[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]
L’incontro con Christiane Vulpius
Una volta tornato a Weimar, dove arriva il 18 giugno del 1788, si profilano i primi screzi conla Charlottevon Stein. Goethe è radicalmente cambiato, il suo viaggio in Italia aveva inciso a fondo sulla sua personalità ed i primi ad accorgersene sono gli amici più stretti, che fanno fatica a riconoscerlo. A dire il vero, a partire dall’inizio del secolo, non erano state poche le difficoltà esistenziali anche per uno come lui, forgiato a far fronte a evenienze particolarmente difficili. Malgrado tutto rimase a Weimar, trattenuto soprattutto dalla direzione del teatro ducale, che tenne dal 1791 al 1813, e dalla possibilità di perseguire meglio che altrove gli studi scientifici, cui si dedicò con rinnovato ardore. Nella quiete di Weimar, non più impegnato ad amministrare il piccolo Ducato, si faceva strada una strana sensazione di vuoto, al limite della frustrazione; le esperienze si illanguidivano e Goethe si apprestava a vivere soprattutto di ricordi. A scuoterlo da quella pericolosa apatia la vicinanza di Schiller, anche lui chiamato nella Corte di Weimar nel 1799 e da allora prezioso ed infaticabile amico-consigliere del grande ma depresso Goethe. Ma nemmeno in questo periodo mancheranno le soddisfazioni per il grande poeta, da sempre affascinato dalle teorie di Johann Gottfried Herder sulla “poesia popolare” e particolarmente attento a scrutare nei secoli “bui” della Germania, alla cui ricerca cui si dedicavano i giovani “Romantici” per ritrovare anche nella negletta “Teuschland” tracce di un passato letterario in grado di competere con quello glorioso delle nazioni vicine, come l’Italia,la Franciae l’Inghilterra. Questo suo vivo desiderio sarà proprio all’inizio del secolo esaudito grazie soprattutto al lavoro certosino, portato avanti su larga scala da due poeti “romantici”, Achim von Arnim e Clemens Brentano, conosciutisi nella mitica Università di Göttingen, proprio dove alcuni anni prima era nato il “Göttinger Heim”, sparuto gruppo di lirici attivi a cavallo dei due secoli (Settecento e Ottocento). Questi due giovani poeti, dopo un laborioso lavoro di ricerca durato anni, molti dei quali trascorsi sul fiume tedesco per eccellenza, il mitico Reno, erano riusciti a raccogliere molte vecchie canzoni tedesche -“Alte deutsche Lieder” – e a pubblicarle a partire dal 1802. Solo nel 1804, auspice il grande Goethe, a cui l’opera viene dedicata – “ SR. Excellenz des Herrn Geheimrat von Goethe” -, quella che poteva essere definita un’antologia di vecchie canzoni (Lieder) veniva portata alle stampe con titolo di “Des Knaben Wunderhorn” (Il corno magico del fanciullo), ricevendo l’ambizioso riconoscimento di costituire l’opera più significativa dell’Ottocento. Lo stesso Goethe nella recensione apparsa sulla rivista “Jenaische Allgemeine Literatur-Zeitung” del 1806 si esprime in toni entusiastici nei confronti di un lavoro che veniva a colmare una grave lacuna nella letteratura tedesca ed era attesa da tutta l’intellighenzia. Erano così finalmente accontentati i molti che auspicavano proprio da quel lavoro, certosino e universale al contempo, anche un contributo decisivo per la scoperta di radici comuni e una spinta autorevole per definire meglio il concetto di Nazione Germania, allora piuttosto negletto. Tuttavia neppure la soddisfazione per quella “antologia” di tre volumi e a cui aveva a suo modo contribuito, particolarmente prodigo com’era stato di consigli e di suggerimenti, lenisce del tutto l’ormai incombente solitudine che accompagnerà gli ultimi anni della sua vita. Sarà proprio l’amicizia con Friedrich Schiller a riavvicinare Goethe alla letteratura e dalla loro collaborazione, a partire dal 1794 e durata fino alla morte di Schiller (1805), scaturirono numerose composizioni liriche ed epiche, come l’idillio in esametri “Arminio e Dorotea” (1797), il dramma “La figlia naturale” (1802), la seconda versione del romanzo “Gli anni di noviziato di Wilhelm Meister” (1796), che avrebbe costituito un modello narrativo per la successiva produzione letteraria tedesca, inaugurando il genere del romanzo di formazione. Anche “Il Faust”, quello che doveva rimanere il capolavoro di tutta una vita, trovò, proprio grazie all’incoraggiamento di Schiller, la sua versione definitiva. Nel 1808 sarebbe stata pubblicata la prima parte del poema, che sarà portato a termine solo nel 1832, poco prima del fatale marzo in cui il grande poeta si spegneva. A partire dal nuovo secolo e fino alla sua morte, Goethe visse quindi anni di intensa creatività, anche se non sempre tradotti in relative opere. Tuttavia il grande “vecchio” rimase piuttosto distaccato a quanto gli accadeva attorno; egli non riuscì ad appassionarsi ai grandi avvenimenti storici della sua epoca ed ebbe una reazione “tiepida” nei confronti della Rivoluzione francese, che considerò con un certo sospetto vedendovi non tanto l’espressione di un’istanza di libertà quanto lo scoppio incontrollato di forze oscure e disordinate. Al contrario fu decisamente entusiasta per la figura di Napoleone, che incontrò due volte a Erfurt nel 1808 e che ammirava incondizionatamente. Molto refrattario invece per quanto riguardava gli sforzi per l’unificazione della Germania, allora sconsideratamente divisa in trentasei staterelli che portarono alla definizione, coniata da Hegel e da Heine, di “miseria tedesca”. Con indifferenza, se non con ostilità, Goethe guardava a quei movimenti che avrebbero dato poi vita alla “Giovane Germania”, una società “segreta” che come la nostra “Giovane Italia” si poneva come obiettivo il riscatto e l’unificazione della Nazione Tedesca. Fra gli scritti di quegli anni sono da annoverare il romanzo “Le affinità elettive” (1809); “Il Wilhelm Meister” (1821, riveduto nel 1829); l’autobiografia “Dalla mia vita. Poesia e Verità” (in quattro voll., 1879-1833); una raccolta di liriche, il “Divano occidentale-orientale” (1879), dai toni mistici ed erotici, licenziosi e ambigui; la seconda parte del “Faust” (pubblicata postuma). Per quanto riguardava la sua evoluzione personale, dopo le esperienze così piene e sessualmente gratificanti di Roma, sarebbe stato impossibile riprendere quella relazione sofferta e per molti versi frustante con la von Stein. Tra l’altro c’è in proposito una tesi “suggestiva” secondo la quale sarebbe stata una “condizione” posta dal Granduca in persona, cui stava particolarmente a cuore che il personaggio più in vista della sua corte mettesse ordine nella sua vita. Ecco di conseguenza il consiglio di cercare una relazione fissa e regolare per mettere così definitivamente a tacere le molte voci che correvano sul suo conto. Nessuna sorpresa quindi se molto presto, e precisamente il 12 luglio 1788, il poeta e prestigioso uomo di corte coglierà al volo “l’occasione” evocata già nelle Elegie e finirà col cambiare radicalmente abitudini e vita. Anche in questo caso Goethe, a cui il “destino” era da sempre benevolo, poteva fare riferimento su quella buona stella che non l’aveva mai abbandonato. Sarà egli stesso a fare riferimento a quella “fortunata” circostanza in un manoscritto del 26 agosto 1813, inviato a Christiane Vulpius – sposata solo nel 1806 – e che accompagnava una poesia “Trovato”, da lui scritta venticinque anni prima, il 12 luglio 1788, proprio in occasione del loro primo incontro:
Andavo per il bosco
così, per mio conto,
non cercare nulla
era il mio intento,
quando vidi nell’ombra un piccolo fiore,
lucente come una stella,
bello come gli occhi.
Volevo coglierlo,
e lui, con grazia,
disse: per appassire
devo essere colto?
Lo divelsi con tutte
le tenere radici;
lo portai nel giardino
della bella casetta.
Lo trapiantai di nuovo
in un posto tranquillo:
ora fa sempre foglie
e continua a fiorire.
Nel caso specifico, l’occasione, “dea” già evocata nelle “Elegie Romane”, gli era stata fornita da una insperata visita: quella di Christiane Vulpius, una bella ragazza ventitreenne che lavorava in una fabbrica di fiori, lontana quindi dal mondo intellettuale e assolutamente sconosciuta in quello dei nobili. Questa giovane donzella, di sicuro al corrente del ruolo determinante che Goethe ricopriva nel panorama culturale di Weimar e non solo in quello, era andata a trovarlo, proprio quel 12 luglio, per la solita “raccomandazione”. Aveva infatti un fratello che si dilettava di scrittura e la signorina, convinta che l’unico che avrebbe potuto aiutarlo a farsi strada nel mondo delle lettere sarebbe stato Goethe, va a trovare il grande poeta e “padrone” dei destini di tanti giovani aspiranti scrittori. Al nume tutelare della letteratura tedesca si era presentata di persona senza tradire particolari complessi e con la massima disinvoltura gli aveva esposto il caso, perorandone caldamente la causa. Del fratello si sa poco; grazie all’interessamento di Goethe sarebbe riuscito a pubblicare qualcosa; ma alla sorella è andata decisamente meglio! La bella “fioraia”, tra la profonda meraviglia della Weimar bene, aveva fatto breccia nel cuore del maturo poeta, con il quale – nonostante le critiche e gli ammiccamenti dei circoli “nobili” e delle tante persone “ammaliate” dal grande Goethe – ebbe una lunga relazione. Goethe, che aveva cercato di minimizzare quella “relazione”, definendo in una lettera alla madre, come abbiamo già avuto modo di ricordare, la sua nuova compagna di vita “compagna di talamo”, nobilita questo rapporto con alcune poesie, tra cui “La Visita” (ottobre 1788), che si impone per il linguaggio delicato e affettuoso. In essa sarà ancora vivo lo spirito, che aveva caratterizzato le “Elegie Romane”:
Oggi volevo fare una sorpresa al mio tesoro,
ma la sua porta era serrata.
Per fortuna ho la chiave in tasca!
Apro piano la porta amata!
Non trovai la fanciulla nel salotto
e non la trovai nella sua stanza;
finalmente apro piano la camera,
la trovo graziosamente addormentata
che giaceva, vestita, sul sofà.
…
Sedetti a lungo godendo con pienezza
del mio amore e dei suoi pregi;
mi era tanto piaciuta addormentata
che non ebbi il coraggio di svegliarla.
…
Piano posi due melarance
e due rose sul suo tavolino;
piano piano ritornai sui miei passi.
Quando aprirà gli occhi il bene mio
vedrà subito quei doni colorati,
stupendosi come attraverso porte chiuse
questo gentile regalo sia giunto.
Quando questa notte l’angelo rivedrò,
come sarà lieta, mi compenserà largamente
per questa offerta del mio tenero amore.
Proprio il giorno di Natale del 1789 sarà la Christianea fargli una “Weihnachtsbescherung” (sorpresa di Natale) molto gradita: la nascita di Augusto, il loro primogenito. L’unione, a cui nessuno credeva, avrebbe felicemente superato le insidie degli anni e, nel 1806 Goethe, preoccupato per gli eventi bellici provocati dall’armata di Napoleone e che da lì a poco coinvolgeranno l’Europa intera, pensa di sancire ufficialmente quell’unione di fatto con un regolare matrimonio. La Vulpiusmorirà nel 1816 lasciando un grande vuoto affettivo nel cuore del compagno con il quale aveva condiviso vita e abitudini per più di venticinque anni. Di lì a poco un altro incontro che risulterà determinante per la sua produzione poetica. Sarà la trentenne Marianne von Willemer, austriaca e donna di teatro (attrice e ballerina), a ispirargli la composizione di alcune liriche contenute nel “Divano occidentale-orientale” (1819). Ma con l’avanzare dell’età la solitudine si sarebbe impadronita del suo stato d’animo che finirà con l’intristirsi. A rimanergli accanto solo alcuni amici intimi e l’intraprendente Bettina Brentano, sorella di Clemens e moglie di Achim von Arnim, che al poeta si sentiva particolarmente legata – anche per l’affettuosa amicizia che aveva a suo tempo contraddistinto i rapporti di Goethe con la madre Minne La Roche-. Grazie alla sua mediazione tra l’altro nel 1812 ci sarà l’incontro con Beethoven, che del poeta aveva già avuto occasione di musicare alcuni Lieder. Tra i due, che ebbero anche modo di frequentarsi, purtroppo non ci fu “feeling”, troppo diverse le loro nature. Significativo in proposito una nota contenuta in una lettera indirizzata a Bettina, in cui viene fuori la fierezza di Beethoven e la succube riverenza di Goethe, da sempre ligio agli uomini di potere e particolarmente rispettoso delle “autorità”: “I re e i principi possono ben creare professori e consiglieri segreti, ma non possono creare i grandi uomini, né gli spiriti che si elevino sullo sterco del mondo… – e quando due uomini sono insieme come io e Goethe, quei signori devono sentire la nostra grandezza -. Ieri abbiamo incontrato la famiglia imperiale per strada, quando stavamo rientrando. La vedemmo da lontano, e Goethe si distaccò dal mio braccio per mettersi da parte sulla strada. Ebbi un bel dirgli tutto quello che volli, non mi riuscì di fargli fare un passo di più. Allora tirai giù le falde del cappello, abbottonai la giacca e, con le braccia dietro la schiena, mi misi in mezzo ai gruppi più folti dei passanti. Principi e cortigiani fecero siepe. Vedendomi, il duca Rudolf si tolse il cappello e l’imperatore mi salutò per primo. – i Grandi mi conoscono.- Per mio divertimento vidi il corteo sfilare davanti a Goethe, che se ne stava sull’orlo della strada, profondamente inchinato, col cappello in mano. Dopo, gli ho dato una lavata di capo e non gli ho fatto grazia di nulla…”. Ma il grande poeta, per sua fortuna, poteva ancora contare sull’affetto e la dedizione di alcuni “veri” amici; tra questi Karl Friedrich Zelter, una vera personalità nell’ambito musicale di allora. Questo musicista, direttore della “Singakademie” di Berlino, sarà una delle persone care che gli rimarranno “fedeli ” fino all’ultimo, visto che i due moriranno nello stesso mese di marzo del 1832. Zelter era molto legato a Goethe e, rendendosi conto della sua “pericolosa” solitudine, lo andrà a visitare spesso intrattenendolo e aggiornandolo sulle novità in campo musicale, settore a cui il vecchio Goethe era particolarmente attento. Così il maestro di Felix Mendelssohn, una giovanissima “creatura” che stupiva i musicologi di allora con le sue composizioni e le sue esecuzioni al pianoforte, accompagnerà il suo allievo prediletto, allora appena dodicenne, a Weimar e lo fa incontrare con Goethe, allora settantaduenne. L’anziano poeta manifestò grande ammirazione per il giovane Mendelssohn, tanto che lo invitò a suonare per lui, nella speranza di alleviare così la sua malinconia. A Weimar Felix, ospite di Goethe, si sarebbe intrattenuto per sedici giorni, ricavandone un’impressione fantastica. Goethe da parte sua era letteralmente rapito dalla maestria del ragazzo e ascoltava con particolare ammirazione le esecuzioni di Bach, Mozart e Beethoven. A questo primo incontro ne seguirono altri (1822, 1825 e 1830); in occasione dell’ultimo Felix regala al poeta il “suo” Klavierquartett, a lui dedicato; opera questa particolarmente apprezzata dal poeta, che rimane commosso e grato. Ma non sarà questa l’ultima occasione per commuoversi. Nel 1821 Goethe avverte l’insopprimibile bisogno di avere accanto un’altra compagna e farà un tentativo, andato purtroppo a vuoto, con la diciassettenne Ulrike von Levetzow. Goethe l’aveva conosciuta durante un suo soggiorno per cura nella stazione termale di Marienbad. Come doveva subito ammettere aveva avvertito per la prima volta nella sua vita “una grande passione”. Due anni dopo, nel 1823, Goethe si vede “costretto” a pregare addirittura il Granduca Karl August von Sachsen-Weimar-Eisenach a chiedere a suo nome la mano della diciannovenne. Il netto rifiuto della ragazza e della madre di lei, costituirà un duro colpo per l’anziano poeta che rischiò addirittura di morire di crepacuore. Il dolore provato in quella occasione fu eternato nella Elegia di Marienbad, scritta tra il 5 e il 12 settembre 1823 durante il viaggio da Karlsbad a Weimar. Subito dopo, il 19 settembre, Goethe annota nel suo diario: “ho portato a termine la redazione della poesia”, alla quale aveva premesso il motto ripreso da Torquato Tasso: “E se l’uomo si fa muto nel suo strazio / un Dio mi ha permesso di dire quello che soffro”.
Cosa devo sperare dall’ora che ci rivedremo,
dal fiore ancora chiuso di questa giornata?
Il paradiso, innanzi a te, l’inferno è aperto;
come volubile il tuo animo si agita! –
Non più dubbi! Alla porta del cielo lei si avanza,
lei ti solleva fino alle sue braccia.
Così tu fosti accolto in paradiso
come se tu fossi degno della vita bella in eterno,
non ti rimane brama, speranza, desio,
del tuo anelito più intimo qui era la meta,
e subito nella visione di questa bellezza esclusiva
la fonte di lacrime nostalgiche s’inaridiva.
Detta poesia fa parte della così detta “Trilogia della passione” che comprende: Riconciliazione” (Marienbad, agosto 1823) e“A Werther” (marzo 1824 a Weimar) . In proposito scriverà al fido Eckermann il 31 dicembre 1831 “… La mia cosiddetta Trilogia della passione, invece, in origine non è stata pensata come trilogia ma è diventata tale a poco a poco, e in una certa misura per caso. In un primo tempo, come lei sa, avevo solo l’Elegia come poesia autonoma”. Della “trilogia” mi piace riportare di seguito alcuni versi di “Riconciliazione”:
La passione è soffrire. Chi ti potrà placar,
tu che troppo hai perduto, cuore oppresso?
Dove sono le ore, in un baleno dileguate?
Invano avesti in sorte il dono più bello.
Lo spirito è turbato, confusi gli intenti:
il mondo sublime come sfugge ai sensi!
Il fido Eckermann, qui espressamente citato, si dimostrerà un aiuto concreto in quei momenti sofferti e disperati. Infatti proprio nel giugno di quell’anno il “Destino”, sempre così benigno nei suoi confronti, gli aveva voluto riservare una piacevole sorpresa; a venire a trovarlo, quasi in una specie di religioso pellegrinaggio, era stato un suo giovane ammiratore, Johann Peter Eckermann, giunto a piedi a Weimar per vedere da vicino e “venerare” il suo idolo. Quel giovane trentunenne, incondizionato ammiratore del divino “vate”, cui aveva dedicato un libro colmo di fervore, realizzava così il sogno della sua vita. Il poeta, ormai anziano e più che mai bisognoso di validi collaboratori, intuì immediatamente che quell’inaspettata visita gli era stata inviata dal cielo… e poteva costituire “l’occasione” da tempo attesa. Quel breve soggiorno si sarebbe trasformato per Eckermann in una scelta di vita dato che da quel momento divenne una sorta di ombra di Goethe. Il giovane entrò subito e con gioia nel ruolo che Goethe gli avrebbe assegnato, assumendosi via via il compito di solerte segretario, di famulus sempre disponibile, di deferente confidente e talvolta perfino di amico fidato; sempre rispettoso tuttavia dell’abissale distanza tra lui, genio ormai di fama mondiale, e l’umile collaboratore. Goethe, in realtà, non si smentì neppure in questa parte finale della sua vita e continuò ad essere quell’individuo egoista ed egocentrico di sempre, pilotando in modo autoritario l’esistenza del suo segretario-scrivano. Ma alla sua scuola, spesso dura, Eckermann divenne il memorialista fondamentale del suo “padrone” e le sue “Conversazioni” si trasformarono in un meraviglioso commento interpretativo dell’opus goethiano e inoltre in un vademecum unico di umana sapienza, di prudenza e di audacia. Malgrado le aggiunte e le integrazioni di una successiva edizione, la prima stesura del 1836 è quella che trattiene tutta la freschezza della parola goethiana, risultando una lettura avvincente di un dialogo squisito ed elegante tra un maestro – talvolta un autentico sapiente, talvolta un raffinato uomo di mondo e perfino di corte – e un ingenuo discepolo che gioisce, cresce e si trasforma alla luce della sapienza maestosa di Goethe. Ed è il Goethe maturo quello che parla, quello impegnato a concludere il Faust e il Wilhelm Meister, quello della rottura decisa con il soggettivismo romantico, che tuttavia conservava intatta l’ammirazione per il genio, per l’uomo eroico, fosse esso lord Byron o Napoleone, insomma ancora concentrato sul primato del “superuomo”, che gli era balenato già nella giovinezza quando aveva evocato Faust.
Ormai l’ottantenne poeta sentiva sul collo il fiato della “signora con la falce in mano” che gli avrebbe consentito, dopo una vita molto intensa, di tagliare definitivamente i ponti con la vita terrena. In proposito molto significativo quanto raccontato da un accompagnatore e quindi testimone oculare di un momento particolarmente toccante. Negli anni del Goethe ancora “viandante”, e precisamente la sera del 6 settembre1780, inuna delle sue frequenti escursioni sul Kickelhahn, un’altura di800 metricirca situata al limite settentrionale del Thüringer Wald (Bosco della Turingia) e considerato il monte della città di Ilmenau, il poeta aveva scritto a matita sulla parete di una capanna di legno alcuni versi che trasudano una calma irreale e sono pregni di un’attesa carica di significato. La poesia si intitola “Ein gleiches” (Un altro) e rimane tra le più commoventi testimonianze della sensibilità di Goethe:
Un altro
Su tutte le vette
regna la calma,
tra le cime degli alberi
non avverti
spirare un alito;
nel bosco gli uccellini stanno silenziosi.
Aspetta un poco! Presto
anche tu avrai riposo.
Il bosco della Turingia era da sempre particolarmente caro al poeta; a Illmenau era tornato il 29 agosto 1813 e in quell’occasione si era intrattenuto nella “capanna” dove era stata eternata sulla parete la sua poesia. Il 26 agosto 1831, due giorni prima del suo ultimo compleanno, il vecchio “Viandante” saliva per l’ultima volta sulla vetta del Kickelhahn, per rileggere ancora una volta i versi di quella che sarebbe stata una delle sue poesie più care. Portata a termine la lettura, il suo occasionale compagno di viaggio, l’ispettore forestale J.C. Mahr, così avrebbe rievocato la scena: – Goethe lesse questi pochi versi e le lacrime gli solcarono il volto. Dalla giacca di panno marrone, molto lentamente trasse il suo candido fazzoletto, si asciugò le lacrime e in tono mite e malinconico disse: “Sì, aspetta un poco, presto anche tu avrai riposo!”, rimase in silenzio per mezzo minuto, volse ancora lo sguardo attraverso la finestra all’oscuro bosco di abeti e quindi si rivolse a me con le parole “Adesso possiamo andare” -.
Senza volerlo aveva scelto il modo migliore per accomiatarsi per sempre dalla vita da cui aveva avuto molto e a cui aveva dato altrettanto.
Fine