speso cinque, dieci, venti anni della loro vita? Chi rivede le serie dei loro articoli? E la Voce ha fatto questo: inde irae, e, insieme con l’ira, la meraviglia del caso, e il bisogno di strane spiegazioni per giustificare il proprio malumore.
Le ho mandato altre bozze della Logica. Se vorrà estrarre qualche altro brano, faccia pure. È impossi bile che il volume sia pronto prima del 10 o 15 giugno.
Saluti affettuosi dal
suo
B. Croce
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(già pubblicata insieme con le lettere Prezzolini – Amendola)
Napoli, 8 luglio 1911
Caro Prezzolini,
il mio parere è semplicissimo. Nessuna novità: voi dovete restare direttore: l’Amendola deve sentire l’op portunità di non separarsi da voi in questo momento; o proprio vuol farlo, farlo tacitamente, cessando dimeno per ora dal collaborare, ma senza annunzi e dichiarazioni. Importa che la Voce non parli più né dei suoi fini né delle sue vicende. Alle future aggressioni si risponderà come si crederà: con le sfide, con le percosse, con le querele, ecc; in qualsiasi modo, ma senza neppure darne notizia sul giornale, come cosa che non deve interessare i lettori e che non ha peso nelle alte questioni che il vostro giornale tratta. La vera risposta sarà la vita stessa del giornale, l’opera che andrà compiendo. Pensate a coloro che svolgeranno la collezione della Voce fra un decennio. Essi s’interesseranno alle notizie che vi troveranno raccolte e ai dibattiti d’idee: saranno indifferenti o annoiati da tutta l’aneddotica delle persone, delle baruffe ecc.
Con questo pubblico ideale innanzi agli occhi avrete il criterio nettissimo di discernere ciò che dovete tacere. È superfluo che io vi ripeta che per me la Voce siete voi, e senza di voi tutto andrebbe a male, con soddisfazione maligna degli avversari; con danno della vita italiana. Certo, voi dovete correggervi di alcune tendenze, di una qualche violenza o intemperanza o troppo immediata e personale effusione. (Da che pulpito! direte, ma un male che, appunto, ho studiato su me stesso.) Ma le correzioncelle da introdurre in un manoscritto non importano che si debba stracciare il manoscritto o abbandonare il lavoro. Sfrondate la Voce delle contingenze, e tutto andrà bene. Fate leggere anche all’Amendola questa lettera, e pregatelo anche da parte mia di non far novità in questo momento, e di non indurre il pubblico a occuparsi ancora delle persone e dei loro dissensi. Già, io, nelle lettere e negli articoli scritti per voi, non ho potuto digerire le frasi: « Quantunque non sempre approvi… » « Malgrado i dissensi, ecc. ». Che diamine! Sono cose codeste che si sottintendono. Noi non siamo del tutto d’accordo con noi stessi del giorno prima o del giorno d’oggi; e abbiamo bisogno di dichiarare che non coincidiamo in tutti i punti con un altro essere? Quelle dichiarazioni mostrano le preoccupazioni personali. Uscire dalle preoccupazioni personali, e oc cuparsi delle cose, e tirare allegramente innanzi, ecco ciò che bisogna fare. Una stretta di mano dall’
aff.mo B. Croce
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Raiano, 23 settembre 1911
Mio caro Prezzolini,
mi duole di vedervi ancora tormentato e scontento di voi. Ma non dovete scoraggiarvi e non dovete cadere nell’eccesso opposto a quello ora comune, che è la pre sunzione: sta bene che misuriate le difficoltà e che vi rammarichiate per gli errori di giudizio che avete po tuto commettere: ma guardatevi dalla troppa umiltà. Il demonio, dice la Chiesa, prende tutte le forme per impedire che si faccia il bene. Voi siete dei pochissimi tra i giovani che abbiano inteso e sentito che il dovere consiste nell’operosità civile. Ma laddove io mi sono ristretto nel campo della scienza e della coltura, dove è più agevole scorgere le vie da percorrere, voi avete affrontato le tempeste della vita pratica, dove non solo gli ostacoli sono maggiori, ma maggiori le incer tezze subiettive. A poco per volta acquisterete sicu rezza, abbandonerete certi tentativi, concentrerete i vostri sforzi in alcuni punti particolari; e rinascerà in voi la fiducia e la gioia del fare. Insomma, ci vuol pazienza. Ero rimasto incerto se stampare o no quel mio articolo sui programmi e la fede. Mi pareva che quella predica metodica avrebbe suscitato una sorta di sdegno, e che mi si sarebbe potuto dire: tu disserti sui programmi, perché non hai un programma. Ma il mio programma, almeno per ora, consiste appunto nel chiarire le idee direttive. È insufficiente, ma è qualche cosa. Ho tra le mie carte alcuni altri scritterelli dello stesso genere; e uno ne uscirà nella Critica di novem bre col titolo: « L’aristocrazia e i giovani ». Ve ne manderò le bozze, invece di mandarle al Giornale d’Italia. Non importa che per una volta lo stesso arti colo esca nella Critica e nella Voce: non si tratta di un articolo letterario o scientifico, ma di un Antagra Bisleri, che può comparire negli annunzi di parecchi giornali, perché i gottosi non leggono tutti uno stesso giornale. Se non verrete a Napoli nell’inverno o nella primavera, farò certamente io una corsa a Firenze. Io ho avuto il dispiacere, in questi ultimi tempi, di ve dere parecchi giovani, nei quali avevo riposto speranze, sviarsi e dissiparsi. E non si tratta di uno sviamento intellettuale, molto meno si tratta di un distacco dalle mie idee, come essi dicono (mi distacco ogni giorno anch’io dalle mie idee, e cioè le elaboro); si tratta di vera e propria fiacchezza morale, di egoismo, di edonismo, di atomismo e questo mi affligge. Mi affligge, ma non eccessivamente; sia perché spero che qualcuno di essi si ripiglierà, e sia perché altri, nei quali meno speravo, mi hanno dato una sorpresa in senso inverso. Abbiatemi con affettuosi saluti,
vostro
B. Croce
Sarò a Napoli il 30.
L’articolo del C. « Fede e Programmi » apparve nella Critica del 20 settembre 1911.
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Napoli, 28 marzo 1913
Mio caro Prezzolini,
è un’ottima notizia che mi date annunziandomi il vostro proposito di tornare agli studii, e specie alla storia. Voi sapete che ho sempre creduto che quella sia la vostra vera strada.
Io sto lavorando a cose svariatissime per riposarmi di un breve ma intenso lavoro che ho scritto sulla storia della storiografìa. Ne farò un numero unico della Critica che uscirà nel maggio.
Ciò che mi dite di Papini e di Soffici non mi per suade. In primo luogo, credo che sia da artista impotente prendersela con chi fa mestiere diverso dal loro, e non ha mai depresso l’arte, anzi l’ha celebrata, difen dendone la perpetuità. In secondo luogo, se nel Sof fici c’è alcunché di monellesco che mi diverte, nelle frasi del Papini sento invece odio e livore, che mo strano animo basso. In terzo luogo, vi dichiaro che non ho letto l’Uomo finito; ma conosco tutte le cose prece denti del Papini e non vi ho trovato linfa artistica. Sono chiacchiere, gonfiature, vanità, ciarlatanerie: vel leità di far da genio a buon mercato e per l’ammira zione dei gonzi. E qui il mio « buon senso » non m’inganna. Quanto alle pitture del Soffici, il Gargiulo, che ho sempre stimato per la sua sottile conoscenza delle arti figurative, mi diceva l’altro giorno che è il zero dei zeri tra i futuristi. Il che conferma il mio sospetto circa la sua impotenza d’artista. Ma auguro che non sia così, perché il Soffici mi è simpatico, e la sua vena di scrittore mi piace, perché c’è della schiet tezza e dell’originalità.
Quanto agli ingegni che io ho volto alla critica, diciamolo tra di noi, ma non vi pare che sia un gran merito mio di avere risparmiato all’Italia liriche e drammi del Borgese, poemetti e novelle del Cecchi, e altrettali frutti da me soffocati in germe?
Venite a Napoli, perché chiacchiereremo e rideremo per qualche ora. Saluti affettuosi dal
vostro
B. Croce
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Napoli, 16 ottobre 1914
Cariss. Prezzolini,
io intendo bene ciò che si agita nel vostro animo, perché gli stessi sentimenti sono nell’animo mio e di ogni buon italiano. Ma io dico che non bisogna per dere la testa. Per ora, la neutralità ci giova, senza dire che è doverosa, verso le nostre vecchie alleate (e forse è doverosa ai termini stessi del trattato da noi firmato). E il momento dì entrare in guerra non è giunto: non solo non siamo preparati materialmente, ma non c’è quella coscienza di necessità, di urgenza, di fatalità, che rende possibile la guerra. Prepariamoci dunque in tutti i modi, e a tempo opportuno potremo appoggiare con la forza le nostre richieste. Ma appunto perché io considero la situazione dall’esclusivo punto di vista dell’interesse italiano, mi domando che cosa ci co stringe (poiché non è ancora giunto il momento di entrare in guerra) ad impegnarci sentimentalmente con la Triplice Intesa? Prepariamoci, ripeto, e stiamo a vedere come si metteranno le cose, per risolverci nel senso più utile a noi e agli interessi ideali che rappre sentiamo o che dobbiamo rappresentare. Io ora sono per la neutralità dei sentimenti.
Quanto al governo, esso è il risultato delle condi zioni del paese: è il meglio che il paese ha saputo produrre. Rassegnamoci dunque ad aver fiducia in esso, perché non si può fare altrimenti. Come non è al momento della battaglia che si può domandare di cambiare il generale, così non è nel momento del peri colo che si può domandare un nuovo e ideale governo.
Scusate la fretta con cui vi scrivo, e cercate d’indo vinare il mio pensiero attraverso le parole affrettate e imprecise.
Vostro aff.
B. Croce
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7 dicembre 1914
Mio caro Prezzolini,
vi scrivo a Firenze, poiché non mi avete dato il vostro indirizzo di Roma. E vi mando un rigo pel Pintor, bibliotecario del Senato.
Caro Prezzolini, che l’Italia debba tenersi pronta, che debba garantire i suoi interessi nazionali e quelli so pranazionali, che difficilmente potrà tenersi neutrale fino alla fine, sono cose sulle quali credo che ogni italiano di buon senso sia d’accordo con tutti gli altri suoi simili. Ma io credo mio dovere di frenare a tutta forza le impazienze. Qualunque cosa accadrà (e se si dichiarerà la guerra, anche oggi, cesserò subito da ogni opposizione), sono persuaso che a questo modo avrò contribuito, sia pure in grado minimo, al bene del nostro paese.
Tra i fautori della guerra immediata e per la Tri plice sono, senza dubbio, anche uomini rispettabilis simi dai quali io dissento. Ma c’è soprattutto la vecchia compagnia drammatica che già conosco. Vado difen dendo il Mussolini contro coloro che lo stimano per sona abietta e venduta; ma non potrei difendere il suo cervello. Certe conversioni avranno bensì la subita neità di quella che colpì l’apostolo delle genti sulla via di Damasco, ma non permettono come quella di far l’apostolo delle genti. Comandano l’umiltà, il pudore, il silenzio. Così nel caso dello Hervé, così in quello del Mussolini.
Saluti affettuosi.
Vostro
B. croce
Verrò in Roma il 17 a sera, e mi tratterrò il 18 pel consiglio degli Archivi. Sicché se in quel tempo sarete a Roma mi troverete certamente il 18, verso le ore 15, nella biblioteca del Senato.
Commenti
9 risposte a “Prezzolini – Croce #9/29”
Interessantissima documentazione! Si avverte un Croce molto umano, sensibile, anche capace di porsi in discussione. I consigli che tende a dare, sono sempre porti con una cortesia ed una delicatezza straordinarie, che ci fanno conoscere non solo la capacità di interpretare certe situazioni e gli umori contingenti, ma anche la raffinata conoscenza di canoni, situazioni, effetti tipici della comunicazione, nonché una particolare forma di acuta psicologia, in grado di fornire aspetti, coinvolgimenti e risvolti di rilievo.
Elegantissima, sostenuta, ricca la forma con cui son scritte le lettere
Ottimo, Bartolomeo!
Gian Gabriele Benedetti
Sono contento dell’apprezzamento che dai a queste mie ricerche. Non ancora finite, peraltro. Ci vorrà ancora qualche anno. Se la salute mi aiuterà, la rivista rimarrà aperta almeno fino a quando non avrò finito. Desidero mettere a disposizione di tutti una parte almeno di quanto è servito alla mia formazione. Grazie, Gian Gabriele.
Ci fu una polemica, se non sbaglio proprio nel ’14. in pratica Croce attaccí³, sulla Voce, Giovanni Boine, che della
Voce era collaboratore. L’articolo mi pare fosse Amori tra le nuvole, o qualcosa del genere. Boine replicí³ con Amori con onestá, piíº o meno. Croce allora era inattaccabile, e i colpi
che seguirono, pubblicati sempre da Prezzolini sulla
Voce, uscivano in modo che Boine non potesse replicare nello stesso numero. Questo Boine la considerí³ una vera vigliaccata e a Prezzolini non la perdoní³ mai.
Anche l’umanitá del Croce, Gian Gabriele, ne esce ridimensionata.
Hai ragione, Marino. Anche i grandi cadono, a volte, in piccolezze, a dimostrazione che umanamente si può anche sbagliare. E, in questo senso, siamo tutti uguali: “grandi” e “piccoli”. Forse ci fa sentire più vicini a certi personaggi straordinari. Ma nelle lettere pubblicate apprezzavo l’atteggiamento di Croce, che appariva molto “discreto” anche nelle critiche. Poi…
Gian Gabriele
Ho già pubblicato qui:
https://www.bartolomeodimonaco.it/?p=1260
una bella lettera di Boine a Prezzolini, da cui si possono capire le differenze tra lo stesso Boine (religioso e mistico) e Croce (e Prezzolini).
Il 24 dicembre pubblicherò due lettere di Boine, una diretta a Missiroli e l’altra di nuovo a Prezzolini.
In rete ho trovato questo saggio su Boine: http://www.tesionline.com/intl/pdfpublicview.jsp?url=../__PDF/5536/5536p.pdf che ha la seguente nota 17:
“Come ignorare del resto la stessa forma epistolare delle sue trattazioni estetiche, L’estetica
dell’ignoto, («La Voce », IV, 9, 29 febbraio 1912, p. 766) lettera-saggio in risposta alle «parecchie
lettere-critiche » ricevute alla comparsa di Un ignoto («La Voce », IV, 6, 8 febbraio 1912, pp. 750-
752), e gli Amori con l’onestà («La Voce », IV, 15, 11 aprile 1912, pp. 793-794) replica ai beffardi
Amori con le nuvole crociani («La Voce », IV, 14, 4 aprile 1912, p. 789 ); (ora tutte in L’esperienza
religiosa e altri scritti di filosofia e letteratura, cit., pp. 139-173).”
Sono d’accordo Gian Gabriele.
Bart, la lettera da te pubblicata risale ai primi tempi dell’amicizia tra B. e P. Fu Casati a metterli in contatto,
e per qualche anno il sodalizio funzioní³. Bisogna dire che P. fu sempre molto paziente. B. diventava offensivo. Poi le loro strade si divisero. B. combatteva la sua guerra dal suo letto e morí nel 17. P. in quel tempo combatteva al fronte. Il testo che ho visto pubblicherai il 24 dicembre appartiene a un libro famoso che avrei dovuto mandarti e magari ti darí³ personalmente quando avrí³ il piacere di rivederti.
Quel libro sarà un buon pretesto, Marino, perché possiamo rivederci quanto prima.
A conferma di quanto hai scritto, riporto per i nostri lettori due premesse di Prezzolini alle lettere di Boine.
La prima riguarda la lettera che si trova qui già pubblicata il 9 giugno 2008 https://www.bartolomeodimonaco.it/?p=1260:
“Per gli studi sulle eresie medioevali che aveva fatto all’università di Milano, nella facoltà di lettere, e per la sua anima religiosa, egli si trovava entro La Voce un poco nella posizione di Amendola, sostenitore di un idealismo non hegeliano ma cristiano. I suoi interessi erano vasti, come si vide da articoli dedicati alla crisi degli olivi in Liguria o dal progetto di un libro sul Decentramento in Italia. Curioso, ma il più grande successo editoriale del Boine fu il suo libretto Discorsi militari, ossia un piano e ragionevole commento al Codice militare, che potemmo stampare a migliaia di copie, perché organizzazioni patriottiche di quel tempo lo diffusero nelle caserme e nei campi dove si preparavano i soldati della guerra del 1915-1918. Forse uno dei libri più originali e senza retorica di quel tempo ansioso e retorico, venne fuori dalla penna di uno studioso di problemi religiosi, che non aveva fatto il soldato e che giaceva fra letto e lettuccio in attesa della morte.
Una grossa lacuna della corrispondenza è il silenzio del Boine sul proprio modo di scrivere, e particolarmente su quella sua infatuazione per lo stile ripetitivo di Péguy. Alcuni altri collaboratori de La Voce, che pur gli erano amici, come Amendola e Soffici, un bel giorno mi mandaron una lettera in cui ne facevan la parodia, troppo ovvia per venir qui riprodotta, ma che conservo come un dei tanti documenti delle nostre interne polemiche, che tenevan poi viva La Voce e ci facevan stare sempre attenti all’esame acuto dei nostri compagni.
Di molte che ricevetti scelgo alcune lettere che illuminano due dei momenti più vivi della nostra relazione. Le prime, di quando avevam da poco fatto conoscenza per via della comune amicizia con Alessandro Casati, e le altre, che si troveranno più avanti, di quando le nostre relazioni passarono un momento di maretta per via di una polemica. Il resto delle lettere non è veramente importante. In gran parte è occupato dalla ricerca di denaro da parte del Boine, che era povero, ammalato e nervoso. Per tante simili ragioni, il Boine non era un uomo facile. La sua vita, oltre che minata dalla tubercolosi, dovette anche esser disordinata. Poche volte gli fui vicino. La maggior parte del tempo in cui collaborò alla Voce io stavo a Firenze e lui a Porto Maurizio. Soltanto lettere ci tenevano uniti. L’ultima lettera che riporterò è tristissima e diretta non a me, che mi trovavo sotto le armi, ma al gerente della Voce.”
La seconda riguarda la lettera che pubblicherò il 24 dicembre
scritta da Boine e diretta a Missiroli:
“Nelle strettoie dei suoi bisogni, il povero Boine si attaccava ad ogni speranza di guadagno, anche a quella dei giornali, e andava a cercare quei pochi dove aveva amici. Cecchi, risulta dalle lettere che ho, fu un di quelli che più si occupò di adagiare i bisogni e lo stile di Boine, talora interminabile e sempre dilagante, in un vaso non adatto, cioè nel giornalismo quotidiano. Da questa lettera appare che Missiroli non volle pubblicar un articolo di lui nel Resto del Carlino, dove però altri di lui ne pubblicò, probabilmente facendo forza al suo spirito di direttore che conosceva il suo pubblico e lo precedeva, ma non poteva oltrepassarlo di troppo, per timore di vederlo smarrito, e di perderlo. Per conto mio, debbo dir che ebbi molto coraggio pubblicando alcuni autori, come Boine o Longhi, che ai lettori di quel tempo suscitavan la più terribile delle ostilità, che non nasce dai sentimenti urtati, ma dalla incomprensione. Nel conteggio, modesto di totale, che faccio di me, lo metto al mio attivo. L’imbecillità e l’ignoranza son più difficili da vincere dell’errore. Se c’è errore.”
Il mecenate di Boine fu Alessandro Casati, gli passava una mesata che a Boine non bastava perché diceva in una lettera
all’economo della libreria e casa editrive della Voce, lamentandosi appunto per un mancato pagamento: mangio piíº medicine che pane. Alessandro Casati ha “mantenuto ” B. anche quando era ufficiale al fronte e la moglie o la madre, di Casati, disponevano che la mesata arrivasse a B.
I Casati di Arcore per intenderci, la villa di un altro B. era di una nipote del Casati di cui sopra mi pare.
Belle, Marino, queste tue puntualizzazioni. Grazie.