Gatto telegrafista

di Tommaso Landolfi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 8 agosto 1970]

Ci siamo ormai ridotti al punto che la menoma disav ­ventura ci mette, come suol dirsi, a terra. Io m’ero fatto un preciso programma per la serata: avrei corretto e copia ­to due articoli che da mesi attendevano nel cassetto, e ne avrei avuto il doppio benefi ­cio del lavoro compiuto e del tempo trascorso (il tempo in ­vero deve essere non solo per me il peggior nemico, secondo si rileva da ciò che tutti vo ­gliono «ammazzarlo »). Ed ec ­co, invece, che mi si ruppe la macchina da scrivere. E’ la lettera a, solitamente, che fa di questi scherzi: casca d’im ­provviso e riman lì inerte, e, poiché la sua frequenza nella nostra lingua è soverchiante… Via, come si fa a scrivere (anche da cani) nell’idioma di Dante, se manca la a. Per cui, da parte mia, avvilimento e quasi disperazione. Soprattut ­to un gran senso di vuoto: ora, stanotte, in che modo o con cos’altro avrei sostituito il mio progettato lavoro a pas ­satempo?

Mi aggiravo come una lar ­va per lo studio, sconfinando talvolta nelle stanze attigue, né trovavo pace; a coricarmi non era da pensare, sapevo troppo bene che, se lo avessi fatto prima di una certa ora, mi sarei destato nel cuor del ­la notte e non avrei più ri ­preso sonno. E così, coi sensi irritati e resi particolarmente acuti dal mio disagio medesi ­mo, non stentai a percepire un tal suono o rumore alquanto discrepante (rispetto a quelli abituali della casa nelle ore notturne: come gemito di mo ­bili, rotolio di topi e simili).

Era un suono, benché mo ­desto, reiterato; e dunque per ciò stesso in qualche misura sospetto, posto anche che del ­la casa io ero il solo abitatore. In breve, mi proposi di chia ­rirne senza indugio la causa o dicasi di individuarne la fonte. Esso pareva sulle prime remo ­to, ma nella mia rapida marcia d’avvicinamento fui favorito dal gran silenzio di dentro e di fuori; e, attraversate che ebbi tre o quattro camere, im ­boccata la scala interna sul piano inferiore, si fece più di ­stinto. Scesi quatto quatto, e mi trovai col viso contro una rustica, ingrommata porta, che rimetteva in una stanza di sbratto dove usavo accumulare le stoviglie della mia solitaria cena: la domestica il mattino dopo provvedeva a rigover ­narle.

*

Ebbene, ecco: subito di die ­tro a quella porta, sorgeva il rumore che mi aveva impen ­sierito. Ma io intanto ero stato preso da non so quale irra ­gionevole terrore, e non mi decidevo a spingerla. Cosa poi temevo? Non so, l’ho detto; o magari, a sbigottirmi, era la natura o qualità del rumore. Questo mi giungeva adesso come una sorta di ticchettio singolarmente cadenzato e che, se così posso esprimermi, sem ­brava seguire una ben deter ­minata legge: sembrava cioè relativo a una qualche operazione o attività razionale, la quale a sua volta presuppone ­va… che, se non una presenza umana e per quanto impro ­babile? D’altra parte, la man ­canza di rumori concomitanti mi rassicurava un poco: dif ­ficile immaginare un uomo che si limiti a un solo rumore, re ­primendo tutti i vari suoni in ­cessantemente prodotti da un corpo vivo in moto (perfino il suo respiro mi sarebbe stato agevole udire, di dove ero). E finalmente, cosa ci avrebbe fatto un uomo, mettiamo pure un malintenzionato, in una stanza squallida e vuota di qualsiasi allettante bottino?

Tuttavia non mi decidevo a nulla; mi sentivo ridicolo, ma restavo lì, quasi incollato a quelle decrepite assi, senza muovere un dito. Poi mi ven ­ne in mente che la porta, se ­condo avevo spesso osservato, era addirittura fenduta in più d’un punto: ossia, mettendo l’occhio a una di tali fessure, e supponendo che dentro vi fosse luce bastante, avrei forse potuto sbirciare nella stanza. Ebbene: trovata la richiesta fessura, e poiché l’interno ri ­sultava sufficientemente illu ­minato (attraverso una fìnestretta) dalle luci di strada e dal chiaro di luna in combi ­nazione, ebbi modo di vedere quanto segue.

Sul rudimentale acquaio sta ­vano accatastate le scodelle sudice della mia cena; con in cima, e in bilico, un piattino. Inerpicato fortunosamente sul ­la catasta era un gatto, certo un di quelli che mi entravano in casa dalla gattaiola del ­l’uscio esterno; il quale anda ­va leccando coscienziosamente il piattino, e traendone, data la posizione precaria del medesimo, il suono ritmato che era causa delle mie perplessità e dei miei timori. E se l’ani- male tanto si attardava nella bisogna, è perché il piatt ­ino aveva contenuto del miele: e nessuno ignora quanto questa sostanza sia tenente alla lingua, né ignora che i gatti dabbene sogliono lasciare netto e lustro il vasellame leccato.

In conclusione nulla di più assicurante, si sarebbe detto: un gatto che lecca un piattino.
Già: eppure, a rifletterci ap ­pena un istante, c’era lì qual ­cosa che non tornava. In primo luogo, i gatti non sono orsi, né mi consta che amino il mie ­le in alcun modo; essi, anzi, sono dalla loro libera natura portati a fuggire tutto quanto minacci d’invescarli. Sicché co ­me mai codesto gatto si dedi ­cava con così generoso impe ­gno a ripulire giusto il piatti ­no? quando poi i piatti sot ­tostanti, in gran parte accessi ­bili, recavano tracce d’unto o emanavano sentori ben più so ­stanziosi e confortevoli?

Ma ciò era il meno; e piut ­tosto, quale dimenticata sen ­sazione ridestava d’un tratto dall’oscuro fondo di me stesso quel ticchettio? a qual con ­fuso ricordo, a quale remota condizione o abitudine mi ri ­chiamava? Aguzzavo l’orec ­chio verso quel trascorrere e come rimbalzare di lievi suoni: affascinato, sempre più tur ­bato e sgomento man mano che mi pareva avvicinarmi al ­la soluzione dell’enigma…

E finalmente compresi: il piattino con tutto il resto non erano che una messinscena, mentre in realtà il gatto vo ­leva trasmettermi, voleva bat ­termi un messaggio. Mi spiego subito. Durante il mio servizio militare, tanti anni addietro, m’ero per avventura fami ­liarizzato con certo sistema di impulsi tradotti in battute di varia durata (alias in punti e linee), che è insomma quello adottato dai telegrafisti di tut ­to il mondo: e appunto valen ­dosi di tale alfabeto, mi parla ­va l’animaluccio baffuto. Con alcune incongruenze, beninte ­so; ma, ecco ecco, le parole si componevano ormai in discor ­so filato…

*

« Eh eh, anche meno! » esclamò qui l’amico cui venivo raccontando questa mia sto ­ria; e fece seguire al detto un sibilo, di scherno e d’incredu ­lità insieme.
« Perché? » chiesi candida ­mente.
« Ma andiamo, cosa vorre ­sti darmi a bere? Confessa che il tuo pretesto narrativo oggi è un po’ debole ».
« Pretesto narrativo!… â— re ­plicai â—. Ma già, naturale: voialtri siete quelli che ci chiedete il verosimile e non il vero ».
« Come se il primo esclu ­desse il secondo ».
« In un certo senso sì: il verosimile è, appunto, simile al vero: se non che, vedi caso, il vero non è mai simile a se stesso ».
« Mi inchino all’eleganza della proposizione, e resto in ­credulo ».
« Dunque ti andrebbe me ­glio se per esempio ti raccon ­tassi che il messaggio lo sognai durante un breve dormiveglia, o me lo inventai e me lo tra ­smisi da me a me medesimo quale espressione d’un mio particolare stato d’animo? ».
« Almeno, potrei crederti ».
« Ah, ed ecco cosa cercate voi in un racconto: le circo ­stanze di fatto, le volgari cir ­costanze di fatto. Ma, dico io, non è tutt’una, in che modo il messaggio sia giunto al mio orecchio? Che stupido letteralismo; se ti dà noia il gatto, leviamo pure di mezzo il gat ­to: la sostanza del discorso rimane ».
« Eh, caro il mio uomo! â— sbuffò l’amico â—, tu vai un po’ troppo per le spicce: avrei qualche obbiezione. Comun ­que lasciamo stare. E’ invece venuto il momento d’informar- mi sul contenuto di codesto famoso messaggio… Ma no, prima un quesito: perché il gatto si sarebbe presa (scusa) una tal gatta a pelare? ».
« Mah, forse gli era imposto da una potenza superna, o meglio infera ».
« Capisco. E adesso avanti: cosa dunque ti diceva il tuo gatto (o la tua immagina ­zione)? ».
« Uhm, diceva testualmen ­te: Dove vai, dove corri da insensato nella notte? e pen ­sando sorprendermi, laddove io ti ho benissimo udito ve ­nire e di proposito seguito a leccare questo piattino… E dove vai o corri nelle tenebre del tuo spirito, il quale non potrà mai fornirti la ragione, il motivo, il chiarimento che cerchi? Credimi, tanto vale rassegnarsi al buio, alla cecità di questa come di tutte le altre notti passate o future. Credi ­mi: io sono la tua coscienza negativa e so quanto vano sia ogni affanno, quanto vana ogni speranza. Dormi, se puoi, dormi tutto il tuo tempo ter ­reno e non inseguire le spet ­trali parvenze che ti illudono di vita o di resurrezione!… Ah basta: mi manca il cuore ».

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