Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

22 Settembre 2012

[Franco Pecori  dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

 

Gli equilibristi

Gli equilibristi
Ivan De Matteo, 2012
Fotografia Vittorio Omodei Zorini
Valerio Mastandrea, Barbora Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Grazia Schiavo, Antonio Gerardi, Antonella Attili, Stefano Masciolini, Giorgio Gobbi, Francesca Antonelli, Damir Todorovic, Antonio Tallura.
Venezia 2012, Orizzonti concorso: Valerio Mastandrea Premio Pasinetti.

Il divorzio è per ricchi? Ovvio. Ma se c’è Mastandrea l’ovvietà acquista dignità artistica e il discorso diventa più articolato. Sì, è tutto vero, Giulio, dipendente del Comune, guadagna 1200 euro al mese e la sua economia è in equilibrio appena sufficiente rispetto alla sua famiglia, la moglie Elena (Barbora Bobulova) ha un lavoro, la figlia Camilla è adolescente, suona la chitarra in una band rock, ha un fidanzatino e comincia ad aver voglia di viaggiare. Il piccolo Luca (Lupo De Matteo) va alle elementari e avrebbe bisogno di vicinanza e affetto. Nella prima sequenza vediamo di sfuggita Giulio fare l’amore tra gli scaffali. Poi in famiglia, i silenzi con Giulia, le tensioni e insomma la confessione di aver commesso una “caz..ta”. Via da casa. Prima da un amico, poi una stanza in pensione, infine in macchina e alla mensa dei poveri. Un altro conoscente gli dà lavoro in nero ai mercati generali, ma la cosa non può durare. La vita di Giulio scivola inesorabilmente verso il baratro. Il carattere orgoglioso dell’uomo e la consapevolezza di persona moderna attenta ai linguaggi e ai comportamenti aumentano la difficoltà di trovare soluzioni evitando compromessi. Il tema è squisitamente sociologico e politico: oggi è facile diventare poveri. Il bello del film però sta nella capacità del protagonista di evitare la tipizzazione referenziale e di trovare la giusta misura in un commovente equilibrio caldo/freddo, nella recitazione e nella gestione complessiva dei contenuti. La regìa di Ivan De Matteo, attore passato dietro la cinepresa nel 2002 con  Ultimo stadio  e confermatosi con  Codice a sbarre  (2005) e  La bella gente  (2009), mostra sensibilità nei particolari, sul versante di un realismo poetico che lascia spazio agli attori. Un po’ superficiale la sceneggiatura (di Valentina Ferlan e dello stesso De Matteo), non sempre convincente nel segnare le situazioni motivazionali.

È stato il figlio

È stato il figlio
Daniele Ciprì, 2011
Fotografia Daniele Ciprì
Toni Servillo, Giselda Volodi, Alfredo Castro, Fabrizio Falco, Aurora Quattrocchi, Benedetto Raneli, Piero Misuraca, Giacomo Civiletti, Alessia Zammitti, Pier Giorgio Bellocchio, Giuseppe Vitale.
Venezia 2012, concorso: Daniele Ciprì foto, Fabrizio Falco Premio Marcello Mastroianni, Toni Servillo Premio 400colpi.

Non è più il tempo in cui si diceva che “i panni sporchi si lavano in casa”. Oggi le miserie del Paese si possono mostrare, tanto che finalmente si può andare anche oltre il “neorealismo” e farne un paradosso estetico, un film che faccia dire: ma in che straccio di paese viviamo? Con gli stracci Daniele Ciprì tesse una stoffa di seta raffinata, trapuntata di ironia e di simbolismi, protetta dal copyright della fiaba grottesca e popolare. Ferro vecchio e periferia degradata, “dignitoso” contegno e aspirazioni verso nuova “ricchezza”, incomprensioni generazionali e staticità culturale sono gli ingredienti di una torta molto rispecchiante una certa realtà palermitana, configurata in particolare nella famiglia Ciraulo. Non c’è lavoro, si sa. E infatti la vita di Nicola (Toni Servillo) è molto dura. Deve mantenere tutti col ferro raccolto dalle navi in rottamazione. Il figlio Tancredi (Fabrizio Falco) lo fa dannare, è apatico, non si muove. Il futuro non si intravede. Ma c’è la mafia. E la mafia spara. Un giorno, Serenella, la figlia più piccola, muore in strada colpita da una pallottola vagante. Le conseguenze di quella morte sono tali da scriverci una favola e sembra proprio una favola quella che il “narratore” Busu (Alfredo Castro) racconta mentre sta in fila col suo numeretto nell’ufficio postale. Lo ascolta il Sordomuto (Pier Giorgio Bellocchio).  Sembrerebbe poco più di una barzelletta, eppure la storia ha il suo lato molto serio, sarcasmo e ferocia dell’osservazione a parte. La miseria di Nicola e famiglia può risolversi col risarcimento statale, previsto per le vittime della mafia. Geniale il suggerimento dell’amico Giacalone (Giacomo Civiletti). Ma i soldi, solo a pensarli, fanno perdere la testa ai Ciraulo. In attesa dell’esito della pratica burocratica, i debiti divengono insostenibili e l’usura sta per rovinare i poveracci. Poi la ricchezza arriva! Come se avessero vinto alla lotteria, i Ciraulo di riuniscono attorno al tavolo per decidere come impiegare la somma. Gira e rigira, la scelta cade sull’oggetto simbolico, il massimo della rappresentatività di status: l’automobile, la Mercedes! Nicola cambia vita (bravissimo Servillo nella parte che sarebbe andata a pennello anche a Peppino De Filippo), idolatrando l’auto meravigliosa. Se la mantiene spolveratissima sotto la finestra della camera da letto, la sorveglia giorno e notte. Ma c’è un compagno cattivo di Tacredi, Masino (Piero Misuraca), il quale convince l’amico a prendere di nascosto la Mercedes per uscire una sera. Al ritorno, un piccolo incidente e un graffio sul davanti. Figuriamoci cosa potrà succedere. Nicola è preso da raptus contro il figlio, non smette di picchiarlo. E chi non ha una pistola? Masino è presente alla baruffa e la pistola ce l’ha. Succede l’irreparabile. Meno male che c’è anche la nonna Rosa (Aurora Quattrocchi). Quando tutti sembrano non ragionare più, la  vecchia ha un’idea. Nicola è morto, non si può fare altro che prenderne atto. E però, chi è stato a ucciderlo? La vicenda di Serenella non ha insegnato niente? Si sorride a denti stretti, vietato fare discorsi retorici. Tuttalpiù, ci si può soffermare su alcuni particolari della vita di famiglia, che Ciprì osserva con sublime ferocia, come la gita al mare insieme ai vicini. Una giornata molto particolare, dove certo non muore nessuno.

Prometheus

Prometheus
Ridley Scott 2012
Fotografia  Dariusz Wolski
Noomi Rapace, Charlize Theron, Michael Fassbender, Patrick Wilson, Idris Elba, Guy Pearce, Logan Marshall-Green, Rafe Spall, Kate Dickie, Sean Harris, Emun Elliott, Benedict Wong, Vladimí­r Furdí­k.

Asettico, olografico, videogioco, fumetto. E pure confuso, sepolcrale, generico, moralistico. Nel complesso, ingenuo e nostalgico di tempi in cui si poté più facilmente sovrapporre la propria ideologia/credenza alle “certezze” tecnologiche, a volte confondendole con le aspirazioni umanistiche e altre volte restando semplicemente al di qua del progresso scientifico, ancorati al romanticismo letterario e all’immaginazione infantile, rispetto a temi quali la lotta Male-Bene, l’origine/destino dell’Umanità e via dicendo. Nella sua straripante imperfezione – diremmo kolossale, dato il budget di 130 milioni di dollari -, con le incertezze della sceneggiatura e con i salti narrativi, quest’ultimo lavoro di Ridley Scott – dimenticate  I duellanti  (1977)  e  Blade Runner  (1982), ma dimenticate anche  Black Hawk Down  (1989) e  American gangster  (2007) – sembra voler essere un esercizio masochistico di ricerca del “prequel”, per l’assillo con cui persegue il cammino a ritroso verso il “prima” di  Alien  (1979) e, soprattutto, per la cancellazione dell’elemento horror che colorava quella lontana nascita di una misteriosa e fascinosa autorevolezza ideale. Ora, invece, il riferimento alla mitologia antica (Prometeo, il titano che volle dare agli umani l’intelligenza degli dèi) sa di adeguamento all’onda spiritualistica e alle relative istanze di fuga provenienti da oltreoceano e annaspanti nei mari più ristretti della Grande (presunta) e “sbalorditiva” Estetica globale. La protagonista del film, Elizabeth Ellie Shaw (Noomi Rapace)  non ha pudore nel dichiarare apertis verbis di voler risolvere una volta per tutte nientedimenoche gli interrogativi: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Siamo nel 2089. Assistita da un’evoluzione tecnologica strabiliante che permette a tutti i partecipanti al gioco di muoversi senza soluzione di continuità in uno spazio/tempo ondivago e surreale, Ellie fa parte di una squadra di esploratori i quali scoprono in una grotta della Scozia tracce umane di 35 mila anni addietro. Tutto lascia credere che quegli umani volessero essere prima o poi ritrovati. E si trovano i mezzi, un trilione di dollari, per la spedizione (la ragione imprenditoriale non guasta), li mette la “Weyland Corporation: Per costruire Mondi Migliori”, con alla guida Meredith Vickers (Charlize Theron), la Signora. Insieme a lei, a bordo della Nave Esplorativo-Scientifica Prometheus, sotto la responsabilità tecnica del Capitano Janek (Idris Elba), viaggerà il robot David (Michael Fassbender), essere quasi-umano da fare invidia a creativi di tempi passati come Stanley Kubrick. E viaggerà, un po’ con l’aria del perdente predestinato, l’innamorato di Ellie, Charlie Holloway (Logan Marshall-Green) – coppia curiosamente assortita, lei “credente” con tanto di croce paterna al collo e lui dispiaciuto che possa venire a cadere l’ipotesi di Darwin. Alla partenza, le aspettative sono da mozzafiato. Si va a 3.37km x 10 alla 21ma dalla Terra. Tutto bene.  Si “dome” per 2 anni, 4 mesi, 18 giorni, 36 ore, 15 minuti. Nel 2093, al risveglio,  Ellie sembra “nervosa”, ma tranquilli: cerca solo di “mantenere i piedi per terra” (battutaccia, unica, per non perdere il collegamento con l’umanità del personaggio). E siamo arrivati su un pianeta sconosciuto. Nessuna traccia di vita. Ma presto i contenuti dell’American Bignami prenderanno corpo: il momento del gran ritorno di Prometeo, cacciato dall’Olimpo per le sue pretese esagerate, sembra essere giunto. Nella pancia di quel luogo oscuro è la prova dell’esistenza degli “Ingegneri” dai quali siamo stati “costruiti”. Così sembrerebbe. Non è vero? “È  ciò in cui ho deciso di credere”, taglia corto Ellie. Da questo momento è lecito entrare in confusione, si mescolano generi e situazioni, catastrofismi e scientismi, figurazioni di riporto (perfino la gravidanza malefica con parto robotico, che rinvia Rapace alla primaria e favolosa committenza che gonfiò la pancia di Sigourney Weaver) e invenzioni dall’insicura pertinenza estetica, come il “duello” tra una specie di seppia gigante e l’enorme Titano incavolato (vedete un po’ voi). Ovvio che non è da trascurare l’importanza delle gestione del DNA, ma è roba troppo complessa per deciderne verosimili interpretazioni in quel contesto. Scolature biologiche e contaminazioni del mito si fondono in un vortice di aspirazioni verso l’Oltre che nei momenti di genere “azione” si riducono a “salvezza dell’Umanità”, mentre nel finale la testardaggine di Ellie ci agghiaccia: Elizabeth Shaw  non vuole tornare sulla Terra, vuole “andare là da dove sono venuti loro”. La seguiremo?

Pietà

Pieta
Ki-duk Kim, 2012
Fotografia  Jo Young-Jik
Cho Min-soo, Lee Jung-jin
Venezia 2012, concorso: Leone d’Oro.

Il tema della pietà ha un valore soprattutto estetico per il coreano Ki-duk Kim. La cura formale dei suoi film migliori (Seom –  L’isola  2000,  Ferro 3 – La casa vuota  2004) fa dello stile la sostanza stessa del racconto senza tuttavia restare esercitazione. La sintesi tra forma dell’espressione e forma del contenuto è il risultato più difficile da raggiungere, non solo nell’arte ma soprattutto nell’arte. Qui il sentimento della vendetta coinvolge una donna fino a incidere sul suo ruolo (parola da intendersi nel senso più completo, psicologico e culturale) di madre e a modificare la funzione della pietà che ella prova, in una fusione tragica, di morte rappacificante.  Perfettamente scelti per la loro parte, i due protagonisti immettono nel film un’energia del “vissuto” che si traduce nella tensione drammatica, oltre la forza impressionante dei “fatti”, nei propri specifici atti scenici che definiscono l’ambiguità del tema e lo svolgono per suggerirne ulteriori possibili interpretazioni, quasi in una catena infinita. Nel rispetto della tradizione delle culture orientali, in cui la forma è anche “religione”, Ki-duk Kim entra nel quotidiano miserevole dei piccoli artigiani di Cheonggyecheon, quartiere povero di Seul. Freddo e distaccato come un diavolo dell’usura, il giovane Kang-do (Lee Jung-jin)  ottiene la riscossione dei debiti in modo molto “realistico”: rende mutilati sul lavoro i debitori affinché abbiano il premio assicurativo, unica fonte di entrata consistente possibile per loro. Le diverse scene di “infortunio” formano una sequenza della crudeltà che impressiona per lo svolgimento non-progressivo, come se andassero a collocarsi in una collezione obbiettiva predeterminata dalla storia implacabile sui destini dei poveri. L’usuraio non è che il disgraziato strumento impersonale. Vive una vita da recluso, in un ambiente ristretto e squallido, non ha prospettive. Veniamo a scoprire che gli è mancata la madre fin da piccolo quando una donna si presenta da lui insistendo nell’affermare di essere lei la madre che lo abbandonò. Il rancore e l’odio che hanno covato per 30 anni nel giovane gli impediscono ora di accettare la nuova realtà affettiva, ma Mi-sun (Cho Min-soo) riesce a imporsi, entra in casa e perfino nel letto di Kang-do, consumando il contrasto in una forzosa e sofferta intimità, in una successione che tocca punte di imbarazzante sgradevolezza. La componente misteriosa del comportamento della donna va a definire la complessità dei suoi sentimenti, specie quando, attenuatasi la resistenza di Kang-do, Mi-sun comincia a sentirsi finalmente madre e a provare pietà per quel figlio che la respingeva e ora è tentato di accoglierla. Pietà, capiremo nel finale, anche per se stessa, madre colpita a morte dalla fine di un figlio che costituisce il suo terribile segreto. E per capire dovremo considerare l’altro aspetto del dramma, la vendetta, l’altra faccia di un sentimento complesso e risolvibile, così pare a Ki-duk Kim  , soltanto con l’esecuzione di un disegno preciso e spietato.

Magic Mike

Magic Mike
Steven Soderbergh, 2012
Fotografia Steven Soderbergh
Channing Tatum, Alex Pettyfer, Cody Horn,  Matthew McCoanughey, Joe Manganiello, Olivia Munn, Matt Bomer, Riley Keough, Fevin Nash, Adam Rodriguez, Gabriel Iglesias, James Martin Kelly, Reid Carolin, George A. Sack, Micaela Johnson, Denise Vasi, Kate Easton, Michael Roark, Caitilin Gerard, Wendi McLendon-Covey, Mircea Monroe.
Locarno 2012, Piazza Grande.

America oggi. Il trentenne Mike (Tatum) ha un’anima da artigiano, vorrebbe tanto costruire mobili personalizzati, ma le banche non prestano i soldi a chi non ha abbastanza credito e così, in attesa di realizzare il suo sogno, il giovane si adatta al mestiere di muratore e, di sera, si spoglia e fa numeri di spettacolo sexy nel club  Xquisite, frequentato da donne fameliche di tutte le età. Il locale, gestito da Dallas (McCoanughey),  un altro spogliarellista non più di primo pelo, ha bisogno di nuova linfa e quando Magic Mike (questo il nome d’arte dell’aspirante imprenditore) vede arrivare sui tetti in costruzione il giovane Adam (Pettyfer) ne intuisce le potenzialità “artistiche” e lo introduce nel mondo del sesso, della droga e del denaro facile. Lo show notturno è francamente deprimente, ma i biglietti verdi infilati negli slip e svolazzanti fra i costumi sadomaso sembrano riempire comunque il vuoto di una generazione allo sbando. Nei momenti di relax, sulla spiaggia sognando fortune maggiori in quel di Miami, qualcuno si lascia sfuggire parole di “saggezza” contemporanea, del tipo che la scuola non serve a niente e che molto meglio sarebbe entrare nella finanza. Il ragazzo Adam rischia di perdersi, ovvio. Meno male che ha una sorella assennata, Brooke (Horn), la quale gli fa da mamma e riesce anche ad attrarre nella propria sfera morale – diciamo pure affettiva – nientemeno che lo stesso Mike. Insomma, non tutte le speranze sono perdute. Detta così, la rappresentazione dello stato attuale delle cose sembrerebbe alquanto ingenua e risaputa, ma il film è di Soderbergh, autore che nei momenti migliori (Out of Sight  1998,  Traffic  2000,Bubble  2005) sa fare del proprio stile un’autentica chiave di lettura della realtà, oltre la registrazione documentaria, pur restando all’esposizione superficiale ed epidermica dei corpi e degli spazi. È una sorta di devitalizzazione dell’accadere che trasforma in figure significative le immagini dell’apparenza, proprio il contrario di quel che Mike dice di sé a Brooke quando tenta di giustificare la pochezza della vita da stripper: «Io non sono il mio lavoro ». E invece il regista georgiano (Atlanta, 1963) è – come del resto dev’essere un autore cinematografico – il suo lavoro. Qui, specialmente, ritroviamo quella “sfida dell’ovvio” che, denudando i generi impliciti, riveste i nudi dell’ Xquisite con il velo inquietante dell’annullamento. Sul palco si agita un musical “indegno” che proietta sulle prospettive del presente lampi di thriller il cui senso resta difficile da tradurre in ottimismo nonostante il disperato richiamo alla forma commedia, relativo alla proposta sentimentale proveniente dall’accenno di love story tra Mike e Brooke.

 


Letto 3653 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart