di Pier Francesco Borgia
(dal “Giornale”, 8 agosto 20129
Roma. Tramonta la stella di Giorgio Napolitano. Dopo l’attacco a gamba tesa del leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, i politici di primo e secondo piano non fanno più a gara a chi difende meglio e con le parole più toccanti la nostra massima istituzione politica.
Sarà il clima da «tutti al mare ». Sarà che il Senato ieri ha chiuso i battenti in maniera anticipata, liberando così gli stessi parlamentari dall’obbligo (più umano che morale) di una difesa d’ufficio del presidente. Sarà che l’unico corazziere dell’Udc disposto a picchettare l’onore del presidente ex comunista non si chiama Casini o Cesa, bensì Mauro Libè («chi è rimasto al lavoro per alzare inutili polveroni contro le massime istituzioni della Repubblica farebbe bene ad andare in vacanza », tuona il parlamentare dell’Unione di centro all’indirizzo di Di Pietro, reo di lesa maestà). Sarà che anche le gaffe di Monti non aiutano a rasserenare il clima da «torrida operetta » che si respira da dieci mesi a questa parte. Fatto è che il primo garante della nostra Costituzione e delle nostre istituzioni democratiche vede sempre più sbiadita la sua immagine negli specchi quirinaleschi. Tanto che anche i media perdono interesse per piatti in altri tempi giudicati sapidi. Com’è il caso delle telefonate Napolitano-Bertolaso (mai secretate) che l’ex capo della Protezione Civile vorrebbe veder pubblicate da Repubblica. «Dimostrerebbero la mia innocenza – tuona il medico, tornato da mesi al suo primo amore di missionario-sanitario in Africa – Il quotidiano di De Benedetti ce le ha ma non le tira fuori ». Quasi a dire che le raccomandazioni e le rassicurazioni di Napolitano non sono nemmeno degne di essere pubblicate e – se il caso – commentate. Per Massimo Bordin e Marco Pannella, poi, il nome Napolitano è quasi uno spauracchio da allontanare pur nelle dirette radiofoniche di Radio Radicale, dove nemmeno l’ironia riesce nell’intento di smussare i toni. Bordin si dichiara «migliorista » e Pannella lo prende sul serio. Tanto che l’ex direttore dell’emittente radicale è costretto a prendere le distanze dalla sua stessa battuta: «Io fan di Napolitano? Ma stai scherzando? »Da via Arenula, nel frattempo, trapela la notizia che lo staff del Guardasigilli Paola Severino sta preparando una norma ad personam proprio per Napolitano. Per liberarlo, dicono fonti del ministero, dal rischio di vedersi schierata contro addirittura la Consulta nel contenzioso con la magistratura siciliana circa l’uso delle intercettazioni telefoniche tra il presidente e Nicola Mancino, acquisite nel corso dell’indagine sulla presunta trattativa Stato-mafia. Insomma anche la Corte Costituzionale, in questi torridi giorni d’agosto, può trasformarsi in un «nemico » imprevedibile per la nostra massima istituzione politica.
Interessante pure l’articolo sul passato di Napolitano a firma di Filippo Facci su “Libero” dell’8 agosto 2012. Qui.
Fuori le telefonate
di Vittorio Feltri
(dal “Giornale”, 8 agosto 2012)
(ripreso anche dal “Fatto Quotidiano”, qui)
Mi sia consentito un ragionamento. Non parteggio né per Giorgio Na politano né per Antonio Di Pietro in questa polemica odiosa che sarebbe as surdo fingere non esista. Il pomo della di scordia fra i due è noto: la supposta trattativa fra mafia e Stato, avvenuta un paio di decenni or sono. Roba vec chia e rancida. Secondo certe ricostruzio ni – cui credo poco – alcuni uomini delle isti tuzioni avrebbero negoziato con rappre sentanti della Piovra per far sì che questa tralasciasse di compiere attentati. In cam bio del «cessate il fuoco » l’abolizione o l’ammorbidimento del cosiddetto 41 bis, cioè la tortura, a norma di regolamento, dei criminali (organizzati) finiti in galera.
Obiezione. Sarebbero stati identificati gli uomini della legalità (si fa per dire) in caricati di fare patti con i delinquenti, ma non questi ultimi. Strano. Qualsiasi accor do prevede due parti in causa. Qui invece c’è una parte sola, l’altra è senza volto, fan tasmatica. Vabbè. Sorvoliamo. Tra o ne goziatori perbene ci sarebbe stato anche Nicola Mancino, già ministro dell’Inter no e presidente del Senato. Il quale, sen tendo il fiato dei magistrati di Palermo sul collo, telefona varie volte al Quirinale per aver conforto (solo conforto?) dall’amico Giorgio Napolitano.
Le conversazioni vengono intercettate e registrate. Lecitamente o no? Non si sa. La regola non è chiara. Forse non c’è. Non possiamo entrare nel merito della faccen da perché non la finiremmo più. Il proble ma è un altro. Il capo dello Stato, indigna to, ricorre contro la Procura. Sostiene che l’istituzione va tutelata. Occorre riserva tezza. Giusto. Tuteliamola. Ma perché in analoga circostanza l’istituzione Palazzo Chigi fu, invece, sfregiata? Come? Le chiacchierate imprudenti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sempre incollato al cellulare, furono divulgate al la più non posso.
Dunque i bla bla di Napolitano sono co perti da segreto e quelli del Cavaliere no. Difficile capire perché si usino due pesi e due misure. È un fatto che il presidente della Repubblica, davanti al pericolo che i Pm procedessero, si sia irritato e mobili tato per bloccarli. La diatriba continua. Si inserisce Di Pietro che ne dice di tutti i co lori contro il Colle. Interviene anche il Csm. Il procuratore Antonio Ingroia è promosso e rimosso: destinazione Guatema la. Lontano dagli occhi, lontano dai glu tei. Ma la polemica non si placa. Il leader dell’Idv rincara la dose. In una intervista rilasciata al settimanale rizzoliano Oggi, attacca di brutto Napolitano: «Un comu nista che a suo tempo teneva i rapporti con l’Unione Sovietica da cui il Pci riceve va finanziamenti illeciti, come ben rac contò Bettino Craxi in tribunale ».
Apriti cielo. Tonino è massacrato dalla sinistra: «Come osa? ». Anche la destra lo bacchetta: «Se è vero quanto dici, avresti dovuto agire contro di lui e non soltanto contro il povero Bettino, che, viceversa, ha pagato per tutti, mentre il Pci fu salvato da Mani pulite ».
Errore. Il finanziamento illecito dei par titi avvenuto prima del 1989, per effetto dell’amnistia approvata lo stesso anno, non era reato nel 1992. Di Pietro non avrebbe potuto perseguirlo. Quindi, il di scorso dell’ex magistrato su Napolitano non è di tipo giudiziario, bensì politico. A Tonino si possono rimproverare tante co se; non questa. Ma al di là di certi partico lari, una domanda va posta al capo dello Stato. Per quale motivo non tira fuori le conversazioni telefoniche tra il Quirinale e Mancino e non ne consente la pubblica zione? Se non contengono nulla di «pec caminoso », vale la pena di renderle pub bliche, e festa finita. Altrimenti, si incre menta il sospetto, il dubbio sull’onestà dei colloquianti.
Risulta incomprensibile la tigna del presidente nel voler nascondere a ogni co sto, anche quello del ridicolo, i dialoghi tra il suo (defunto) consulente legale, Lo ris D’Ambrosio, e Mancino. Tra l’altro, è molto antipatico che Napolitano sia tan to seccato per le intercettazioni (non di strutte) che lo riguardano, e indifferente per quelle relative a Berlusconi, servite ad esporre questi alla berlina. Poco elegante e per nulla corretto sotto il profilo etico-istituzionale.
Pazienza, bisogna abituarsi a tutto, an che all’ostracismo inflitto a Di Pietro, col pevole di aver detto – in ritardo – la verità. Chi tocca il Quirinale non muore, ma è condannato all’isolamento. La sinistra non perdona.
Qui l’articolo senza costrutto del Foglio (vuole o non vuole la verità? Pure io nel passato ho criticato la procura di Palermo, ma se Napolitano ha commesso un’azione riprovevole, i pm fanno bene ad approfondire. bdm).
Facciamo finta
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 8 agosto 2012)
Facciamo finta che B. avesse coronato il suo sogno e il nostro incubo: diventare presidente della Repubblica. E si fosse messo subito all’opera, trascinando la Procura di Palermo che indaga sulla trattativa Stato-mafia dinanzi alla Corte costituzionale con un conflitto di attribuzioni mai visto, dopo aver tentato invano di depotenziare l’indagine su richiesta di un politico coinvolto. E che subito dopo, per fare cosa gradita, il Csm avesse avviato una pratica per trasferire il Pg di Caltanissetta, reo di aver puntato il dito in via D’Amelio, commemorando Borsellino, contro i politici che trattarono con la mafia. E che, animata dallo stesso trasporto, la Procura generale della Cassazione avesse avviato un’azione disciplinare contro il procuratore di Palermo e contro uno dei pm titolari dell’inchiesta, colpevole di aver rilasciato addirittura un’intervista per spiegare le scelte giuridiche della sua Procura.
Oggi, nonostante la canicola, avremmo le piazze giustamente piene di gente che grida all’allarme democratico, scandendo slogan tipo “giù le mani dalla Procura di Palermo”, “la legge è uguale per tutti”, “con la mafia non si tratta”, “processo alla trattativa, se non ora quando?”, col contorno di titoloni sulla stampa progressista e sul Tg3, appelli, manifesti, petizioni, raccolte di firme, catene umane, allarmi di gruppi, associazioni, comitati, movimenti, intellettuali, giuristi e costituzionalisti democratici, Anm, reduci della guerra partigiana, sindacalisti e naturalmente politici di centrosinistra schierati come un sol uomo dalla parte dei pm attaccati concentricamente da Quirinale, Governo, Consulta, Csm, Procura della Cassazione e Avvocatura dello Stato.
Invece niente: al Quirinale c’è un altro, dunque tutto tace. L’ordine regna a Varsavia, anzi a Roma. Facciamo finta che B. fosse ancora al governo e se ne andasse in gita in Germania a lagnarsi dell’esistenza dei parlamenti nelle democrazie parlamentari, inutili impacci che impediscono ai governi di fare come pare a loro. E che giustamente venisse criticato da giornali tedeschi, politici tedeschi e infine dalla cancelliera tedesca. Oltre alle piazze piene eccetera, dal Quirinale partirebbe un vibrante e sacrosanto monito terra-aria sui valori della Costituzione, l’importanza del Parlamento e la divisione dei poteri, mentre l’incauto premier verrebbe crocifisso da giuristi, costituzionalisti, sindacalisti, intellettuali, partigiani e politici di centrosinistra che gli insegnerebbero i fondamentali della democrazia parlamentare. Invece niente: a Palazzo Chigi c’è un altro, dunque tutto tace. Anzi, Bersani e Letta jr. attaccano i tedeschi che osano criticare il Caro Premier, amorevolmente assistiti sulla fu Unità dal vignettista Staino (“La stampa tedesca contro l’antidemocratico Monti”. “E chi si credono di essere, Idv e Lega?”). L’ordine regna a Varsavia, anzi a Roma. Dal Colle intanto partono bordate contro Di Pietro, che s’è azzardato a rammentare ciò che di Napolitano disse Craxi al processo Cusani: “Nuovi artifizi provocatori in un crescendo aggressivo”.
Ohibò, ma non fu proprio Napolitano, due anni fa, a riabilitare Craxi con una lacrimevole lettera alla vedova, in cui lamentava che l’esule-martire fu trattato dai giudici “con una durezza senza eguali”? Vuole forse l’esclusiva? O la sua era una riabilitazione selettiva? Facciamo poi finta che il governo B., tuttora imperversante, si schierasse con gli avvelenatori assassini dell’Ilva, spalleggiandoli nella guerra al gip che ha sequestrato gli impianti inquinanti e nelle pressioni ricattatorie (e per fortuna vane) sui giudici del Riesame perché annullino l’ordine del gip. Avremmo piazze piene e moniti à gogò. Invece l’unica piazza piena è quella di Taranto, gremita di lavoratori costretti da un governo regionale e nazionale imbelli e complici a scegliere fra la vita e il lavoro. Per il resto, siccome al governo non c’è B. e nemmeno al Quirinale, tutto tace. E la chiamano ancora democrazia.
Caro Biagi, i Tg oggi sono questi
di Loris Mazzetti
(da “il Fatto Quotidiano”, 8 agosto 2012)
Il 9 agosto a Pianaccio, sull’Appennino Tosco-Emiliano a un’ora da Bologna, si fa festa. Novantadue anni fa nasceva Enzo Biagi. Il concerto con il coro di montagna organizzato dall’Anpi in ricordo del partigiano di Giustizia e Libertà, e gnocco fritto per tutti. In questi giorni di ferie ho pensato molto a Biagi e alla nostra trasmissione chiusa per un editto di Berlusconi. Guardando i tg mi sono reso conto quanto è cambiato il nostro lavoro. Avevamo un motto in redazione: i giornali dovevano inseguire le notizie date dal Fatto di Enzo Biagi. Se il giorno dopo la puntata non era ripresa almeno da un quotidiano significava che avevamo commesso qualche errore. Oggi il lavoro del giornalista del tg è fatto in modo strano: stare seduto davanti a un computer osservando le agenzie e soprattutto a leggere i giornali. Questo fa sì che un’intervista data da Angelino Alfano al Corriere della Sera diventi un titolo di primo piano per l’edizione delle 20. Il tg riporta un fatto vecchio di ventiquattro ore.
Non credo che sia difficile intervistare il segretario del Pdl su Casini (la bella di Siviglia tutti la vogliono nessuno la piglia), con la fame di apparire che i politici hanno. Oppure l’intervista di Monti al settimanale tedesco Spiegel uscita il giorno prima, riportata dai giornali italiani il giorno dopo e ribattuta dai tg della sera. Anche il presidente Monti non mi pare uno che disdegni andare in tv. Per non parlare del così detto “pastone politico”, il più delle volte un collage tratto da Repubblica e Corriere con frasi ricopiate per intero. All’epoca di Rossella prima e di Minzolini poi almeno le notizie rosa erano quasi sempre in esclusiva, oggi si prendono direttamente dal settimanale Chi: si fa vedere la copertina e qualche foto interna e la marchetta è fatta.
Poi vi è il rovescio della medaglia: le notizie che non si devono dare. La trattativa tra Stato e mafia, ad esempio, con le intercettazioni che hanno coinvolto il presidente della Repubblica, non sarebbe argomento per uno speciale del Tg? Il telespettatore ha il diritto di sapere o no? Il giornalista alla Battista (un colpo al cerchio e uno alla botte), che va molto di moda, avrebbe trovato tutto su due giornali (a favore della Procura di Palermo, il Fatto Quotidiano, a favore del Colle, la Repubblica), non avrebbe dovuto neanche alzare le chiappe dalla poltrona, in perfetta continuità con i tempi. Chi tocca muore. In questi giorni è apparsa sul Fatto un’intervista molto interessante di Malcom Pagani all’ex capo della Protezione civile Bertolaso, accusato di far parte della “cricca” (quella che ha approfittato delle disgrazie del Paese), in cui dichiara di essere stato intercettato al telefono con Napolitano e che è stato il suo unico punto di riferimento. Chissà perché i Tg non l’hanno ripresa?