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LETTERATURA: I MAESTRI: Gatto telegrafista

10 Gennaio 2012

di Tommaso Landolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 8 agosto 1970]

Ci siamo ormai ridotti al punto che la menoma disav ¬≠ventura ci mette, come suol dirsi, a terra. Io m’ero fatto un preciso programma per la serata: avrei corretto e copia ¬≠to due articoli che da mesi attendevano nel cassetto, e ne avrei avuto il doppio benefi ¬≠cio del lavoro compiuto e del tempo trascorso (il tempo in ¬≠vero deve essere non solo per me il peggior nemico, secondo si rileva da ci√≤ che tutti vo ¬≠gliono ¬ęammazzarlo ¬Ľ). Ed ec ¬≠co, invece, che mi si ruppe la macchina da scrivere. E’ la lettera a, solitamente, che fa di questi scherzi: casca d’im ¬≠provviso e riman l√¨ inerte, e, poich√© la sua frequenza nella nostra lingua √® soverchiante… Via, come si fa a scrivere (anche da cani) nell’idioma di Dante, se manca la a. Per cui, da parte mia, avvilimento e quasi disperazione. Soprattut ¬≠to un gran senso di vuoto: ora, stanotte, in che modo o con cos’altro avrei sostituito il mio progettato lavoro a pas ¬≠satempo?

Mi aggiravo come una lar ¬≠va per lo studio, sconfinando talvolta nelle stanze attigue, n√© trovavo pace; a coricarmi non era da pensare, sapevo troppo bene che, se lo avessi fatto prima di una certa ora, mi sarei destato nel cuor del ¬≠la notte e non avrei pi√Ļ ri ¬≠preso sonno. E cos√¨, coi sensi irritati e resi particolarmente acuti dal mio disagio medesi ¬≠mo, non stentai a percepire un tal suono o rumore alquanto discrepante (rispetto a quelli abituali della casa nelle ore notturne: come gemito di mo ¬≠bili, rotolio di topi e simili).

Era un suono, bench√© mo ¬≠desto, reiterato; e dunque per ci√≤ stesso in qualche misura sospetto, posto anche che del ¬≠la casa io ero il solo abitatore. In breve, mi proposi di chia ¬≠rirne senza indugio la causa o dicasi di individuarne la fonte. Esso pareva sulle prime remo ¬≠to, ma nella mia rapida marcia d’avvicinamento fui favorito dal gran silenzio di dentro e di fuori; e, attraversate che ebbi tre o quattro camere, im ¬≠boccata la scala interna sul piano inferiore, si fece pi√Ļ di ¬≠stinto. Scesi quatto quatto, e mi trovai col viso contro una rustica, ingrommata porta, che rimetteva in una stanza di sbratto dove usavo accumulare le stoviglie della mia solitaria cena: la domestica il mattino dopo provvedeva a rigover ¬≠narle.

*

Ebbene, ecco: subito di die ¬≠tro a quella porta, sorgeva il rumore che mi aveva impen ¬≠sierito. Ma io intanto ero stato preso da non so quale irra ¬≠gionevole terrore, e non mi decidevo a spingerla. Cosa poi temevo? Non so, l’ho detto; o magari, a sbigottirmi, era la natura o qualit√† del rumore. Questo mi giungeva adesso come una sorta di ticchettio singolarmente cadenzato e che, se cos√¨ posso esprimermi, sem ¬≠brava seguire una ben deter ¬≠minata legge: sembrava cio√® relativo a una qualche operazione o attivit√† razionale, la quale a sua volta presuppone ¬≠va… che, se non una presenza umana e per quanto impro ¬≠babile? D’altra parte, la man ¬≠canza di rumori concomitanti mi rassicurava un poco: dif ¬≠ficile immaginare un uomo che si limiti a un solo rumore, re ¬≠primendo tutti i vari suoni in ¬≠cessantemente prodotti da un corpo vivo in moto (perfino il suo respiro mi sarebbe stato agevole udire, di dove ero). E finalmente, cosa ci avrebbe fatto un uomo, mettiamo pure un malintenzionato, in una stanza squallida e vuota di qualsiasi allettante bottino?

Tuttavia non mi decidevo a nulla; mi sentivo ridicolo, ma restavo l√¨, quasi incollato a quelle decrepite assi, senza muovere un dito. Poi mi ven ¬≠ne in mente che la porta, se ¬≠condo avevo spesso osservato, era addirittura fenduta in pi√Ļ d’un punto: ossia, mettendo l’occhio a una di tali fessure, e supponendo che dentro vi fosse luce bastante, avrei forse potuto sbirciare nella stanza. Ebbene: trovata la richiesta fessura, e poich√© l’interno ri ¬≠sultava sufficientemente illu ¬≠minato (attraverso una f√¨nestretta) dalle luci di strada e dal chiaro di luna in combi ¬≠nazione, ebbi modo di vedere quanto segue.

Sul rudimentale acquaio sta ¬≠vano accatastate le scodelle sudice della mia cena; con in cima, e in bilico, un piattino. Inerpicato fortunosamente sul ¬≠la catasta era un gatto, certo un di quelli che mi entravano in casa dalla gattaiola del ¬≠l’uscio esterno; il quale anda ¬≠va leccando coscienziosamente il piattino, e traendone, data la posizione precaria del medesimo, il suono ritmato che era causa delle mie perplessit√† e dei miei timori. E se l’ani- male tanto si attardava nella bisogna, √® perch√© il piatt ¬≠ino aveva contenuto del miele: e nessuno ignora quanto questa sostanza sia tenente alla lingua, n√© ignora che i gatti dabbene sogliono lasciare netto e lustro il vasellame leccato.

In conclusione nulla di pi√Ļ assicurante, si sarebbe detto: un gatto che lecca un piattino.
Gi√†: eppure, a rifletterci ap ¬≠pena un istante, c’era l√¨ qual ¬≠cosa che non tornava. In primo luogo, i gatti non sono orsi, n√© mi consta che amino il mie ¬≠le in alcun modo; essi, anzi, sono dalla loro libera natura portati a fuggire tutto quanto minacci d’invescarli. Sicch√© co ¬≠me mai codesto gatto si dedi ¬≠cava con cos√¨ generoso impe ¬≠gno a ripulire giusto il piatti ¬≠no? quando poi i piatti sot ¬≠tostanti, in gran parte accessi ¬≠bili, recavano tracce d’unto o emanavano sentori ben pi√Ļ so ¬≠stanziosi e confortevoli?

Ma ci√≤ era il meno; e piut ¬≠tosto, quale dimenticata sen ¬≠sazione ridestava d’un tratto dall’oscuro fondo di me stesso quel ticchettio? a qual con ¬≠fuso ricordo, a quale remota condizione o abitudine mi ri ¬≠chiamava? Aguzzavo l’orec ¬≠chio verso quel trascorrere e come rimbalzare di lievi suoni: affascinato, sempre pi√Ļ tur ¬≠bato e sgomento man mano che mi pareva avvicinarmi al ¬≠la soluzione dell’enigma…

E finalmente compresi: il piattino con tutto il resto non erano che una messinscena, mentre in realt√† il gatto vo ¬≠leva trasmettermi, voleva bat ¬≠termi un messaggio. Mi spiego subito. Durante il mio servizio militare, tanti anni addietro, m’ero per avventura fami ¬≠liarizzato con certo sistema di impulsi tradotti in battute di varia durata (alias in punti e linee), che √® insomma quello adottato dai telegrafisti di tut ¬≠to il mondo: e appunto valen ¬≠dosi di tale alfabeto, mi parla ¬≠va l’animaluccio baffuto. Con alcune incongruenze, beninte ¬≠so; ma, ecco ecco, le parole si componevano ormai in discor ¬≠so filato…

*

¬ę Eh eh, anche meno! ¬Ľ esclam√≤ qui l’amico cui venivo raccontando questa mia sto ¬≠ria; e fece seguire al detto un sibilo, di scherno e d’incredu ¬≠lit√† insieme.
¬ę Perch√©? ¬Ľ chiesi candida ¬≠mente.
¬ę Ma andiamo, cosa vorre ¬≠sti darmi a bere? Confessa che il tuo pretesto narrativo oggi √® un po’ debole ¬Ľ.
¬ę Pretesto narrativo!… √Ę‚ÄĒ re ¬≠plicai √Ę‚ÄĒ. Ma gi√†, naturale: voialtri siete quelli che ci chiedete il verosimile e non il vero ¬Ľ.
¬ę Come se il primo esclu ¬≠desse il secondo ¬Ľ.
¬ę In un certo senso s√¨: il verosimile √®, appunto, simile al vero: se non che, vedi caso, il vero non √® mai simile a se stesso ¬Ľ.
¬ę Mi inchino all’eleganza della proposizione, e resto in ¬≠credulo ¬Ľ.
¬ę Dunque ti andrebbe me ¬≠glio se per esempio ti raccon ¬≠tassi che il messaggio lo sognai durante un breve dormiveglia, o me lo inventai e me lo tra ¬≠smisi da me a me medesimo quale espressione d’un mio particolare stato d’animo? ¬Ľ.
¬ę Almeno, potrei crederti ¬Ľ.
¬ę Ah, ed ecco cosa cercate voi in un racconto: le circo ¬≠stanze di fatto, le volgari cir ¬≠costanze di fatto. Ma, dico io, non √® tutt’una, in che modo il messaggio sia giunto al mio orecchio? Che stupido letteralismo; se ti d√† noia il gatto, leviamo pure di mezzo il gat ¬≠to: la sostanza del discorso rimane ¬Ľ.
¬ę Eh, caro il mio uomo! √Ę‚ÄĒ sbuff√≤ l’amico √Ę‚ÄĒ, tu vai un po’ troppo per le spicce: avrei qualche obbiezione. Comun ¬≠que lasciamo stare. E’ invece venuto il momento d’informar- mi sul contenuto di codesto famoso messaggio… Ma no, prima un quesito: perch√© il gatto si sarebbe presa (scusa) una tal gatta a pelare? ¬Ľ.
¬ę Mah, forse gli era imposto da una potenza superna, o meglio infera ¬Ľ.
¬ę Capisco. E adesso avanti: cosa dunque ti diceva il tuo gatto (o la tua immagina ¬≠zione)? ¬Ľ.
¬ę Uhm, diceva testualmen ¬≠te: Dove vai, dove corri da insensato nella notte? e pen ¬≠sando sorprendermi, laddove io ti ho benissimo udito ve ¬≠nire e di proposito seguito a leccare questo piattino… E dove vai o corri nelle tenebre del tuo spirito, il quale non potr√† mai fornirti la ragione, il motivo, il chiarimento che cerchi? Credimi, tanto vale rassegnarsi al buio, alla cecit√† di questa come di tutte le altre notti passate o future. Credi ¬≠mi: io sono la tua coscienza negativa e so quanto vano sia ogni affanno, quanto vana ogni speranza. Dormi, se puoi, dormi tutto il tuo tempo ter ¬≠reno e non inseguire le spet ¬≠trali parvenze che ti illudono di vita o di resurrezione!… Ah basta: mi manca il cuore ¬Ľ.


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Bart