Il crepaccio invisibile + il caso Napolitano

di Giovanni Belardelli
(dal “Corriere della Sera”, 28 agosto 2012)

È accaduto già una volta nella storia italiana che il sistema democratico si sia puramente e semplicemente suicidato. L’avvento al potere di Mussolini non fu infatti il risultato della forza militare delle camicie nere bensì, appunto, degli errori e delle incapacità di tutti gli altri attori politici. Oggi stiamo di nuovo scherzando col fuoco, poiché la riforma della legge elettorale che si va preparando rischia di spianare la strada a un secondo caso di suicidio della democrazia nel nostro Paese, o a qualcosa di molto simile. È vero che in tutto il mondo la democrazia rappresentativa sta subendo uno svuotamento sostanziale, come risultato del peso sempre maggiore dei mercati e delle istituzioni sovranazionali; ma proprio per questo diventa ancora più essenziale, come ha scritto Michele Ainis (Corriere, 25 agosto), riannodare il filo spezzato con gli elettori, cioè garantire loro il potere di scegliere i propri rappresentanti e quale sarà il governo che guiderà il Paese (anche se poi questo governo dovrà tener conto più dello spread che della volontà popolare).

Ebbene, entrambe queste cose â— la scelta dei rappresentanti e la scelta del governo â— sembrano fortemente compromesse dalla legge sulla quale i partiti della maggioranza stanno cercando un accordo. Non solo il premio del 10 o 15% al maggiore partito non garantisce la governabilità, ma l’intero meccanismo previsto sembra fatto apposta per determinare una frammentazione politica che affiderebbe la formazione di una maggioranza alle trattative tra i partiti solo dopo il voto.

Quanto alla scelta da parte dell’elettore dei propri rappresentanti, si ipotizza la parziale reintroduzione delle preferenze, che rischia piuttosto di riportarci al mercanteggiamento dei voti che caratterizzava le competizioni elettorali della Prima Repubblica. Soprattutto, un terzo o la metà dei seggi sarebbero assegnati attraverso liste bloccate, che riprodurrebbero così la principale anomalia (e sconcezza) del sistema attuale, che ha fatto parlare di un Parlamento non di eletti ma di «nominati » (dai vertici dei partiti). Tali «listini » di partito sono stati giustificati dall’onorevole Cicchitto con la necessità di assicurare l’entrata in Parlamento di «una serie di parlamentari di alto livello » che altrimenti rischierebbero di non entrarvi. Quanto a dire che il principio della sovranità popolare dovrebbe essere corretto alla luce di una sorta di diritto a essere rieletti dei politici «di alto livello » (e verrebbe allora da chiedersi quanto «alto » debba essere questo livello, cioè quanti siano i candidati che possono contare sulla rielezione assicurata).

Una proposta del genere riflette quella tendenza della classe politica a bloccare ogni ricambio che Gaetano Mosca definì come «aristocratica »; una tendenza forse condivisa anche fuori del Pdl, a giudicare dalle polemiche generazionali che agitano il Pd. Ammesso (e, ci permettiamo di aggiungere, non concesso) che un tale diritto dei politici di «alto livello » a essere rieletti abbia qualche fondamento, come si fa però a non comprendere che oggi una proposta simile equivale ad alimentare la peggiore demagogia antipolitica? Così, se giungerà in porto, la nuova legge elettorale farà sopravvivere (almeno per il momento) l’attuale ceto politico, ma al prezzo di un ulteriore e preoccupante svuotamento delle istituzioni democratiche.


Trattativa Stato-mafia, Ferrara in tv attacca: “Fottuti pm”
di Carlo Tecce
(da  “il  Fatto Quotidiano”, 28 agosto 2012

Non è semplice tenere fermo il bersaglio, e per l’appunto, ieri sera su La7, il programma di  Enrico Mentana  s’intitolava “Bersaglio Mobile”.  Al centro c’è  Giorgio Napolitano, la richiesta del Quirinale di sollevare davanti alla Consulta il conflitto d’attribuzione contro la Procura di Palermo  perché conserva le telefonate (intercettazioni indirette) del Capo dello Stato con l’ex presidente del Senato,  Nicola Mancino, coinvolto nell’inchiesta sulla  trattativa Stato-mafia  che conducono i magistrati siciliani.

Quello è il centro, poi s’arriva ovunque. Mentana evidenzia il punto finale di un confronto acceso tra giornalisti e giornalisti, politici e politici, osservatori e commentatori: “Le due anime della sinistra, prima sulle stesse posizioni, adesso litigano.  E qualcuno eccepisce sulla collocazione degli avversari”, dice citando  Ezio Mauro  (Repubblica) che colloca  Il Fatto  a destra.

MENTANA divide la trasmissione in quattro angoli:  Marco Travaglio  e  Antonio Di Pietro  da una parte;  Giuliano Ferrara  ed  Emanuele Macaluso  (per la sua cinquantennale sintonia con Napolitano) dall’altra. Da Reggio Emilia, c’è  Francesco Boccia  (Pd) che s’infila nel  duello  Bersani-Grillo:  “È un milionario in pantofole, il comico genovese”.

Per tornare ai toni che ci si aspetta, basta ascoltare Ferrara: “La rissa lascia il tempo che trova. È tutto banale. In estate fa caldo, i magistrati vogliono fare carriera in politica, vogliono fondare i partiti e siamo sottomessi a questa canicola. Questa inchiesta di Palermo non sta in piedi. Non c’è stata una trattativa. In tribunale è finito  Mario Mori, un generale dei carabinieri che ha arrestato  Totò Riina. A Palermo dicono tante minchiate. Questa è  una puttanata  inverosimile. Ingroia – spiega il direttore del Foglio – ha insistito per portare avanti questo suo teorema,  perché adesso vuole andare in  Guatemala? Lui non vuole la verità, pensa a farsi notare sui media. I magistrati sono  fottutissimi carrieristi”. A queste parole, Di Pietro minaccia di abbandonare la trasmissione:  “Questa è  diffamazione, io non partecipo”.

Per non abbassare il livello dello scontro, Mentana dà la linea a Torino, a Travaglio: “Non si fronteggiano  garantismo e giustizialismo, in questa vicenda sono in palio le verità sugli  anni delle stragi, sulla morte di Borsellino e l’Agenda rossa, un documento importantissimo. In questa vicenda è in gioco il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, un argomento che stava a cuore al centrosinistra quando al potere c’era Berlusconi. È in gioco la convinzione della classe dirigente di avere sempre l’impunità e, infine, è in gioco  il bavaglio  per impedire di fare le  intercettazioni  e permettere ai magistrati di indagare.

LA TRATTATIVA c’è stata – aggiunge il vicedirettore del Fatto – perché lo dicono delle sentenze definitive e ci sono dei documenti che lo dimostrano. Ingroia non ha mai detto di voler il  segreto di Stato, voleva sapere se la Trattativa è stata fatta per una ragione di Stato, ma va detto chi e come e perché l’ha fatto”. Non aveva ancora parlato, allora chiede di intervenire Macaluso:  “Ingroia sul Corriere dice: ‘Non strumentalizzate gli attacchi a Napolitano’. Lui dice che il presidente della Repubblica è stato il perno fondamentale per la garanzie democratiche di questo Paese. Chi è che strumentalizza Napolitano? Ecco, Travaglio. Il presidente non ha fatto nulla di male, si è rivolto alla Consulta per un  vuoto costituzionale. Aspettiamo la decisione (Ma Travaglio gli ricorda che il Quirinale aveva accusato la Procura di aver violato l’articolo 90 della Costituzione, ndr). Questa di dire che – aggiunge lo storico esponente del Pci – ci sia qualcuno che ostacola la verità è una  campagna di stampa. Tanti giuristi dicono che sia giusto che la Corte debba fare questo. E questi giuristi sul Fatto vengono definiti di corte. Chi non la pensa come Travaglio e il Fatto è di corte. La questione è che bisogna rispettare lo Stato di diritto e le sue regole: i conflitti di attribuzione li risolve la Corte costituzionale. Il  problema è politico: nel centrosinistra c’è il conflitto senza strumentalizzare la Procura. Tutto è accaduto con la nascita del governo Monti: ha iniziato proprio Di Pietro! E ancora Grillo, che dà dell’assassino”. Finisce Macaluso, continua Boccia. Insieme, a difendere Napolitano.

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Qui il video della trasmissione


Quirinal-leaks, Napolitano pubblichi le conversazioni
di Guido Scorza
(da “il Fatto Quotidiano”, 27 agosto 2012)

È un dibattito di straordinaria importanza per il futuro della nostra democrazia quello che si sta svolgendo attorno alla vicenda delle  intercettazioni di alcune telefonate tra il Capo dello Stato e Nicola Mancino  ed è un dibattito animato da alcune delle menti più lucide – che si tratti di giuristi, giornalisti o osservatori della nostra storia repubblicana – del Paese.

E’ difficile, pertanto, contribuirvi, aggiungendo qualcosa di nuovo.  Lo faccio, quindi, in punta di penna, al solo scopo di mettere a fattor comune alcune considerazioni che derivano dalla storia moderna dei  segreti nell’era di Internet.

I fatti all’origine della questione, benché ormai arcinoti, meritano di essere ricordati anche perché farlo aiuta a rimanere, per quanto possibile, obiettivi: la  procura della Repubblica di Palermo, nell’ambito di una propria indagine – quella sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia – ha intercettato alcune conversazioni telefoniche tra il  Capo dello Stato e Nicola Mancino.  

E’ legittima o illegittima l’intercettazione – sebbene indiretta [n.d.r. i magistrati avevano posto sotto ascolto l’utenza di Nicola Mancino] – di una conversazione del Capo dello Stato?  Il Quirinale ritiene che sia illegittima mentre la procura della Repubblica di Palermo la ritiene, evidentemente, legittima.

Illustri giuristi e costituzionalisti hanno, al riguardo, opinioni diverse.  Il problema di diritto, dunque, innegabilmente sussiste.
Ma non è questo il punto.

Il punto è che il Capo dello Stato, preso atto dell’accaduto [n.d.r. ovvero di essere stato intercettato] ha deciso, con propria scelta autonoma e discrezionale – giacché è pacifico che avrebbe potuto anche non procedere in tal senso – di chiedere alla  Corte Costituzionale  di pronunziarsi sulla legittimità di quanto accaduto.  Nell’opinione comune, con ciò Napolitano avrebbe inteso farsi scudo di una propria prerogativa – peraltro di almeno dubbia esistenza – per mantenere segrete le proprie conversazioni con Nicola Mancino.

E’ un fatto, in questa prospettiva, inequivocabilmente riprovevole sotto il profilo sociale e politico, specie in un momento di tanto grave crisi istituzionale.

Un Paese provato da decenni di mala-amministrazione della cosa pubblica e di stragi di Stato che ne hanno insanguinato le strade non può tollerare – che la legge lo preveda oppure no – che la più alta carica dello Stato voglia sottrarre elementi di indagine ai magistrati che provano ad accertare fatti e responsabilità di uno dei periodi più bui della nostra storia.

C’è, tuttavia – ed occorre darne atto, mettendo da parte ogni partigianeria ed emozione –  un’altra possibile prospettiva  dalla quale guardare alla scelta del Capo dello Stato: Napolitano potrebbe aver chiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi nell’intima e sincera convinzione di difendere, così facendo, non tanto la segretezza delle sue conversazioni con Mancino, quanto, in generale, una prerogativa che – a torto o a ragione – ritiene essere essenziale affinché il Presidente della Repubblica, sia  Giorgio Napolitano  o quello che verrà, eserciti in modo efficace i compiti e doveri del proprio ufficio.

In questa prospettiva, la scelta di Napolitano – comunque discutibile sul piano dell’opportunità – risulterebbe istituzionalmente rispettabile e addirittura coraggiosa: il Presidente della Repubblica in carica si starebbe preoccupando di evitare che l’istituzione che oggi rappresenta venga impropriamente privata di una garanzie che le compete e che le è necessaria, a costo di esporre la propria persona ad un giudizio di straordinaria impopolarità.

Napolitano sta usando il preteso diritto alla segretezza delle conversazioni del Capo dello Stato per salvare sé stesso o per difendere la carica che oggi ricopre ma che domani sarà di un altro?

E’ una domanda che non può rimanere senza risposta. Vale, dunque, la pena di metter sul tavolo alcune considerazioni e di rivolgere al Presidente della Repubblica una richiesta.

E’ un fatto che appartiene ormai alla storia del Paese che la più alta carica dello Stato nonché attuale Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giorgio Napolitano e l’ex seconda più alta carica dello Stato nonché ex Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino si siano intrattenuti al telefono in relazione – questa appare una quasi certezza – ad un  procedimento penale  nel quale il secondo è indagato e che riguarda una presunta trattativa tra lo Stato, nelle Sue più alte espressioni istituzionali, e la mafia.

Il contenuto di queste conversazioni è, ormai, noto non a tutti, neppure a molti ma a parecchi.

Se questa è la situazione, proviamo, ora, ad applicarvi la  “lezione wikileaks”: nel 2012, un’informazione nelle mani di pochi – come è attualmente il contenuto delle intercettazioni delle quali si discute – se di rilevante interesse pubblico, prima o poi, finisce nelle mani di tutti ma, prima che ciò avvenga, è destinata ad essere utilizzata in modo improprio con il rischio – mai elevato come in questo caso – di minare e destabilizzare l’equilibrio democratico di un Paese.

È accaduto con i cablo riservati del Governo statunitense e non c’è ragione per ritenere che non accadrà con le registrazioni di un paio di telefonate tra Napolitano e Mancino.  Quelle telefonate, nelle prossime settimane – se non è già avvenuto – finiranno, inesorabilmente, nell’agone politico come  merce di scambio pre-elettorale  ed influenzeranno l’esito delle prossime consultazioni in un modo o nell’altro.

Ed ecco, dunque, la richiesta al Capo dello Stato:  pubblicare – ora e senza ritardo –  sul sito internet del Quirinale, il contenuto delle sue conversazioni con Nicola Mancino, continuando, eventualmente, ad insistere – se lo ritiene davvero utile – perché la Corte Costituzionale risponda comunque al quesito che le ha posto circa la legittimità o meno di un’intercettazione del Presidente della Repubblica.

La pubblicazione produrrebbe  due importanti risultati:

1. Il Capo dello Stato disinnescherebbe la  mina istituzionalmente destabilizzante  rappresentata dal “privilegio informativo” dei pochi che hanno già messo o metteranno le mani sulle registrazioni delle conversazioni in questione.  Un’informazione nella disponibilità di tutti è un’informazione priva di valore e, dunque, non più utilizzabile in modo improprio ed illegittimo.

2. Il Presidente Napolitano, pubblicando il contenuto delle proprie conversazioni con Nicola Mancino, dimostrerebbe che il suo  ricorso alla Corte Costituzionale  è stato nell’interesse di una garanzia della quale egli ritiene che il Capo dello Stato debba disporre e non già – come oggi è difficile non sospettare – nel proprio egoistico interesse a mantenere segrete conversazioni delle quali evidentemente non va fiero.

Così facendo, quindi, il Capo dello Stato dimostrerebbe a tutti gli italiani che esiste ancora un’Istituzione repubblicana capace di anteporre il bene della democrazia agli interessi individualistici di chi la rappresenta.

Internet serve anche a questo: ad avvicinare le Istituzioni ai cittadini, permettendo ai secondi di recuperare fiducia nelle prime.  Presidente, aspettiamo di leggerla sul sito del Quirinale.


Ingroia disertore: J’accuse
di Alfredo Mantovano
(da “il Foglio”, 28 agosto 2012)

Nel procedimento penale sulla trattati ­va stato-mafia, c’è almeno un aspetto che non è stato sottolineato a sufficienza: ed è il fatto che il dottor Antonio Ingroia, il pm che più di altri ha condotto le inda ­gini, per sua scelta non seguirà nel dibat ­timento lo sviluppo delle indagini che ha svolto. Per sua scelta, senza ombra di dub ­bio; per un magistrato l’inamovibilità è una garanzia costituzionale e lo sposta ­mento ad altre funzioni – nel suo caso, ad ­dirittura, il collocamento fuori ruolo – può avvenire solo per propria iniziativa. In ­groia ha confermato che è proprio questa la sua volontà il giorno di Ferragosto, in risposta ad Andrea Camilleri che lo ave ­va esortato a restare alla procura di Paler ­mo; e in questo modo ha dissolto da sé sce ­nari inquietanti da lui stesso evocati nel ­le settimane precedenti, quando aveva af ­fermato di essere stato in qualche modo indotto ad andare in Guatemala perché era “diventato un bersaglio”: quasi che lo stato italiano non sia in grado oggi di tu ­telare l’incolumità dei magistrati partico ­larmente esposti. Andare fuori ruolo per infilarsi nella Commissione internaziona ­le contro l’impunità in Guatemala è qual ­cosa che il diretto interessato, come han ­no riferito varie fonti di informazione, ha chiesto nel mese di maggio e ha più volte sollecitato, fino a quando il ministro del ­la Giustizia non ha dato il suo assenso e il Csm, poco più di un mese fa, non ha deli ­berato in modo definitivo.

Vi è un quesito al quale finora non è sta ­ta fornita risposta. Parte da una premessa: il pubblico ministero che svolge un’inda ­gine importante aspira più di ogni altra co ­sa a seguirne l’esito in dibattimento. Col codice di procedura penale del 1989 le in ­dagini preliminari non costituiscono un pacchetto chiuso, che aspetta solo la valu ­tazione del giudice; esse rappresentano il punto di partenza del lavoro vero, quello della raccolta delle prove, che avviene in pubblica udienza e nel contraddittorio fra le parti. Sostenere, come ha fatto Ingroia, “abbiamo chiuso”, facendo riferimento al ­la avvenuta definizione delle indagini, si ­gnifica lasciare il lavoro a molto meno di metà. Solo il pm che ha messo insieme, uno dopo l’altro, gli elementi che ritiene significativi nella prospettiva del giudizio è in condizione di padroneggiarli nel con ­fronto dialettico con la difesa; è attrezzato a prevedere le obiezioni della controparte, a tenere qualche carta di riserva, in breve a impostare la battaglia conoscendo il pro ­prio equipaggiamento. Chi subentra nel di ­battimento recita una parte di cui rischia di non conoscere a pieno gli snodi e le ra ­gioni. Ciò vale per qualsiasi processo di peso: a tal punto che una norma del codi ­ce permette a chi ha svolto le funzioni di pm nel giudizio di primo grado di chiede ­re di esercitarle anche nel giudizio di Ap ­pello; a rimarcare la necessità di dare con ­tinuità, addirittura con la medesima per ­sona fisica, alla prospettazione dell’accu ­sa. Figuriamoci per un processo come que ­sto, al centro dell’attenzione mediatica e istituzionale da mesi, di tale rilievo da aver fatto scaturire un conflitto di attribu ­zione davanti alla Consulta, su iniziativa del capo dello stato! Il quesito è allora il seguente: se tale è la logica del sistema pe ­nale, e prima ancora la logica tout court, perché Ingroia lascia il processo più signi ­ficativo della sua vita? A tale quesito ne sono collegati un altro paio, pur se distin ­ti: perché il ministro della Giustizia e il Csm hanno dato l’assenso e deliberato in conformità alla scelta di Ingroia? Senza un minimo di vaglio critico, con una rapidità inusuale, il Csm in gran fretta in una del ­le ultime sedute di luglio, prima della so ­spensione feriale, con appena quattro vo ­ti contrari e due astensioni…

Non si dica che l’incarico in Guatema ­la è così importante da superare ogni al ­tra considerazione. Con tutto il rispetto per la simpatica nazione del centro Ame ­rica, non è necessario dilungarsi tanto sul punto. Né si dica, come ha provato a fare lo stesso Ingroia, che nella procura di Pa ­lermo ci sono validi colleghi che soster ­ranno in modo adeguato l’accusa nel di ­battimento: se non pesassero le considera ­zioni di sistema appena accennate, basta ricordare che uno dei magistrati che han ­no seguito le indagini, il dott. Paolo Guido, ha rifiutato di apporre la propria firma sulla richiesta di citazione a giudizio, in compagnia del procuratore capo Messineo, che pure di quelle indagini è stato co ­stantemente informato, e che è al vertice dell’unico ufficio giudiziario con una struttura realmente gerarchica. I colleghi di Ingroia saranno anche validi, ma in questo giudizio sono fra loro spaccati; il che renderebbe la permanenza di Ingroia ancora più necessaria, per non disperde ­re l’impostazione accusatoria da lui così fortemente voluta (al punto da non condi ­viderla col suo capo).

E allora, perché Ingroia se ne va? Non è un interrogativo intimistico o introspet ­tivo. E’ una domanda che ha una eviden ­za pubblica non eludibile. Alla quale si può tentare una risposta aggiungendo un altro tassello: a fine luglio Ingroia inseri ­sce in un dibattito già incandescente qualcosa di cui nessuno fino a quel mo ­mento aveva parlato. Evoca il segreto di stato, chiedendosi se sulla trattativa esi ­sta una ragione di stato che impedisca l’accertamento della verità. Dov’è la stra ­nezza? Il pm che mette su una indagine vuole raggiungere l’obiettivo; l’interposi ­zione del segreto di stato preclude ciò, ma – nei rari casi in cui è opposto – segue al ­l’iniziativa del governo, non all’espressio ­ne del timore di un magistrato. Se l’ana ­logia non è irriverente, Ingroia somiglia al ragazzino che vuole mostrarsi forte, provoca gli altri, ma poi, quando si tratta dí­ passare alle vie di fatto, dice agli ami ­ci “tenetemi”… Se lui chiama in causa il segreto dí­ stato, cui – è bene ripeterlo – nessun indagato o testimone del procedi ­mento sulla trattativa fino a quel momen ­to aveva fatto cenno, non si limita a un personale allontanamento dal procedi ­mento, ma prefigura (auspica?) un blocco del giudizio medesimo.

Quello che emerge, senza illazioni o for ­zature, è che Ingroia, dopo essersi dedica ­to a questa indagine con intensità e con mezzi cospicui, giungendo a intercettare il capo dello stato, dopo aver realizzato una costruzione giudiziaria così ardita e impe ­gnativa, ha deciso che il lavoro è definiti ­vamente concluso: “Abbiamo chiuso”, ha detto più di una volta, dopo la scelta gua ­temalteca. Ciò che ha fatto Ingroia lo iscri ­ve alla schiera dei magistrati, per lo più pm – una schiera ristretta ma con grande incidenza -, per i quali l’obiettivo non è ar ­rivare a una sentenza. E’ lanciare ipotesi di ricostruzioni storiche, è sollecitare un forte dibattito mediatico, è animare un’al ­trettanto forte polemica, è assumere l’abi ­to della vestale della verità: al di là delle regole, ma anche al di là dell’unico pas ­saggio – il giudizio dibattimentale – che l’ordinamento pone per capire se l’accusa ­to è colpevole o se è innocente. E’ una schiera che ha regalato all’Italia indagini piene di arresti eccellenti ed eclatanti e naufragi dibattimentali, o addirittura ­prima ancora – proscioglimenti istruttori. Nel momento in cui Ingroia fugge dal pro ­cesso della sua vita (e, in più, “spera” che qualcuno improvvidamente apponga il se ­greto di stato), dice a tutti che è convinto che quel processo non reggerà davanti ai giudici: lo dice lui, coi suoi comportamen ­ti, non è la maliziosa illazione di terzi. E per questo lo abbandona. Glielo contesta ­no le vittime delle stragi del ’93, quando criticano pesantemente la sua decisione di andare in Guatemala, parlando di una “frenata su tutto il fronte”. Alla fine, lo ammette lui stesso: nella risposta alle ra ­gionate perplessità di Giovanni Pellegrino sulle colonne dell’Unità, egli scrive che “nessun reato di ‘trattativa’ è stato a oggi contestato nell’indagine di cui si discute”; e aggiunge che le imputazioni di falsa te ­stimonianza agli ex ministri puntano a ca ­pire se costoro hanno effettivamente “trat ­tato” e non lo vogliono riconoscere. E’ un profilo giudiziariamente basso, che fa da contraltare a un calore mediatico e istitu ­zionale elevatissimo.

Il “paradosso Ingroia” non si riduce però a una sua vicenda personale. E’ il se ­gnale – probabilmente il più serio fra quel ­li registrati finora – di una anomalia di si ­stema. Può il sistema giudiziario tollerare i costi finanziari di una indagine comples ­sa e del dibattimento che sta per iniziare, i costi umani – che in questo caso si sono manifestati nel modo più tragico – e istitu ­zionali correlati, in vista di un esito che la fuga del pm che ha messo su tutto questo preannuncia come fallimentare? Si può immaginare di accertare giudizialmente non delitti imprescrittibili – l’omicidio di un magistrato: non è questo l’oggetto del processo sulla trattativa – ma discutibili scelte di governo, qualificate come crimi ­nali, vent’anni dopo, con larga parte dei protagonisti che non ci sono più? E si può pensare di fare ciò, mandando a gambe all’aria la repressione della mafia di oggi? Non lancio accuse a vuoto. Mentre erano in corso le discussioni su Ingroia, ha avu ­to una eco mediatica incomparabilmente minore una polemica esplosa all’interno della procura di Palermo per iniziativa del procuratore aggiunto Teresa Principato. La dott.ssa Principato ha pubblicamente lamentato che, mentre – attraverso i Ros ­coordinava le indagini finalizzate alla cat ­tura del più significativo capomafia rima ­sto in circolazione, Matteo Messina Dena ­ro, la procura di Agrigento ha chiesto e ot ­tenuto (con l’assenso del procuratore di Palermo Messineo) l’arresto di una decina di presunti mafiosi, fra í­ quali Leo Sutero, di Sambuca di Sicilia, ritenuto uno degli uomini più vicini a Messina Denaro: era sotto stretta osservazione da mesi, nella prospettiva di arrivare al suo capo, e ovvia ­mente il suo arresto, secondo il procurato ­re aggiunto, ha pregiudicato il bottino più grosso. Ciò è accaduto a fine giugno, ma an ­cora pochi giorni fa il pm Principato ha parlato di una “indagine compromessa dalla dirigenza della procura” (di Paler ­mo), di lavoro durato due anni e mezzo, con 70 uomini del Ros impegnati quotidiana ­mente, e andato “in fumo”, e così via. Si in ­seguono i fantasmi di vent’anni fa e si lascia impunita la mafia di oggi: per certifi ­cazione degli addetti ai lavori, non per maldicenza di qualche politico.

Se esiste l’anomalia, va affrontata e ri ­solta. Il conflitto di attribuzione, nella sua 7ilevanza in virtù delle parti coinvolte, non può che essere il punto di avvio; e sarà compito – c’è finalmente da augurar ­selo – della prossima legislatura. C’è un iodo che però adesso va definito. Il dott. Ingroia riterrà legittimamente che il mio ragionamento sia del tutto infondato. Ha un solo modo per dimostrare che non sta fuggendo dal processo sulla “trattativa”: revochi la domanda per il Guatemala e lo affronti come pm del dibattimento. Proce ­duralmente è possibile: quante volte il Csm è tornato indietro sulle proprie deli ­bere, passate anche dal plenum, per un ri ­pensamento del diretto interessato… Sia tranquillo, solo a lui è venuto in mente il segreto di stato, e quindi nessuno ne di ­sporrà l’opposizione. Dimostri con un comportamento concreto, e non con le troppe parole finora spese, che è convin ­to della fondatezza delle accuse che ha mosso; che cioè la sua “creatura” non è già abortita. Andare in Guatemala significa sancire che il lavoro che ha svolto finora è stato solo un tentativo mal riuscito di ri ­costruzione di un pezzo di storia, ma non qualcosa di più impegnativo e serio: un Processo penale.


Il Presidente non può essere parte di un processo
di Giovanni Pellegrino
(da “l’Unità”, 28 agosto 2012)

Molto opportunamente Antonio Ingroia ha dichiarato che i pubblici ministeri palermitani sono in attesa serena del giudizio della Con ­sulta, convinti di aver applicato cor ­rettamente la legge e di non essere responsabili di sue eventuali lacune; e per questo restii nel vedersi utilizza ­ti come strumento degli attacchi quo ­tidianamente rivolti al Colle da Di Pie ­tro (e Grillo) e da Il Fatto quotidiano.

La serenità che così Ingroia ha in ­trodotto nel dibattito induce ad alcu ­ne precisazioni. La prima è sull’ogget ­to del conflitto, che, diversamente da quanto D’Ambrosio sembra ritenere, non riguarda l’avvenuta trascrizione delle conversazioni Mancino-Napoli ­tano da parte degli ufficiali di polizia giudiziaria, che legittimamente inter ­cettavano l’utenza telefonica del pri ­mo.

Riguarda soltanto la via processuale attraverso cui pervenire alla distruzione di quelle registra ­zioni, esito finale, su cui tutti concordano. Se ­condo i pm ciò dovrebbe avvenire seguendo l’art. 269 del codice processuale, secondo cui gli interessati, quando la conservazione delle registrazioni non è necessaria per il procedi ­mento, possono chiederne al Gip la distruzione a tutela della riservatezza delle proprie comuni ­cazioni. Il Gip decide in camera di consiglio, dopo averne però dato avviso alle parti, alle al ­tre persone interessate e ai difensori, che alla camera di consiglio possono partecipare.

Secondo l’Avvocatura dello Stato che ha pro ­posto il conflitto, invece, la distruzione di regi ­strazioni, che hanno occasionalmente e invo ­lontariamente coinvolto il Capo dello Stato, va disposta direttamente dal Gip ai sensi dell’art. 271 del codice senza che l’ascolto delle registra ­zioni o meglio la lettura del verbale, in cui sono state trascritte, sia consentita alle parti del pro ­cesso e ai loro difensori. È questo il conflitto che la Consulta è chiamata risolvere, sicché il valore in gioco attiene alla tutela della riserva ­tezza delle comunicazioni del Capo dello Stato, che anche secondo Lorenza Carlassare, che pu ­re su Il Fatto ne ha escluso l’immunità pena ­le, va «severamente difesa non potendo su ­bire attenuazione alcuna », perché nei con ­fronti del Capo dello Stato «l’art. 15 Cost. ha valore pieno » e «il Presidente ha diritto all’assoluto rispetto della riservatezza delle sue comunicazioni ». Ora è evidente che se si seguisse la via processuale indicata dai Pubblici ministeri quel diritto assoluto alla riservatezza verrebbe inciso, perché il contenuto di quanto Giorgio Napolitano ha det ­to a Nicola Mancino dovrebbe necessaria ­mente essere reso noto anche alle altre par ­ti del processo e ai loro difensori. A ciò si aggiunge l’ulteriore fattore di crisi segnala ­tomi da uno dei giuristi invisi a Marco Tra ­vaglio, con il quale ho consuetudine quoti ­diana. Tra le persone interessate a parteci ­pare alla camera di consiglio prevista dall’art. 269 dovrebbe essere necessaria ­mente incluso il Capo dello Stato, quale in ­tercettato occasionalmente, benché non in ­dagato; e se decidesse di parteciparvi con il patrocinio dell’Avvocatura per postulare la distruzione delle registrazioni a tutela del suo munus costituzionale, dovrebbe di ne ­cessità sottoporre questa sua istanza (in ­dubbiamente rientrante nell’esercizio delle sue funzioni) al vaglio del Gip, che potrebbe accoglierla o rigettarla. Ma se ciò avvenisse ad entrare in crisi sarebbe non già la immu ­nità o la inviolabilità, che molti negano esse ­re attributo proprio del Presidente, ma la sua stessa insindacabilità, che tutti sono pronti a riconoscergli, senza avvedersi co ­me la stessa non sia compatibile con la via indicata dai pm per la distruzione di inter ­cettazioni dagli stessi ritenute irrilevanti, rendendo quindi necessario individuare una via diversa. È quindi probabile che la Corte costituzionale, una volta ritenuto am ­missibile il conflitto, lo risolva in favore del ­le tesi del Quirinale, semmai attraverso una interpretazione costituzionalmente orienta ­ta dell’art. 271 del codice processuale (per cui Eugenio Scalfari ha ragione in punto di diritto – e Gustavo Zagrebelsky sorprenden ­temente torto – nel ritenere che il potere interpretativo o additivo della Consulta pos ­sa svolgere un ruolo utile anche nella risolu ­zione di un conflitto di attribuzioni). In tal modo la Consulta sancirà che nell’equili ­brio tra i poteri voluto dal costituente rien ­tra la posizione particolare del Capo dello Stato, connotata dalla sottrazione dell’eser ­cizio delle sue funzioni al controllo giurisdi ­zionale; e ciò pur in una fase storica come l’attuale, in cui è carattere proprio della mo ­dernità l’ampliarsi degli ambiti decisionali riservati al potere neutrale e l’accrescersi del peso istituzionale delle sue decisioni.

Tuttavia non può escludersi che la Con ­sulta dia ragione alla Procura palermitana, così certificando che l’espandersi del giudi ­ziario – anch’esso carattere proprio della modernità – abbia determinato da noi una evoluzione nel punto di equilibrio tra i pote ­ri a vantaggio del potere giudiziario e a de ­trimento dei poteri rappresentativi, tra cui certamente rientra il Capo dello Stato; e che in particolare anche nei confronti del Capo dello Stato sia applicabile il secondo comma dell’art. 15 della Costituzione, che il diritto alla inviolabilità delle comunicazio ­ni proprio di ciascuno di noi, sia pure con provvedimento motivato e nelle forme e nei casi previsti dalla legge.

Ciò però renderebbe ineludibile l’attivar ­si di un più intenso dibattito sul modulo or ­ganizzatorio di un potere (quello giudizia ­rio), cui verrebbe riconosciuta una sostan ­ziale posizione di egemonia; diverrebbe cioè più forte la spinta ad introdurvi elemen ­ti di pluralismo a garanzia della libertà di ognuno; in particolare apparendo ben di ­scutibile che in un potere egemone le fun ­zioni di accusa e di giudizio siano attribuite ad un medesimo corpo professionale (sia pure altamente qualificato) ed organizzate entrambe come poteri diffusi. Forse l’Anm dovrebbe riflettere su questo. Ogni corda, anche la più resistente, rischia di spezzarsi, se si insiste a tenderla con forza eccessiva.

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