Gli hobbies di Chopin

di Luciano Chailly
[da “La Fiera Letteraria”, numero 8, giovedì 23 febbraio 1967]

Il primo hobby di Chopin si manifestò quando, fan ­ciullo, udì eseguire da un pianista un accordo talmente lato di estensione che le sue piccole mani non arrivavano a seguirlo: ideò allora e co ­struì un curioso apparecchio da applicarsi tra le dita, e che egli portava giorno e notte malgrado il fastidio che gli procurava, allo scopo di allun ­gare le dita stesse e di disten ­dere la pelle interdigitale.

Fin da ragazzo, inoltre, di ­mostrò una enorme passione per il teatro di prosa: riusciva assai bene nella recitazione ed era dotato di una particolare fa ­cilità nel mutare la propria fisionomia. Oggi si potrebbe di ­re che avesse attitudini per il cinema. A quindici anni scris ­se pure una commedia, che re ­citò assieme ai suoi compagni di studio per festeggiare il compleanno del padre.

Egli sapeva imitare perfet ­tamente i gesti, la voce, l’at ­teggiamento delle persone. Una volta si sedette al pia ­noforte e « rifece » Liszt tal ­mente bene da poter essere scambiato con lui. Ma la sua migliore mutazione rimase quella del celebre violinista Pixis. Una sera, in teatro, Pi ­xis in persona entrò nel palco in cui erano installati gli ami ­ci di Chopin, i quali, creden ­dolo Chopin travestito da Pi ­xis, gli batterono violentemen ­te le mani sulla schiena e gli risero in faccia dicendogli: « Ma va là, buffone! », provo ­cando lo sbalordimento, prima, i poi la vivace reazione del Pixis, sorpreso e indignato di quella stravagante accoglien ­za.

Cliopin ebbe anche l’hobby della pittura, in particolare delle caricature. Al Liceo di Varsavia si rese famoso con una caricatura del direttore che, finita proprio nelle mani del « soggetto » messo in bur ­la, gli procurò, anziché il rim ­provero che si aspettava, una lode per il tratto impeccabile del disegno e per la perfetta somiglianza.

Nel 1825 dimostrò una vera mania per l’« oelomelodicon », nuovo strumento a tastiera, poi passato in disuso, a cui si dedicava con un trasporto fa ­natico e che volle far sentire persino all’imperatore Ales ­sandro I., di passaggio a Var ­savia, il quale, commosso dal talento del giovanetto-prodigio, gli fece dono di uno splen ­dido anello di brillanti.

Chopin aveva il terrore che gli venissero sporcati i fo ­gli di carta pentagrammata delle sue composizioni. Aveva la fissazione di conservarli sempre puliti, rigidi, come nuovi. Una volta dovette mo ­strare una partitura manoscrit ­ta di un suo Concerto a un di ­rettore d’orchestra che aveva in animo di eseguirlo. Gli raccomandò subito di voltare le pagine lentamente e di non imbrattarle. Il direttore d’orchestra, per riguardo, si mise persino i guanti, e co ­minciò a leggere la partitura. Ma a un certo punto, improv ­visamente, Chopin divenne tri ­ste e taciturno: il direttore d’orchestra, fumando, gli ave ­va annerito con la cenere di ­verse pagine.

Spendeva molto per la casa. Aveva la passione dei ninnoli, dell’argenteria, dei tappeti, dei lampadari di cristallo e dei fiori. In ogni stagione la sua casa era piena di fiori. E quan ­do le sue amiche della nobil ­tà venivano a trovarlo, aveva ­no l’abitudine di portargli una rosa o un’orchidea, ch’egli metteva subito, personalmen ­te, in un vaso, restando poi a lungo a contemplarle, come un innamorato. A Parigi, il suo appartamento di via Pigalle era rinomato per un magni ­fico salone color caffè-latte, ric ­co di meravigliosi vasi da fiori giapponesi, arredato con mo ­bili verdi; in un angolo, c’era un grande scaffale in quercia carico di ogni curiosità, tap ­pezzato sulle pareti da tele di gusto raffinato, tra cui egli pre ­diligeva «  L’Aurora » di Ca ­lamatta e i dipinti di Delacroix.

Adorava l’intimità della sua abitazione. Anche durante il periodo di Nohant raramente usciva di casa. Faceva qualche breve passeggiata per cogliere fiori, ma presto tornava a chiu ­dersi nel suo studio. D’indole prettamente aristocratica, accettava soltanto allieve e ami ­cizie dell’alta nobiltà. Lo urta ­vano le risate volgari di certi amici della Sand appartenenti alle classi inferiori, le grida invadenti degli invitati, la con ­fidenza dei domestici, le sbor ­nie del fratellastro Ippolito. Non tollerava in particolare il frastuono, le voci alte, le di ­scussioni.

Nessuno lo superava in di ­stinzione ed eleganza. Ci tene ­va in modo speciale, ai guanti. Vestiva come un prin ­cipe tra i principi che lo cir ­condavano nei tanti salotti di cui era l’idolo e dove si reca ­va sul suo snello calessino per ­sonale, ch’era uno dei suoi vanti. La prima cosa che lo colpì a Berlino, e che subito scrisse al padre, fu che « le berlinesi vestono male; cam ­biano molto, è vero, ma è un peccato per le belle stoffe sciu ­pate per tali pupattole ».

Dei vari musicisti del passa ­to, ebbe una cotta, durante l’adolescenza, per Handel e Weber, ciò che un poco sor ­prende trattandosi di nature così diverse dalla sua. In se ­guito le sue preferenze s’indi ­rizzarono a Bach e, più di tut ­ti, a Mozart, che rappresenta ­va per lui il tipo ideale di mu ­sica, il poeta per eccellenza. Aveva orrore del « fracasso pianistico »  come lo chiamava. Detestava il melodramma. Per ­fino certe cose di Beethoven non rispondevano ai suoi gu ­sti, perché troppo fragorose. Soffriva di vari complessi. Pri ­ma di tutto, cosa insospettabi ­le in un concertista del suo ca ­libro, era soggetto al timor panico. La folla lo intimidiva, si sentiva paralizzato dagli sguardi curiosi, dai visi estra ­nei.

Quando poi veniva invitato a pranzo aveva sempre paura che, dopo il pasto, lo si pregas ­se di suonare. E una volta che la padrona di casa gli fece ca ­pire ch’era suo dovere ricam ­biare, si irritò al punto di smentire per un attimo la sua tradizionale distinzione: prese il cappello e uscì dicendo che aveva mangiato talmente poco che poteva anche andare sen ­za rimorsi.

Era geloso. Non era, natural ­mente, la sua, una gelosia co ­mune, ottusa. Era come un bi ­sogno di sentire suoi e soltan ­to suoi i pensieri, le aspira ­zioni, le fantasie dell’amata.

Sentì talmente forte la fiam ­ma dell’amor di patria da arri ­vare sino all’esaltazione. Nel 1830, da Vienna, lanciato a ve ­locità pazza su di una carroz ­za, inseguì l’amico Titus Woyciekowsky per correre a com ­battere in difesa della Polonia, ma non riuscì a passare il con ­fine. Il pensiero della patria in pericolo lo sconvolgeva ed era sempre presente nelle sue lettere e nelle sue composizio ­ni di quel tempo.

Nutrì pure un amore scon ­finato per le melodie popolari della sua terra, che soleva cantare dolcemente, con gli occhi perduti nell’infinito, e che troviamo spesso trasferite e trasfigurate nella sua musi ­ca. Da ragazzo ebbe anche la passione della danza paesana e talvolta si recava, ballerino perfetto, a far « quattro salti » nei dintorni di Varsavia. Sulla base di quei ritmi e di quel folklore sarebbero nate le «  Mazurche » e le « Polacche ».

Durante gli ultimi tempi della sua vita, l’idea dell’im ­perfetto e dell’incompiuto lo torturava. Bruciava spietata ­mente tutto quello che iniziava. Ogni idea musicale gli sembrava, monca e stentata.

L’ultimo incubo della sua natura ipersensibile e tormen ­tata fu quello di riprender vita nella tomba. Le estreme parole, scritte stentatamente di suo pugno, sono le seguen ­ti: « Poiché la terra mi soffo ­cherà, vi scongiuro di fare aprire il mio corpo perché io non sia sepolto vivo ».

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