Dove sbagliano Monti e Napolitano
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 25 febbraio 2012)
Giorgio Napolitano è in tervenuto piuttosto pesantemen te nella discussione sulle liberaliz zazioni. Con una lettera ai presi denti di Camera e Senato ha invi tato il Parlamento a non stravolge re il decreto del governo con «emendamenti non attinenti ». In altre parole, il Quirinale ha messo i piedi nel piatto, e per di più in un piatto non suo. Non fossimo in un periodo di concordia nazionale, e cioè in una stagione in cui tutto viene silenziato e digerito in nome dell’interesse supremo del Paese, probabilmente l’appello del capo dello Stato non sarebbe passato inosservato e avrebbe ricevuto un invito a stare nel pro prio campo. Il presidente della Repubbli ca a fare il presidente, il Parlamento a fare il Parlamento. Senza invasioni di campo e senza bocciature preventive. Una volta si diceva che il popolo è sovrano e a eserci tarne la sovranità ci pensano i rappresen tanti da esso eletti. Oggi il monarca più che dagli italiani pare rappresentato dall’inquilino del Quirinale, il quale, pur non essendo indicato dagli elettori, fa e di – sfa come se lo fosse, comportandosi ap punto come un re.
Ora però ci interessa poco segnalare che la massima istituzione di garanzia ha esondato dai propri compiti e ormai si sta progressivamente sostituendo al governo e anche alle Camere, occupando nuovi spazi e avviandoci a una Repubblica pre sidenziale, evoluzione secondo noi posi tiva, ma che andrebbe perlomeno ratifi cata da una riforma costituzionale. Ciò che ci preme, semmai, è interrogarci pro prio sulla sostanza dei provvedimenti messi nel mirino da Napolitano e cioè se gli emendamenti presentati al Senato sia no davvero un tentativo della Casta per bloccare le liberalizzazioni volute dal go verno.
Come i lettori sanno, i provvedimenti di Monti e Passera non hanno riscosso il nostro gradimento in quanto ci sono par si più di facciata che di sostanza. Fumo negli occhi, buono per annebbiare la vi sta, non per andare lontano. Che dunque dei parlamentari vogliano migliorare il decreto non è a priori una cosa negativa.
Certo, tra gli emendamenti depositati ce ne sono alcuni che puntano a cancellare anche quel poco di buono previsto dal piano del governo. Ma altri vanno invece nella direzione opposta e semmai c’è da chiedersi perché l’esecutivo non li abbia ancora fatti propri. Ne citiamo uno fra tut ti, quello che riguarda le assicurazioni. In vece di prevedere che gli agenti delle compagnie debbano presentare due con tratti alternativi a quello da loro proposto, se si vuole introdurre un mercato più libero, perché non si abolisce l’obbligo imposto agli agenti di rappresentare una sola società assicuratrice? Basterebbe infatti che i venditori di polizze non fossero co stretti all’esclusività del mandato, ma rappresentassero più compagnie, per rendere effettiva la concorrenza. L’agente a questo punto avrebbe interesse a pro pone al cliente il contratto migliore e non quello di chilo paga. Semplice no?E allora perché insistere sull’obbligo ridicolo di parlare anche di due contratti alternativi? Credono davvero a Palazzo Chigi che ba sterà un codicillo a rendere il settore più competitivo e ad abbassare le tariffe?
C’è un altro aspetto del decreto che ci lascia perplessi e sul quale, secondo noi, sono ingiustamente riposte delle aspetta tive di risparmio. Si tratta della separazione di Eni e Snam. Come è noto, il colosso petrolifero è proprietario dell’azienda di distribuzione del gas, ma il governo ritie ne che questo non sia utile al mercato e ai consumatori. Meglio dividere come chie devano alcuni investitori finanziari che della questione hanno fatto un chiodo fis so. Perché la divisione della rete dal suo azionista debba portare un beneficio ai clienti è un mistero che non ci sappiamo spiegare. Il divorzio al massimo potrebbe dare qualche vantaggio agli speculatori, i quali avranno non più un tavolo su cui giocare i propri soldi ma due. Del resto chi vuole guadagnare in fretta da sempre punta a smembrare un’azienda riven dendone a pezzi il patrimonio. Come tutti sanno, con una vendita in blocco si gua dagna meno che da una al dettaglio.
Fossimo in Passera e soci rinuncerem mo dunque al progetto (che nessuno in Europa ha fatto prima di noi), puntando piuttosto su un’alternativa che ci pare più utile. Fondere Snam con altre società eu ropee, così come suggerito proprio l’altro ieri dall’amministratore delegato dell’Eni. Insieme le imprese del settore potrebbero ottenere risultati di conteni mento dei costi e di maggior efficienza, traducendo il tutto in sensibili risparmi peri consumatori. Oggi ogni società euro pea che distribuisce gas provvede al pro prio fabbisogno, utilizzando gasdotti e stoccaggi nazionali. Se si concentrassero i rifornimenti attraverso una sola ditta, i passaggi e le riserve sarebbero inevitabil mente contenuti e di conseguenza anche i costi. Invece di fare a fetta un’azienda in questo modo la si rafforzerebbe, creando la prima holding energetica europea, sia per presenza nei singoli Paesi che per azionariato. Anche in questo caso ci do mandiamo perché non si facci a e si preferiscano inseguire liberalizzazione teori che ma per nulla pratiche.
Affinché l’apertura dei mercati e la ri duzione delle tariffe non rimangano un esercizio da professori, forse è il caso di ri pensarci. Lasciando perdere i tuoni e ful mini che arrivano dal Colle.
Un terrorista a palazzo
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 25 febbraio 2012)
A vent’anni si è stupidi davvero, parola del Vate della canzone impegnata, Francesco Guerini, il quale già nel 1978 spiegava con la chitarra in mano quante balle si hanno in testa a quell’età. Chi più, chi meno ci so no passati in molti. Presi da un senso di onnipotenza e da un desiderio di cambia re il mondo, spesso si sono commesse fes serie. Quando imperversava la «Meglio gioventù » e il sogno di molti giovanotti di buona famiglia prevedeva la rivoluzione, le cavolate poi erano all’ordine del giorno. In qualche caso si trattò di marachelle ri mediabili, come i cortei di protesta e le scritte sui muri; in altri, purtroppo, l’unico rimedio fu una lapide.
È ciò che accadde nella primavera del1977 aMilano, quando un gruppo di ap partenenti ai collettivi studenteschi e all’area dell’autonomia si scontrò in pieno centro con la polizia. In quei giorni di fuo co c’era già scappato il morto. Giorgiana Masi, una studentessa di 19 anni, il 12 di maggio, durante una manifestazione a Roma, venne colpita da un proiettile. In ri sposta, i gruppi dell’extra sinistra si dettero appuntamento nella città lombarda due giorni dopo. Obiettivo: protestare contro la repressione creando scaramucce con gli agenti nei dintorni dei carcere di San Vittore. All’appunta mento un gruppo di ragazzi poco più che ventenni si presentò armato di pistole e molotov. Della combriccola che pianificò lo scontro facevano parte alcuni che poi divennero tri stemente famosi. Come Marco Bar bone, colui che un paio d’anni dopo assassinò a sangue freddo il giornali sta Walter Tobagi, e Corrado Alunni, un ex operaio che aveva già militato nelle Brigate rosse, il quale per l’oc casione mise a disposizione l’intero suo arsenale, vale a dire un paio di revolver e un fucile a canne mozze.
Con questo armamento i compa gni che sbagliavano scesero in piaz za, preparandosi oltre che a menai’ le mani anche a usarle per fare tiro a segno. Cosa che regolarmente ac cadde. Appena la banda incontrò la celere schierata in via De Amicis per impedire che il corteo raggiungesse la prigione, qualcuno diede l’ordine di sparare. Alcuni colpi non andaro no a segno. Uno colpì alla testa il vi cebrigadiere Antonio Custra, un ra gazzo della stessa età del suo assas sino, Mario Ferrandi. Il poliziotto, immigrato del Sud, morì quasi subi to, senza riprendere conoscenza e senza vedere la figlia che sarebbe na ta mesi dopo. L’omicidio, immorta lato dal clic di un fotografo, finì sulle prime pagine di tutti i giornali. L’obiettivo infatti riprese il terrorista nell’atto di sparare, un istante prima che partisse il colpo mortale.
Perché rievoco una vicenda vec chia di trentacinque anni, che i pro cessi si sono già incaricati di chiarire condannando i colpevoli e dunque dovrebbe essere consegnata alla sto – ria di questo Paese? La ra gione è sem plice. Tra i giovanotti che quella mattina sce sero in piazza armati, pron ti a far fuoco contro la po lizia, ce n’era uno di nome Maurizio Azzolini.
Una foto lo ritrae in pieno centro mentre a braccia unite e con il passamontagna spara agli uomini della Celere. L’arma, una Beretta 7,65, era stata acquistata qualche giorno prima al mercato nero di Porta Ticinese. Per fortuna i proiettili non andarono a segno e dunque Azzolini è potuto uscire in denne dall’inchiesta sulla morte di Custra e rifarsi una vita, dimenticali – do gli errori di gioventù. Chi però non ha dimenticato è Carmine Aba gnale, un vicebrigadiere della polizia di Stato amico dell’agente ucciso. Al pari del collega, Abagnale il 14 mag gio del 1977 era in via De Amicis e ancora si ricorda i proiettili sparati contro chi come lui indossava una divisa. Oggi Abagnale fa il consigliere comunale a Milano e qualche giorno fa ha avuto la ventura di incontrare proprio Azzolini a Palazzo Marino. Non in fila per un certificato o una pratica.
L’ex sparatore fa parte dello staff del vice sindaco Maria Grazia Guida.
Anzi, ne è il ca po di gabinet to, ossia la persona fidata che tratta per la numero due della giunta milanese le questioni più delicate. Azzolini ov viamente non ha conti in sospeso con la giustizia e dunque può fare ciò che vuole, magari anche invocare il diritto all’oblio come ha fatto recen temente un ex militante del partito combattente. Ciò nonostante, Aba gnale non l’ha mandata giù e, presa carta e penna, ha scritto al vicesinda co, ricordandole che mentre lui di fendeva le istituzioni democratiche «il suo capo di gabinetto mi sparava addosso ».
Come abbiamo detto, a vent’anni si è stupidi davvero e dunque si pos sono commettere errori anche gravi come quello di andare in giro a spa rare ai poliziotti. Tuttavia anche i cri mini più gravi si scontano e una vol ta pagato il proprio debito si ha dirit to a rifarsi una vita. Così va nei Paesi civili e così ci si deve attenere anche nel caso in questione. Al di là dei pro fili giudiziali o penali, che in questo caso non ci sono, ne esistono però altri di ordine morale e politico. Non si pretende che nessuno espii una colpa di trentacinque anni fa seppel lendosi vivo, né che si rinchiuda in convento, ma per decenza si spera che rinunci alla ribalta. Chi sparava per abbattere lo Stato democratico dalle quelle stesse istituzioni demo cratiche dovrebbe tenersi alla larga, evitando di stare sotto i riflettori e fa cendosi dimenticare. Altrimenti per molte delle vittime di quegli anni, ol tre al danno, c’è la beffa.
Anni fa feci i conti in tasca a un ex di Prima Linea divenuto parlamen tare. Oltre a godere ogni mese di 15 mila euro, aveva la segretaria e l’auto blu. Alla vedova dell’agente ucciso in uno scontro a fuoco cui lui aveva partecipato e per il quale era stato condannato invece andavano solo 750 euro. All’epoca mi domandai se valeva lapena di morire per difende re uno Stato che premia i terroristi e dimentica le vittime. Oggi mi rifaccio la domanda
Non difendo soltanto gli amici, ma tutti i giornalisti minacciati
di Enrico Mentana
Caro Vittorio Feltri,
se davvero «togliessi il bavaglio solo agli amici » sarei incoerente e fazioso. La libertà di Formigli e la tua non sono due cose diverse. Mi capita spesso di difendere anche dal telegiornale che dirigo e conduco un tuo omonimo, del quale ciclicamente qualche Torquemada invoca la lapidazione o perlomeno la radiazione dall’Ordine dei giornalisti.
Quando prendo le parti di un giornalista, ultimo caso appunto Formigli, non lo faccio per riflesso corporativo, ma perché in ogni azione giudiziaria dai contenuti chiaramente intimidatori o puni tivi vedo un indebolimento delle difese immunitarie del nostro mestiere. Potenti di destra, di sini stra, o attenti solo al profitto, non cambia: se chi può muovere inve stimenti importanti e grandi studi legali chiede risarcimenti a sette zeri a un giornale o a un singolo giornalista, oppure minaccia di non comprare più spazi pubblici- tari, solo perché un servizio non gli è piaciuto, questo a casa mia si chiama attacco alla libertà di stam pa. Vale allo stesso modo per la casa automobilistica di Formigli e per la banca del Giornale, nel caso Rizzoli che tu hai citato ieri, così come per ogni altra richiesta smi surata di risarcimento.
E bada: non sono così ottuso da pensare che il giornalista abbia sempre ragione. Nel caso Fiat-Formigli non lo voglio neanche discutere, e infatti mi guardo bene dal contestare il pur pesante danno patrimoniale stabilito dal giudice che ha sanzionato quel servizio di Annozero (1 milione 750mila eu ro). Ma è l’altra parte, i 5 milioni 250mila euro di danno non patri moniale (quello di immagine, di reputazione sporcata), che deve far scattare l’allarme per chi ha a cuore la libertà di informazione.
La Fiat ne aveva chiesti addirittu ra 20, a quanto pare. Quale azien da editoriale può permettersi di ti rar fuori quei soldi? Quale giorna le si avventurerà in altre inchieste scomode sui prodotti Fiat? Perché quell’azienda non ha accettato la proposta – avanzata fuori processo – di un servizio che desse cor rettamente conto del punto di vi sta del Lingotto?E chi si avventure rà più a intervistare Rizzoli se il Giornale sarà sanzionato? E anche se l’azienda o la banca «perdonerà », quale sarà di lì in poi l’atteg giamento della testata o del gior nalista nei suoi confronti?
Ma soprattutto: è mai possibile che nel giornalismo italiano i pez zi genuflessi nei confronti dei po tenti (soprattutto dell’economia) debbano essere la regola, anche quando si parla della Duna o degli aiuti a Zalewski, e i servizi critici – giusti o sbagliati, ma in buona fe de – finiscano per essere un’ano malia da perseguire e reprimere?
Perché si può dire che quel politi co è rimbambito o quel libro fa schifo, che quel cantante è meglio dell’altro o quella trasmissione è copiata da quella della rete avver saria, ma non dire che un’auto non prevale nel confronto con le concorrenti? E ad aggravare il ca so Fiat-Annozero, ma anche quel lo De Benedetti-Giornale che tu ri cordavi nello stesso articolo di ie ri, sta l’odiosità ancor maggiore dell’azione intimidatoria quando a volerla sono soggetti che sanno bene quanto male rischiano di fa re, visto che hanno forti interessi nello stesso settore dell’editoria.
Eppure se ne sbattono degli effetti devastanti, che riguardano non solo il giornale o il singolo che si vuol colpire, ma anche gli altri cen to che così si vogliono educare.
Usciamo da un lungo periodo in cui, un po’ per scelta un po’ per parte in commedia, i giornali hanno giocato tra di loro la stessa bat taglia delle fazioni politiche. Co me sai quell’elmetto io non me lo sono mai voluto mettere. Adesso che vedo a capo scoperto tutti i col leghi che stimo, vorrei che questa partita almeno ce la giocassimo in sieme. Perché, come ha scritto un mio amico, o riconosci a tutti la li bertà di pensiero o sei un libertici da.
Però se i querelati siamo noi nessuno si strappa le vesti
di Vittorio Feltri
(dal “Giornale”, 25 febbraio 2012)
Caro Enrico Mentana,
la tua risposta alla mia lettera, oltre a essermi piaciuta,mi ha commosso. Se, come scrivi, mi hai difeso da chi perio dicamente invoca la mia lapidazione o almeno la radiazione dall’Ordine dei giornalisti, te ne sono grato. Ma ti confesso di non essermi mai ac corto che le aggressioni subite dal Giornale ti abbiano mobilita to contro gli aggressori. Probabil mente, quei tiggì dal cui pulpito l’hai fatto me li sono persi. Forse ero a casa malato. Ma ne dubito.
Perché varie volte siamo stati intimiditi e non ricordo una tua arrin ga a nostro favore. Segno che so no stato ammalato spesso? Ti giuro che godo di buona salute e che le mie assenze dalla redazione si contano su due o tre dita della stessa mano.
Ripeto. Condivido le tue sagge parole e le sottoscrivo. Credimi, però: la categoria si è sempre dimostrata settaria. Tiene alla libertà di stampa solo in alcuni casi, cioè quando viene minacciata quella di certi giornalisti politicamente connotati come progressi sti; di quella degli altri (orrore: sti pendiati da Berlusconi) non importa nulla a nessuno. La norma è questa.
Cito un episodio, illuminante.
Il magistrato antimafia Antonio Ingroia, qualche tempo fa, parte cipò a convegni di carattere politi co e fece delle affermazioni che suscitarono scalpore e polemi che. Un nostro cronista le com mentò, e di lì a poco ci fu notifica ta una querela. Fin qui, passi. Il problema è che il procuratore non ce l’aveva soltanto con l’autore dell’articolo e col direttore re sponsabile Alessandro Saltasti, ma anche col vicedirettore Nico la Porro, col caporedattore Ric cardo Pelliccetti e col caposervi zio Marco Zucchetti? Che cosa c’entrino con la faccenda quest’ultimi tre, non è dato sapere.
Eppure è andata così. L’intero staff redazionale tirato in ballo per un pezzo sgradito al magistra to. Come interpretare simile azio ne penale, e sottolineo penale?
Tentativo di limitare la libertà di stampa? Intimidazione? E talmente stravagante l’azione intrapresa da Ingroia da lasciare allibiti.
Nonostante ciò, i cari colleghi dell’informazione non hanno fat to una piega, non hanno fiatato, quasi che una causa simile fosse routine.La Federazionenaziona le della stampa non è intervenu ta. L’Ordine neppure. Capirai il motivo del mio stupore nel con statare che, viceversa, per Corra do Formigli (condannato conla Raia versare alla Fiat circa 7 milio ni di euro) si è sollevata l’intera corporazione. Giusto indignarsi e preoccuparsi di un fatto del ge nere ed esprimere solidarietà nei confronti del conduttore televisi vo di La7, ma non si capisce per ché le legnate inferte a noi non abbiano scandalizzato alcuno (a parte te, stando alla tua lettera).
Già che sono in tema, ti raccon to una mia recente disgrazia ac colta con indifferenza dalla cate goria. Tu sai che, in nome della sa tira, ne sono state dette di ogni co lore a tutti. Mai o raramente qual cuno ha pagato per aver scherza to. Solo io devo pagare. Perché nella mia rubrica, Il bamba della settimana, che va in onda su un’emittente privata, ho sfottuto un parlamentare iscritto all’Arci-gay, il quale si era prodotto in Par lamento in un discorso laudato rio sui disertori. Un’orazione de dicata a chi, anziché combattere in battaglia, si volta e scappa. Con tono adeguato alla natura satiri ca della rubrica, avevo detto: for se all’onorevole garbano i diserto ri perché quando fuggono mo strano le terga. Ebbene il diritto di satira non mi è stato riconosciu to. Il tribunale civile mi ha ingiun to di versare all’offeso (offeso di che?) 50mila euro.Non ho ricevu to una sola telefonata di un colle ga che si dicesse amareggiato.
Vabbè. Andiamo avanti. Ieri mattina ho letto, come sempre con gusto, il fondo di Marco Tra vaglio proprio sulla «querelite acuta » da cui sono affetti i deten tori di un qualsiasi potere. Sono d’accordo con lui. Bisognerebbe riformare il sistema che discipli na la diffamazione a mezzo stam pa nonché il meccanismo arbitra rio dei risarcimenti. Bisognereb be valorizzare le rettifiche, il dirit to di replica e ridimensionare amichevolmente gli indennizzi.
Ma il Parlamento se ne frega, per ché alla Camera e al Senato è mas sicciala presenza di avvocati peri quali le nostre cause sono una manna.
Tutto vero. Ma è anche vero che Travaglio, la cui penna ammi ro malgrado venga intinta in un inchiostro di colore diverso dal mio, ha sporto un paio di querele contro Il Giornale. E una l’ha pure vinta: 30mila euro, se non erro. Travaglio comunque è in buona compagnia, inclusa la mia, per ché qualche processo l’ho porta to a casa. A mio vantaggio. E allo ra che si fa, oltre a sopportare? Chi ha un’idea, non la nasconda.