di Giorgio Bassani
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 24 dicembre 1969]

Circa trentacinque anni fa, quando ero un ragazzo, vive ­va a Ferrara una signorina ebrea non particolarmente brutta, né povera, né sciocca, né matura â— non specialmen ­te appetibile, però neanche da buttar via, â— alla quale, per strano che ciò possa sembrare, la famiglia non era an ­cora riuscita a trovare un ma ­rito. Strano? Ebbene sì: stra ­no. Nell’ambito della nostra Comunità, la cosa presenta ­va, a quell’epoca, tutti i ca ­ratteri dell’eccezione. Utiliz ­zando per solito i canali delle parentele e delle affinità; ma anche le riunioni delle signo ­re dell’A.D.E.I. servivano egre ­giamente allo scopo; e così le feste danzanti che si tene ­vano sotto Purìm in alcuni locali annessi al Tempio di via Mazzini o nel salone d’ingres ­so dell’Asilo infantile israe ­litico di via Vignatagliata, fe ­ste presenziate da folte, bisbi ­glianti file di matrone sedute lungo le pareti a fare tapezzeria; e così le lettere che nei casi di più ardua soluzione il rabbino dottor Castelfran ­co era stato pregato di scri ­vere ai colleghi delle città circonvicine, emiliane, roma ­gnole e venete: per dritto o per traverso, al momento op ­portuno il soggetto finiva im ­mancabilmente col saltar fuo ­ri. Non c’era mai da dispera ­re. Quando, a produrre uno sposo, non fosse bastata la piazza, eccolo, Lohengrin, so ­praggiungere di lontano: a ve ­dere, a tarsi vedere, e quasi sempre a concludere.

Nel 1934 Egle Levi-Minzi contava trentatre anni. Per quale motivo fosse rimasta zitella non saprei dire con sicurezza. Figlia unica di at ­tempati genitori piuttosto be ­nestanti; convivente insieme con essi e insieme con essi perennemente deambulante, a certe ore precise del mattino e del pomeriggio, per le vie del centro (facevano un trio pressoché inseparabile, notis ­simo a tutta la città e diventato quasi proverbiale): so sol ­tanto che quando loro, i ge ­nitori, avevano cominciato a guardarsi attorno alla ricerca di un genero, le maggiori re ­sistenze erano sempre venute proprio da lei, la principale interessata. A tenerla sulla ne ­gativa, c’entrava, sì, probabil ­mente, un po’ di smania fi ­liale e verginale, un eccesso di attaccamento al vecchio papà e alla vecchia mamma. C’entrava anche, magari, non è impossibile, la segreta sug ­gestione che aveva potuto eser ­citare su di lei, ai tempi folli della sua prima gioventù â— i tempi, occorre ricordarlo, del famigerato squadrismo pada ­no, così simili a questi nostri, â— qualche violenta immagi ­ne troppo estranea al suo mon ­do, alla sua educazione: im ­magine che poi, negli anni successivi, le aveva impedito di volgersi a differenti tipi di maschilità… Sia come sia, cer ­to è che ogni qualvolta Egle Levi-Minzi si era trovata a dover decidere, questo non andava, quest’altro nemmeno, quell’altro per carità, quell’altro ancora figuriamoci. Una smorfia della grande bocca malinconica, già un tantino cascante agli angoli; un lieve abbassarsi annoiato delle palpebre rade di ciglia sulle tristi, umide iridi marroni, sefardite, e l’ultimo pretendente passava a incrementare la lista a mano a mano più lunga dei rifiutati.

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Accoglienza del tutto diver ­sa doveva ricevere, a metà circa del ’35, credo proprio nel giugno di quell’anno, un pretendente venuto da ben più lontano che non da Bologna, o Ravenna, o Mantova, o Ro ­vigo, o Padova, o Venezia. Era russo, anzi ucraino. An ­che lui figlio unico di genito ­ri non più giovani, aveva ven ­tisette anni. Si chiamava Yuri: Yuri Rotstein

La famigliola era arrivata a Ferrara durante l’estate del l’anno avanti, direttamente da Odessa. Scesi dal treno di Trieste, si erano accampati al ­la bell’e meglio in un alberghetto di fronte alla stazione. Ma già prima di Kippùr, cioè prima della fine d’ottobre, oc ­cupavano, naturalmente gra ­tis, un appartamentino di uno stabile di via Vittoria che ap ­parteneva ab antiquo alla Co ­munità. Avevano chiesto asi ­lo, e l’avevano ottenuto. Il padre, inoltre, data la sua per ­fetta conoscenza del culto, e dell’ebraico scritto e parlato, era stato subito assunto come hazàn: addetto, in particola ­re, alle funzioni mattutine del sabato, a quelle dei minori seppellimenti, e alla macella ­zione rituale degli animali do ­mestici. In un paio di mesi, insomma, si erano perfettamente inseriti. Parlavano già un italiano lento, dalle infles ­sioni ogni tanto stranamente cavernose, bizantine: appros ­simativo, certo, ma di sorpren ­dente efficacia comunicativa. Sarebbero ripartiti? Quando si erano presentati, la prima volta, negli uffici della Comu ­nità, il padre, che parlava an ­che per gli altri due, aveva accennato vagamente ad Erez, all’America…


Padre e figlio si assomiglia ­vano. Entrambi alti, assai più alti della media di quanti fre ­quentavano Scuola tedesca, possedevano facce dello stesso tipo: facce lunghe, ossute emaciate, con zigomi salienti in cima ai quali brillavano, azzurri, i medesimi piccoli oc ­chi obliqui, mugicchi. La ma ­dre, al contrario, era di bassa statura, grossa, rotonda: una specie di serva, o di contadi ­na, con tanto di fazzolettone bianco annodato sotto la gola.

Ma ciò che colpiva mag ­giormente gli astanti, sia giù, nella sala riservata agli uo ­mini, sia di sopra, nel matroneo, era l’innegabile dignità di tutti e tre, la semplice, com ­movente disinvoltura con la quale, in cambio di qualche modesto servizio, sapevano re ­stare ospiti. Non è che aves ­sero l’aria di dire: « In fondo siamo tutti uguali, correligio ­nari, fratelli: dunque, questa è anche casa nostra ». Per niente. Dal solo modo come ci stavano, al Tempio, tutti e tre silenziosi, composti, senza dar scandalo con particolari esibizionismi askenaziti (il pa ­dre, è vero, conservando il caffetano, la barbetta stenta, biondiccia, nonché i pii riccioli dello stesso colore fuo ­ruscenti attorno alle orecchie dal cappello rotondo; la ma ­dre, il fazzolettone contadine ­sco; ma il figlio, lui, vestito correttamente all’occidentale, di panno grigio), sembravano preoccupati soltanto d’una co ­sa: di rassicurare l’assemblea della loro ferma intenzione di andarsene al più presto possi ­bile. Chiedevano di restare ap ­pena un poco, ecco: giusto il tempo bastevole a riprender fiato. Dopo essersi riposati, stessimo tranquilli: avrebbero subito ripreso le vie del vasto mondo.

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Non le ripresero affatto, le vie del vasto mondo. E così i loro tre nomi, confusi fra quelli dei centottantatre ebrei ferraresi deportati dai tedeschi in Germania, verso la fine del ’43, figurano tuttora nella gran lapide affissa sulla facciata del Tempio israelitico, in via Maz ­zini.

Tirate tutte le somme, co ­munque, la loro trasmigrazio ­ne da oriente a occidente non fu vana. Egle Levi-Minzi ebbe un figlio: quel figlio maschio di cui, un giorno, un remoto sabato sera di fine maggio del 1935, mentre, se ­duta accanto a una vecchia contadina ucraina, guardava in giù, attraverso la grata del matroneo, nella vasta sala di Scuola tedesca affollata d’uo ­mini, aveva sentito improvvi ­samente il richiamo.
Era stata questione di un momento: di pochi istanti.

Tutti gli uomini guardava ­no dinanzi a sé, verso il rab ­bino maggiore dottor Castel ­franco, in attesa di sentirgli intonare la benedizione finale e solenne, la berùhà. Soltanto uno, fra i tanti, quel giovanot ­to ucraino da poco immigra ­to, stava girato indietro. Guar ­dava in su, verso il matroneo, con magnifici occhi azzurri ridenti, ammiccanti, selvaggi. Ebbene, perché non averlo proprio con quel giovane, un figlio? â— si era detta d’un tratto Egle Levi-Minzi, come svegliandosi da un lungo tor ­pore. â— Era chiaro: non era lei che il giovanotto stava sa ­lutando, bensì la vecchia lì accanto, sua madre. E tutta ­via, perché non far finta di equivocare, e non rispondere al suo sorriso, al suo breve cenno di saluto, con qualcosa di simile? Era povero, lui straniero. Giovane, più gio ­vane di lei di parecchi anni, quasi un ragazzo. Però pove ­ro. Senza una casa sua. Ra ­mingo. I genitori sarebbero potuti rimanere dove già sta ­vano, nell’appartamentino di via Vittoria nel qualela Co ­munità li aveva sistemati. Lui, il giovane, invece… Valeva la pena di tentare. Di tentarlo.
Aveva sorriso. Aveva ac ­cennato con la mano.
Dopo un attimo di esita ­zione, l’altro aveva portato due dita alla tesa del cappel ­lo, abbozzando un inchino.

No, dopo tutto ne era valsa la pena. Il bambino che Egle Levi-Minzi ebbe, fu bellissi ­mo: un fanciullo vivace, in ­telligente, prepotente, stupen ­do; tale da apparire ai pochi di noi che scamparono ai lager e al resto, e nel ’45, non più divisi tra uomini e donne, si ritrovarono tutti insieme a Scuola tedesca, la personifi ­cazione stessa della vita che in eterno finisce e ricomincia Si chiama Yuri: Yuri Rotstein. Alto, magro, ossuto, con ce ­lesti occhi obliqui fiammeg ­gianti al di sopra degli zigo ­mi aguzzi, vive ancora adesso con la madre, solo insieme con lei, per sempre, nella loro grande casa di Ferrara.

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