di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 22 settembre 2012)
Consiglieri regionali. Abbiamo visto Er Batman-Fiorito difendere i suoi magheggi bancari con forza leonina in tv, poi De Romanis, l’altolocato de noantri, rivendicare l’innocenza bambocciona della sua festa suina. E la Polverini chiedere al consiglio regionale del Lazio una piega qua e un bigodino là; e la Guardia di Finanza fare toc toc alla porta del consiglio regionale della Campania, si salvi chi può, siamo alla sagra del pecorino marcio. Nel frattempo il mondo va avanti e l’Italia, come nel 1992, sta perdendo il treno delle riforme. Anche allora un governo tecnico ci mise la toppa, ma solo quella. Andava fatto ben altro per non ritrovarsi vent’anni dopo in uno scenario postbellico. I tecnici di allora cercarono di salvare la lira sotto attacco, controllare (si fa per dire) la spesa e avviare un piano di dismissioni delle Partecipazioni Statali che non è servito a niente. I tecnici di oggi sono ancor più nei guai e senza grandi idee: il sistema politico è alla deriva, gli scandali hanno nauseato l’opinione pubblica a tal punto che due italiani su tre sarebbero tentati dal voto di protesta o dall’astensione, la crisi dell’economia reale galoppa, le stime del Pil sono al ribasso e tutto questo costituisce un formidabile carburante per avventurieri, salvatori della Patria in maschera e ciarlatani che vendono pozioni magiche. In questa fiera carnevalesca, Mario Monti ha fatto pesare il suo indiscutibile prestigio internazionale e la sua capacità di relazione con l’establishment. Ma ha sbagliato a non pungolare il suo ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, (il quale ieri s’è beccato la giusta critica di Sergio Marchionne) e ha sottovalutato la spirale recessiva e le difficoltà della miriade di imprese italiane non orientate all’export. È un esponente della tecnocrazia e non è di certo uno che ha gran fiducia nel popolo. Ma ditemi: che c’è di meglio in campo? Niente. L’Italia ha un bisogno disperato di cambiare passo. Ci provò negli anni ’80 Bettino Craxi a lanciare la Grande Riforma, ma i suoi propositi s’infransero sul muro eretto dai due titani che co-governavano l’Italia: la Dc e il Pci. Quelli che prendono in esame il ventennio berlusconiano (e anti) commettono un errore, perché l’immobilismo ha una storia più che trentennale e la cosa surreale è che la riforma più significativa approvata in questo lungo intervallo di tempo, è quella del Titolo V della Costituzione, votata dal solo centrosinistra nel 2001, che ha dato più poteri alle Regioni, cioè a quegli enti che sono tra i principali responsabili dello sfibramento dello Stato e della progressione del debito pubblico. Più poteri a Er Batman… pazzesco. La realtà è che le Regioni sono da abolire e l’Italia è dei Comuni. Tra un baccanale e l’altro è ora che qualcuno prenda il timone di questo Paese e lo riporti sulla terra.
CASO NAPOLITANO. Il re è nudo (ma solo negli Usa)
di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 22 settembre 2012)
Ma ci pensate che la scelta del futuro pre sidente degli Stati Uni ti dipenderà da un’in tercettazione? Ambientale, non telefonica; ma non c’è differenza. Romney, parlando ad amici suoi, in ambiente as solutamente privato, sicuro di godere della massima riser vatezza, esprime liberamente il suo pensiero: degli ultimi della terra non gliene importa niente; quando sarà presiden te non sprecherà risorse per loro; la sua politica favorirà i ricchi e i potenti. La conver sazione è registrata da un ami co non proprio amico e fini sce sui giornali. E oggi tutti sanno che tipo è questo Rom ney; e, speriamolo almeno, molti non lo voteranno. An che se quello che è successo da noi con uno che gli somi glia tanto tanto non autorizza l’ottimismo. Il fatto stimola al cune riflessioni. Eccole.
1 – QUELLO CHE hanno fat to a Romney in Italia è un rea to: arte 167, 23 e 5 Dlgs 196/2003. E una cosa un po’ complicata perché scrivere una legge chiara, precisa e compendiosa sembra al di là delle capacità dei nostri par lamentari. In soldoni, non è reato registrare conversazioni tra privati, ma è reato diffon derle senza il consenso dei re gistrati. La pena: da 6 mesi a 2 anni.
2 – PER QUANTO mi riguarda accetterei volentieri una condanna (anche perché sarebbe coperta dalla sospen sione condizionale della pena e non farei nemmeno un gior no di galera) pur di far cono scere ai miei concittadini che razza di uomo (e di politico) è quello che si candida a diven tare loro (e mio) presidente.
3 – NE CONSEGUE che una fuga di notizie come questa è cosa assolutamente buona e giusta. Soprattutto perché in una conversazione privata le cose che si dicono restituisco no un’immagine del tutto ge nuina di colui che le dice; sia che corrispondano ai suoi convincimenti sia che siano raccontate per ragioni di op portunità. Questo è il pregio (e il difetto, dipende dai punti di vista) delle intercettazioni: non c’è trucco e non c’è in ganno, vere o no che siano, quelle cose sono state dette.
4 – LE OPINIONI esposte da Romney sono perfetta mente lecite. Fanno un po’ ri brezzo, ma non costituiscono reato. Insomma, per dirla con i tanti politici nostrani che si sono trovati nella stessa situa zione, sono penalmente irri levanti. Qualcuno vuole pro vare a sostenere che questa conversazione non doveva es sere diffusa perché penal mente irrilevante? Che gli americani non hanno il diritto di conoscere la persona che chiede i loro voti? Che deb bono votare sulla base delle rutilanti convention, delle per formance di attori e cantanti, dei discorsi scritti da uno staff di specialisti e ripetuti con la sola aggiunta di movenze ed espressioni studiate da altro staff di specialisti?
5 – QUALCUNO certamen te lo sosterrà; e i più avveduti faranno leva sul fatto che aver diffuso le conversazioni di Romney con i suoi finanziatori costituisce reato. Ohibò, non si fa! Il che, detto . dai delin quenti che infestano la nostra classe politica e dai loro col leghi che sanno, tacciono e vo tano contro le richieste di ar resto ovvero si astengono dal votare, fa ridere. Anzi vomita re.
6 – SITUAZIONI analoghe a quella che ha avuto Romney come protagonista ce ne sono state anche in Italia. E anche peggio, nel senso di intercet tazioni che non solo avevano il merito di denudare il re e far vedere a tutti che meschinello era ma costituivano prova di reati. Con una differenza: si trattava di intercettazioni lega li, disposte dalla magistratura secondo la procedura e in ba se ai presupposti previsti dalla legge. Eppure i nostri re nudi e i loro amici hanno strepitato che non dovevano essere pub blicate, che violavano la loro privacy, che i processi fatti sul la stampa erano una barbarie. Cioè era una barbarie che i cittadini conoscessero, senza fil tri e ipocrisie, come erano davvero quelli che gli chiede vano i voti. Siamo arrivati a una proposta di legge che vieta la pubblicazione di conversazio ni non penalmente rilevanti; che giace ancora in Parlamen to perché il Pdl la giudica trop po blanda. insomma, se Rom ney o i suoi tanti fratellini no strani fossero stati legalmente intercettati e le loro deliranti ideologie fossero venute a co noscenza di qualche bravo giornalista, secondo la legge in gestazione non dovrebbero es sere pubblicate. Della serie: ciò che conta è quello che ap pare, non quello che si è.
7 – L’ULTIMO frutto dell’albero avvelenato è maturato proprio qui, in Italia. E dove se no? Le intercettazioni di con versazioni riguardanti il re (che evidentemente ha una paura terribile della propria nudità) non devono essere co nosciute nemmeno dai giudici a cui la legge attribuisce il compito di valutare se sono penalmente irrilevanti; o se magari invece possono servire a provare reati ovvero colpe volezza o innocenza di impu tati. Distruzione subito, ché nessuno possa conoscerlo per quello che è. Il che, per il mo mento, è in effetti impossibile. Ma resta il fatto che Andreotti aveva proprio ragione. E a pensar male, in questo caso, nemmeno si fa peccato; anzi ci si coglie di sicuro. Come ci si può fidare di un uomo che ha qualcosa da nascondere?
CASO NAPOLITANO. Il relatore della Consulta al convegno di una confraternita imbarazzante
di Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”, 22 settembre 2012)
A sessant’anni dalla sua fondazione, un’associazione culturale siciliana fa stampare un bel librone cele brativo, pieno di testi e foto che documentano l’attività svolta, a Partire dal 23 giugno 1944, gior no della sua nascita. Nel librone ci sono volti, incontri, iniziati ve. Tra queste, un convegno or ganizzato nel 1996 su “Divisio ne dei poteri e magistratura”. Tra i relatori, secondo quanto documenta una foto, Gaetano Silvestri, professore dell’uni versità di Messina e oggi giudi ce della Corte costituzionale. Niente di strano, che un giurista intervenga a un convegno sulla magistratura. Più imbarazzante il contesto: l’associazione sici liana che lo ha organizzato èla Corda Fratres, circolo dalla sto ria lunga e controversa e con so ci davvero imbarazzanti.
A BARCELLONA Pozzo di Gotte, non distante da Messina, nel 1944 e il suo atto costitutivo la definisce associa zione culturale “apolitica e aconfessionale” fondata al fine di “diffondere e favorire l’idea della solidarietà tra gli uomini, della fratellanza, della libertà re ligiosa e della cultura nei suoi multiformi aspetti”. Multiformi anche le sue iniziative: da incon tri su “Attività grafica e musicale col personal computer” fino a convegni internazionali su “Pirandello nella cultura russa del ‘900″.
Chi non la ama definisce Corda Fratres (“cuori fratelli”) una sor ta di circolo massonico che riu nisce l’élite messinese. Nelle in chieste svolte dai magistrati di Reggio Calabria la si definisce circolo para-massonico nel qua le s’incontrano rappresentanti del mondo politico, universita rio, sanitario e mafioso. Anche chi la difende non può negare che abbia avuto soci come Giu seppe Gullotti, boss di Cosa no stra arrestato nel 1995 e condan nato per l’omicidio del giornali sta Beppe Alfano, nonché forni tore, secondo Giovanni Brusca, del telecomando che servì al l’”attentatuni” in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e la scorta. Altro socio di Corda Fra tres è Rosario Cattafi, già indaga to a Palermo nell’inchiesta “Si stemi criminali” e a Caltanissetta nell’indagine sui mandanti occulti delle stragi del 1992. E stato arrestato nel 1993 per l’inchie sta sullâ—autoparco della mafia” di via Salomone, a Milano, ed è finito di nuovo in cella il 24 lu glio 2012, con l’accusa di essere il capo della famiglia barcellone se di Cosa Nostra.
Socio onorario del circolo è Giu seppe Siracusano, generale dei carabinieri con il nome nelle li ste della P2. Tra gli iscritti odier ni di Corda Fratres compaiono, accanto ad avvocati, commer cialisti e medici di spicco, il sin daco di Messina Giuseppe Buz zanca, il parlamentare del Pdl Domenico Nania.
C’È ANCHE il procuratore ge nerale di Messina, Antonio Fran co Cassata, oggi imputato di dif famazione, con l’accusa di aver redatto un dossier anonimo, post mortem, sul professor Adolfo Par malian.a, docente all’Università di Messina e dirigente locale dei Ds, che si è tolto la vita nel 2008 dopo aver scritto: “La magistra tura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegitti marmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio do vere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uo mo, di padre, di marito, di ser vitore dello Stato e docente”.
Il procuratore Cassata è ri tratto, nella foto del 1996, ac canto al professor Silvestri. Iscritto al Pci e poi al Pds, Sil vestri fu spedito dal partito a Roma, dal 1990 al 1994, co me membro laico del Consiglio superiore della magistratu ra. Oggi è giudice della Corte co stituzionale, eletto nel 2005 dal Parlamento su designazione del centrosinistra, ed è uno dei due relatori alla Consulta sul conflit to tra poteri dello Stato sollevato dal presidente Giorgio Napolita no controla Procuradi Palermo, a proposito dell’inchiesta sulla trattativa tra Stato e Cosa No stra.
In quel1996 incui l’ex membro del Csm e futuro giudice costi tuzionale parlava di divisione dei poteri e magistratura, Corda Fratres non era più un oggetto misterioso, né un circolo cultu rale come tanti, visto che i suoi due soci Gullotti e Cattafi erano già finiti in carcere, entrambi per storie che puzzavano di mafia.
Trattativa, Ingroia: “Conflitto non ce lo aspettavamo”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 22 settembre 2012)
Cambio della politica per la verità, il conflitto inaspettato, il rifiuto dell’etichetta di chi cerca consenso a tutti i costi. “Io sempre dico cose che non dovrebbero dettare scandalo, ma se le dico alle feste di un certo partito vanno bene, se le dico a quelle di un altro non vanno bene. Questo è quello che non mi convince” dice il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, titolare del fascicolo sulla trattativa Stato mafia e al centro di una polemica che non accenna ad affievolirsi. Intervistato nel corso di un dibattito sulle stragi di 20 anni fa, alla festa dell’Italia dei Valori, in corso a Vasto, il magistrato ha fatto riferimento a “polemiche che divampano attorno alla partecipazione a pubblici dibattiti e immagino che domani ci sarà il resto. L’attenzione in sé dell’opinione pubblica sulle indagini e sui dibattimenti è preziosa e necessaria. Non è un caso che una sentenza viene emessa nel nome del popolo italiano” che deve avere il modo di controllare “che il nostro lavoro sia ben fatto”.
La trattativa. Ingroia ribadisce che secondo la ricostruzione alla quale siamo arrivati fin qui “ci fu una macrotrattativa, in cui la mafia tentò di ricostruire il suo rapporto con la politica e all’interno di questa ci furono altre tre microtrattative che si conclusero nel 2004″. ”La posta in gioco doveva essere molto alta. Per questo l’inchiesta ha suscitato tanto clamore” prosegue. Rispondendo ad una domanda della giornalista Claudia Fusani sulle dichiarazioni del pentito Spatuzza e all’inchiesta di Caltanissetta che, sull’omicidio di Borsellino, dovette venire riaperta, Ingroia dice: “Mi rifiuto di pensare che si sia trattato solo di un depistaggio mirato a coprire killer più importanti. E’ chiaro che ci deve essere stato qualcosa di più grande che si voleva coprire”. “Poi, se dopo aver considerato tutto questo – aggiunge Ingroia – si pensa che Borsellino è stato ucciso perché ostacolava la trattativa, forse si intravede la posta in gioco e si capiscono i tanti clamori suscitati”.
Il conflitto. Una mossa quella del Quirinale di sollevare un conflitto davanti alla Corte costituzionale inaspettata. “Assolutamente no” risponde Ingroia a chi gli chiede se era prevedibile che Napolitano si mettesse in conflitto con la procura di Palermo. “L’accertamento della verità non dipende solo da Ingroia. Se fosse dipeso da me, infatti, non avrei aspettato vent’anni e la verità l’avrei già trovata” e sulle intercettazioni il magistrato esprime chiaramente la sua opinione: “Non è previsto da nessuna parte che si debba procedere immediatamente alla distruzione delle intercettazioni irrilevanti”.
La politica. Come aveva già detto alla festa del Fattoquotidiano alla Versiliana il magistrato invoca un cambiamento della classe politica. “Abbiamo bisogno di un altro modo di fare classe dirigente e quando dicevo questo ero consapevole che il risultato delle verità dimezzate sulle stragi e il risultato di una politica di connivenza con la mafia sarà il fatto che non verrà consentito a noi magistrati di scoprire la verità. ‘Io non cerco consensi. Se li cercassi, sarebbe più facile occuparsi di coppola e lupara, piuttosto che di collusioni tra mafia e colletti bianchi. Non cerco consensi -prosegue – anche perché ho ricevuto molti più attacchi” . Rispondendo ad alcune domande Ingroia punta il dito anche contro la commissione Antimafia “di allora”. “Non posso essere indifferente come magistrato all’inerzia dell’Antimafia di allora e all’impegno dell’Antimafia di oggi, che si sta occupando, dopo 20 anni, della trattativa Stato-mafia”. Ma questo, sottolinea, “è anche frutto della richiesta dei cittadini che la commissione faccia la sua parte”. ”Questo Paese ha avuto una classe dirigente profondamente compromessa con la criminalità” dice Ingroia che continua ad attaccare “un certo modo di fare politica” e spiega che se non cambieranno le cose “la magistratura non riuscirà ad accertare da sola la verità”
La difesa. Il magistrato si sente sotto attacco: ”Nei miei confronti ci sono state polemiche ingiuste e ingenerose”. E sul presidente della Repubblica: ”Non tocca a me fare il difensore di Napolitano, che è difeso da mezzo Paese, ma quando Mancino venne intercettato non era noto che fosse indagato”. E poi il pm confessa di “essere a disagio” quando gli si pongono domande sul conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale, risponde così alla domanda se abbia fatto bene o male il Colle a rivolgersi alla Consulta per quanto riguarda le intercettazioni con Mancino. ”Non mancherò di far sentire la mia voce anche dal Guatemala”, la frase con cui si congeda dalla Festa.