In Provenza come in Arcadia: Pierre Magnan

di Francesco Improta

Ho cominciato a leggere Magnan, uno scrittore di noir, nell’accezione più ampia e comprensiva del termine, e non solo di polar come J. C. Izzo, e lo trovo straordinario, soprattutto nell’ambientazione e nella costruzione dei personaggi. Magnan si muove nella provincia francese con la stessa disin ­voltura di Chabrol o di Clouzot, fra atmosfere rarefatte e ritmi lenti e cadenzati dalla noia più che dalle abitudini, c’è, però, rispetto ai due grandi registi un’at ­tenzione maggiore nei confronti del romanzo gotico, da cui trae non tanto il paesaggio (nebbie e brughiere sono estranee alla ridente e lussureggiante campagna francese) quanto i personaggi bizzarri e sinistri, che si muovono con circospezione, piegati dal peso del loro stesso misterioso passato, segnati nel volto e nel corpo da vizi immondi e reconditi segreti.
In Messaggi di morte (1988), la storia si svolge nella valle di Barles tra le Alpi della Provenza dove vivono questi strani personaggi: un postino in pensione, che sorpreso dalla moglie mentre tastava le parti morbide di una compiacente tabaccaia (mi viene in mente la mitica figura, creata da Fellini in Amarcord), è stato allontanato dal talamo coniugale e trascorre il suo tempo nello scavarsi (materialmente) la fossa nel piccolo cimitero di campagna; un maestro di scuola, che nasconde sicuramente qualcosa, come dimostra la chiave legata all’orologio nel taschino del gilet, da cui non si separa mai, e che sistematica ­mente spenna come polli i suoi compagni a poker; un cercatore di funghi, che vive nello squallore più assurdo e che ogni tanto si allontana dal paese per ritornarvi dopo qualche giorno con le tasche piene di soldi con cui paga i debiti che nel frattempo ha accumulato; un capitano di marina, salato fin nell’anima, inseguito dalle onde del mare, che prima di fermarsi in paese si è assicurato che da nessuna montagna circostante si scorga il mare in lontananza. In questo paese, spazzato periodicamente dal Mistral, si aggira un serial Killer, calli ­grafo, che prima di entrare in azione invia terrificanti missive alle sue vittime. Sono personaggi bizzarri che, descritti da Magnan con cura maniacale, com ­pongono una vera e propria galleria di Freaks; talvolta sembrano discendere da certi fumetti (non sono un esperto in questo campo ma leggendo il romanzo mi sono venuti in mente i racconti dello zio Tibia). Questo è il prologo… vi lascio immaginare il seguito.
A livello più specificamente stilistico prevale l’ipotassi e talvolta all’interno dello stesso periodo c’è una quantità, spesso insopportabile, di pro ­posizioni relative. Non so quante di queste scelte si possano imputare allo scrittore e quante alla traduttrice, certo è che a quest’ultima si devono alcune inaccet ­tabili interpretazioni relative alla belota e al pastis, ingenuamente accostati rispettivamente alla briscola e ad una bibita all’anice.

Ho letteralmente divorato un altro libro di Magnan, Un’alba insolita, uscito in Francia nel lontano 1946 – credo che si tratti della sua opera prima – e lo ho trovato bellissimo, superiore a molti dei suoi romanzi successivi; ci sono, infatti, una cura maggiore nei confronti dello stile ed un’attenzione minore nei confronti del genere, il noir, da lui successivamente prediletto, rimangono intatte, invece, atmosfere, suspense e caratterizzazione dei personaggi.
Siamo al tempo del secondo conflitto mondiale: due giovani partigiani, in fuga dai tedeschi, vengono accolti e nascosti dagli abitanti di un villaggio sulle Alpi francesi. Gente semplice, resa rude e dalla natura implacabile della montagna e dalla guerra che incendia l’Europa. Dopo un inverno rigidissimo, che ha reso impraticabili le vie di comunicazione impedendo l’accesso al paese, riprendono i rastrellamenti della milizia, la vita dei ricercati, quindi, è in grave pericolo…
Un giorno il paese si sveglia e rimane incredulo e affascinato dinanzi a un fenomeno che nessuno ha mai visto: è l’alba insolita del titolo, un’aurora boreale di straordinaria bellezza…
Al di là delle implicazioni ideologiche e dello spessore etico del romanzo, che hanno il loro peso, quello che mi ha particolarmente colpito è il gusto per l’alta montagna che a me, cresciuto con il rumore del mare nelle orecchie, è cul ­turalmente estraneo ma che comincia ad intrigarmi sempre più. Da quelle altezze e profondità (mi riferisco alla grotta dove vengono nascosti i due partigiani e dove viene improvvisato, con l’ausilio dell’eco, un concerto assai suggestivo) tutto appare sospeso e sfumato, si perde il contatto con la realtà greve e limacciosa e si ha la sensazione di galleggiare nel vuoto se non ad ­dirittura nelle acque prenatali; sembra di rinascere al mondo e le cose, smarrito il loro aspetto consueto, ritrovano il loro iniziale candore, si ristabilisce, cioè, quella simbiosi che esisteva nell’infanzia dell’umanità, al tempo degli dei della foresta, e che restituisce al mondo il suo stupore primigenio.
Da sottolineare che il titolo di questo breve articolo è in parte suggerito da un romanzo di Magnan Come un asino in Arcadia e in parte dalla bellezza incantevole, per non dire idilliaca, del paesaggio in cui Magnan ha ambientato tutte le sue storie.

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