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Caso Napolitano. Cominciano a muoversi le grandi firme

8 Agosto 2012

Finalmente qualche autorevole firma del giornalismo italiano (speriamo che lo faccia anche qualche giornalista straniero) comincia ad interessarsi seriamente a quello che io ho definito il Watergate italiano. Si è trattato ieri di Maurizio Belpietro che ha chiesto a Repubblica perché continua a tenere nascoste le intercettazioni (che possiede) delle telefonate intercorse tra Napolitano e Bertolaso. Quest’ultimo ha dichiarato a il Fatto Quotidiano che si tratta di telefonate che, se pubblicate e fatte conoscere, gioverebbero alla sua causa. Dunque, il comportamento di Repubblica appare alquanto discutibile, se non addirittura colpevole.

Perciò Repubblica si dia una mossa e pubblichi il contenuto di quelle telefonate, ossia si permetta una volta tanto di essere un giornale serio messo al servizio della verità. Chi nasconde la verità, di qualunque natura essa sia, è sempre colpevole e non può mai accampare alcuna giustificazione.
Come Maurizio Belpietro anch’io resto in attesa delle pubblicazioni per capire se Bertolaso ha detto il vero.

Oggi invece, con l’autorevolezza che lo distingue, entra nell’agone della trattativa tra Stato e mafia nientemeno che Vittorio Feltri, uno dei pochi giornalisti che sa scrivere bene e chiaro.
Con un titolo perentorio (“Fuori le telefonate”) chiede che siano conosciute e pubblicate le telefonate che Napolitano ha intrattenuto con Mancino.
Poi, l’illustre editorialista si chiede:

“Il capo dello Stato, indignato, ricorre contro la Procura. Sostiene che l’istituzione va tutelata. Occorre riservatezza. Giusto. Tuteliamola. Ma perché in analoga circostanza l’istituzione Palazzo Chigi fu, invece, sfregiata? Come? Le chiacchierate imprudenti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sempre incollato al cellulare, furono divulgate alla più non posso.”

E ancora:

“Tra l’altro, è molto antipatico che Napolitano sia tanto seccato per le intercettazioni (non distrutte) che lo riguardano, e indifferente per quelle relative a Berlusconi, servite ad esporre questi alla berlina. Poco elegante e per nulla corretto sotto il profilo etico-istituzionale.”

Il ragionamento non fa una grinza.
Vediamo se Napolitano, pure lui, si darà una mossa e rispetterà i suoi obblighi istituzionali di mantenere la sua carica sgombra da sospetti e ombre.
Se non lo farà, il suo comportamento, almeno dal sottoscritto, non potrà che essere considerato colpevole.

Ormai tutti hanno capito, a questo punto, che il ricorso alla Consulta (che deciderà probabilmente tra quattro o cinque mesi, se non addirittura quando forse sarà scaduto il mandato di Napolitano e non sarà più possibile un eventuale impeachment) è stato un pretesto per mettere nel frattempo i bastoni tra le ruote ad un’indagine che, stando a quanto sostiene Salvatore Borsellino, era ormai vicina alla verità.

Come Napolitano, deve anche parlare Eugenio Scalfari, e dirci perché, oltre che a rifiutarsi di pubblicare le intercettazioni, il suo giornale non promuove una campagna di dieci domande almeno (al modo di Beppe D’Avanzo) per sollecitare Napolitano ad adempiere al suo dovere di dire la verità ai cittadini e allo Stato che rappresenta.

I quali cittadini – il capo dello Stato deve ricordarselo se lo ha dimenticato – non sono sudditi, come ormai molti pensano tra coloro che lo hanno da tempo definito Re Giorgio o il Re Sole.
In Italia la monarchia ha chiuso i battenti molti decenni fa e non risulta che qualcuno l’abbia ripristinata con il consenso dei cittadini.

Napolitano e Scalfari sono chiamati perciò a compiere al più presto improcrastinabili adempimenti al servizio dello Stato e della verità.
Vedremo se mancherà loro il coraggio.
E se mancherà a Ferruccio de Bortoli del Corriere della Sera, a Mario Calabresi de La Stampa, a Ezio Mauro, sempre di Repubblica, a Mario Sechi de Il Tempo, e così via. Si diano una sveglia (invece di parlarci per giorni e giorni dell’atleta dopato Schwazer) e si ricordino che il giornalismo è innanzitutto obiettività e coraggio, anche quando la verità colpisce chi non vorremmo colpire, ma è necessario svelarla per il bene delle Istituzioni e della democrazia.


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Bart