di Paolo Monelli
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 26 giugno 1970]
Mi è venuto sott’occhio in un diffuso quotidiano del 7 giugno scorso un titolo, « Te-le-incubi per tele-bambini », che potrebbe essere una sin tesi dei moventi che induco no tanti a fare del nostro idioma un prodotto in ver tiginosa trasformazione, una ridda di metafore più sbal late che efficaci, un pastic ciaccio di nostri vocaboli non raramente deformati nel sen so e nell’ortografia, di decre piti francesismi, di termini stranieri nobili o volgari spes so male trascritti o mutilati â— col rischio che cessi di es sere lo strumento comune con il quale gli abitanti tutti del la nostra terra s’intendono fra loro, ma si ramifichi in tanti parlari per iniziati, in gerghi propri di una classe, di una professione, di un gruppo sociale. Già ora un cittadino che non sa l’inglese e, leggendo il giornale dome nicale gli cade l’occhio sopra un annuncio con il quale si cerca « un system engineer cui affidare l’organizzazione logica sia del software sia dell’hardware in sistemi per il controllo di processo », e non ci capisce un accidente, può esser preso da un com plesso d’inferiorità, sentirsi estromesso dal consorzio di persone che sanno servirsi di un’altra lingua e lo snobbano perché ignora che cosa sia software e hardware (« mer ce morbida » e « merce dura ») che nell’italiano di tutti i giorni non sono altro che tes suti e ferramenta.
Morbosa ricerca
Nel titolo citato, messo ad un articolo molto serio sui guasti che può subire la for mazione dei ragazzi che stan no troppo a lungo davanti al video, è palese la morbosa ri cerca di trovate di buona par te della stampa, quel diffuso automatismo di cui ho già parlato che porta a creare innumerevoli neologismi tut ti derivanti dall’uno o dall’al tro di certi « prefissoidi », co me li chiama Bruno Miglio rini, del tipo moto-, auto-, mini-, porno- etc, con la ten denza ad usare il prefissoide col significato d’un vocabolo costruito sul prefissoide stes so; per cui « tele » non è più l’avverbio greco tele (distan te), ma l’abbreviativo di tele visione; i « tele-incubi » non sono incubi trasmessi di lon tano ma eccitazioni nervose suscitate da immagini di orrore e di violenza; e ancor peggio è costruito « tele-bam bini », che non sono creature allontanate per dare un po’ di requie ai familiari, ma in chiodate alle trasmissioni. L’esempio potrebbe essere contagioso: saranno chiamati «calcio-bambini » quelli portati a vedere un incontro Roma – Lazio, o «agro-bambini » quelli che vivono in campagna?
Molti di coloro che fanno il mestiere di scrivere (o che parlano alla Rai) sembra che siano sempre più stanchi dell’« idioma materno », di vocaboli che gli pare abbiano perduto efficacia e mordente, di una sintassi che li mortifica; sì che preferiscono le locuzioni e i costrutti esotici per amore di verità. Ma prima di tutto potrebbero ringiovanire il loro vocabolario con sino nimi dei quali hanno dimen ticato o ignorano l’esistenza; o attingere ai dialetti che so no scrigni di espressioni vive (già molti termini dialettali si sono inseriti senza sforzo nel tessuto della lingua na zionale: mugugno, naia, fesso, fasullo, tardona, abbozzare, balèra, squagliarsi, guaglione, micragna, bagolone, pelandro ne, guappo, golèna, sciara, malga, nevaio, che il Diziona rio del Tommaseo definisce soltanto come « grande nevi cata » o « abbondanza di ne ve ») e cento altri; o infine creare nuovi modi metaforici esercitando estro e fantasia. Ma trovano più comodo pi luccare tale e quale la paroletta esotica, e di fantasia mostrano di non averne pun ta; quella che ancora balena fuori ogni tanto nel popolo, e alla quale dobbiamo alcuni neologismi recenti.
Discrezione e misura
Cosi è stato trovato un no me, anzi più nomi, l’uno me glio dell’altro, a quegli auto carri a due piani per il tra sporto delle automobili nuove di fabbrica che sono l’incubo dei guidatori sulle strade na zionali, « cicogna », « tradot ta », « marsupio », « portae rei »; ed è chiamata «cangu ro » la nave-traghetto che ca rica automobili. « Califfo » è il meccanico che trucca le utilitarie munendole di un motore più potente. A Roma « sfasciacarrozze » è la servet ta che si lascia cascare tutto di mano. Meno brillanti quel le redattrici della moda che degnandosi una volta tanto dell’italiano hanno scritto, parlando di pettinatura, «pie ghe permanentate ».
Naturalmente non mi è mai passato per il capo di predi care che si bandisca dalla no stra parlata ogni esotismo, e che siano serrate le frontiere ad ogni neologismo straniero; ve ne sono di particolarmente efficaci, che definiscono cose o concetti nuovi, o dànno il nome a congegni di recente invenzione, ed è lecitissimo servirsene. Per conto mio chia mo cocktail il cocktail, e spleen l’umor bilioso degli in glesi, ed espada colui che per gli italiani è un toreador; e parlo, se mi capita, di drib bling e di trust ; e se una muciacia di Spagna è muy guapa, molto graziosa, la de scrivo con queste parole del suo idioma. Tali prestiti con vengono a tutte le lingue, e ne hanno popoli assai più pe losi di noi dell’integrità del loro vocabolario. (Ho notato nel francese contemporaneo alcune parole nostre accolte con intelligenza, come graf fiti, imbroglio (l’imbroglio agricole du marché commun), maestria, marina, condottiere, aggiornamento).
Ma si esige per i forestieri smi la massima discrezione, e misura e buon gusto, virtù che a noi, oggi, fanno difet to. Molti vocaboli stranieri li usano i giornalisti, come ho detto, per far titoli squillan ti, che siano magari tanti pu gni nell’occhio al lettore; per cui pensano che “un colpo di Stato faccia più effetto sul pubblico se lo chiamano gol pe, tagliando a metà la locu zione esatta, golpe de estado. C’è anche del compiaciuto e del pedantesco in questo vez zo; in un articolo dal Cile su quella Democrazia cristiana ribelle, non ricordo a che co sa, l’aggettivo è diventato rebelde. In una corrisponden za dal Messico la notizia che in quel paese sì desiderava la pioggia è stata intitolata «Il Messico è assetato d’agua ».
Giochetto verbale
Il male avviene quando questo giochetto verbale è ripreso da mille da diecimila pappagalli; e la gente finisce col credere che un capopartito sia sempre un leader, e un presidente del consiglio sempre un premier. Altre volte l’esotismo è ricercato per la sua brevità, per cui si presta meglio a comporre titoli con cettosi. Per questo motivo so no scomparse del tutto dai quotidiani (e dal linguaggio dei politici) « esportazione » e « importazione », sostituite da export e import. Preso il gusto, il barbarismo passa nel testo della notizia, ove non è più questione di spazio; sen za contare i casi che il nuovo termine e quello spodestato siano di pari lunghezza (cameraman e fotografo), o il primo sia più lungo: « svolta è più breve e più esatto di tourniquet o del goffo tornan te; « scelta » è più lieve del l’antipatico « selezione » ingl. selection).
Ma parlando in generale non vedo alcun altro impulso alla preferenza data all’esoti smo se non una forma di morbosa mania, qualcosa come una paranoia, un delirio luci do e cronico. Solo così si spie ga il fenomeno per cui tanti nostri inventori di congegni o creatori dì attività battez zano queste novità con un termine ostrogoto; e la nostra manifattura dei tabacchi per severa a battezzare in ameri cano i suoi prodotti: l’ultimo tipo di sigaretta messa in commercio si chiama « Stop K.S.F. », cioè King Size Filter. E si spiega l’attaccamen to all’ortografia francese di coloro che fanno commercio di quei tappeti che chiamano moquettes nonostante siano stati ammoniti che il vocabolo è il nostro « mocchetto » o « mocchetta » con il quale i nostri mercanti fiorentini (se colo XIV) designavano uno speciale tessuto per tappeti, ed i tappeti stessi che se ne facevano.
E si spiega perché, proprio di questi giorni, l’« Alitalia », offrendo agli italiani per le prossime vacanze una formu la di viaggio « tuttocompreso », costo e biglietto e spese di albergo e di soggiorno, la chiami Inclusive Tour: ed un ente toscano che intende dar loro la comodità di svagarsi a cavallo si intitoli Rent a Horse; e alla Biennale del Bere inaugurata sabato scor so a Genova si è fatta una mostra di mignonnettes che sono minuscole bottigliette di liquori molto ricercate dai collezionisti anche se in luogo di quel leziosetto nome fran cese si chiamassero appunto « bottigliette », o « bottigline », o «boccettine » (come usava no gli antichi per il rosolio), o « alberelli » (come usa il Boccaccio), o magari con di vertente traslato « piculìt » (invariabile) come si chiama un prezioso vino friulano fat to con uva dai chicchi picco lissimi.
Le nostre gentildonne per nobilitare le loro botteghe di moda le hanno chiamate boutiques (che in Francia so no anche gli spacci dei frut tivendoli e le botteghe dei fa legnami); come faranno ora che un molto diffuso quoti diano, nella didascalia di una fotografia, ha definito bouti que l’improvvisato spaccio di un ambulante su una spiaggia popolare?
Fedele d’Amico sull’Espresso, riconoscendo a questi miei articoli l’intento, non d’im porre un anacronistico puri smo, ma dì difendere la lin gua dall’imposizione di paro le e di costrutti dall’alto (pub blicità, televisione, frettoloso giornalismo, tecnologia, igno ranza di traduttori eccetera) scorge nella supina obbedien za a tale imposizione un ser vilismo di idee e di atteggia menti verso « sistemi » e ideo logie estranee alla nostra na tura « che andiamo ogni gior no proclamando di voler com battere ».
Diffuso contagio
Ho già avvertito che l’im barbarimento del linguaggio è evidente anche in altri paesi e specialmente in Francia; ove tuttavia il fenomeno non ha assunto l’ampiezza che ha da noi, e suscita proteste e reazioni da varie parti. Pri ma di tutto non esiste in Francia, o perlomeno è assai meno evidente che in Italia, il sadico gusto di deformare i vocaboli o dì crearne di nuo vi e mostruosi dei quali abbia mo ogni giorno nuovi esempi (« desatellitizzazione », cioè la condizione di uno Stato satel lite della Russia che vorrebbe sottrarsene; « responsabilizza to », di uno che assume una responsabilità; « gare tiravolistiche » â— ed è tanto più chiaro e bello « gare di tiro a volo ». â— E ancora, sceglien do fra mille: « ufficializzare » â— Bonipertì ufficializza l’esonero dell’allenatore â—; « cosmizzare » l’economia, che sarebbe uno dei compiti del Soyuz 9; «servizio di sportellerìa ». E via a sacchi. E’ un contagio di cui non vanno im muni fogli ancora scritti in un italiano corretto come l’ Osservatore romano nel qua le ho trovato « demissionizzazione », nel senso di una ri nuncia all’attività delle Mis sioni; né nobili scrittori come Riccardo Bacchelli che scrive aria smogosa »; se avesse accettato la mia sommessa proposta di rendere smog con « fumìgine », come ci sarebbe stato bene « fumiginoso » nel la sua bella e solida prosa.
Ma soprattutto la campa gna che si fa in Francia da vari enti, primo fra questi lo Haut Comité pour la défense de la langue francaise ha il consenso di buona parte del la popolazione e l’appoggio dei governanti. Il febbraio scorso il presidente del consiglio si gnor Chaban-Delmas ha pre sieduto una seduta dell’alto comitato, dichiarando che la difesa del francese è una del le principali cure del gover no; e ha invitato le autorità amministrative a dar vita a un linguaggio che metta fine alla decadenza dello stile bu rocratico « perché il ricorso a un linguaggio ermetico isola i funzionari dai cittadini Quando mai sentiremo dichia razioni di questo genere dalla bocca dei nostri governanti?
L’Académie francaise met te fuori, bimestralmente, un bollettino ove suggerisce ter mini adatti a sostituire eso tismi, corregge la costruzione illegittima di questo o quel neologismo, dà spiegazioni e consigli. Noi abbiamo alcuni venerandi istituti che potreb bero rendere lo stesso servi zio, l’Accademia dei Lincei, l’Accademia della Crusca, la Dante Alighieri. Ma i loro membri illustrissimi seggono beati sulle poltrone di nuvole che avvolgono il loro olimpo, e la nostra miseria non li tange. Per un salvataggio in extremis della nostra lingua non ci rimane che sperare in una resipiscenza della nazio ne, sempre meno probabile.