di Seia Montanelli
(dal “Corriere Nazionale”)
Un saggio romanzato sulla licantropia, una riflessione sul doppio nascosto in ciascuno di noi, il ritratto originale e fantasioso di un giovane Giacomo Leopardi, una dichiarazione d’amore alla luna, musa e istigatrice, un raffinato esercizio di stile e mimèsi letteraria: tutto questo e molto di più è “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti” di Michele Mari (Cavallo di Ferro, pp.128, € 12.90), finora introvabile, tornato in libreria a distanza di oltre dodici anni dalla prima edizione Longanesi (e a sei dalla seconda per Marsilio). Il libro, un vero e proprio romanzo gotico in versi ottocenteschi che falsificandolo riproducono lo stile leopardiano, è ambientato tra il 9 febbraio e il 9 maggio del 1813,ed è in pratica il diario del fratello minore di quello che diventerà il grande poeta Giacomo Leopardi; ma Mari che gioca con la letteratura e con le parole, presenta la famiglia Leopardi dissimulandone i nomi: Orazio per Carlo, il fratello minore, Tardegardo per Giacomo (che in realtà si chiama Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi) e Pilla per Paolina, la sorellina più piccola. Con loro il reazionario padre Monaldo, la manesca madre Adelaide e una pletora di personaggi più o meno strani: preti, fattori, cacciatori, antenati dal passato misterioso. Orazio annota sul suo diario la crescente ansia per il comportamento dell’ amato fratello, un autentico genio in erba, divenuto sempre più schivo e assorto, spesso in contemplazione della luna, sorpreso a fare ginnastica come un forsennato e influenzato da improvvise sparizioni e sanguinosi sgozzamenti di pecore dal podere e macabri delitti, lentamente comincia a convincersi della licantropia del fratello. Mentre lo segue passo passo, l’autore, fedele all’idea di un falso apocrifo, riesce a inserire nel testo anche alcune tesi leopardiane spiegate dallo stesso Tardegardo e la rivisitazione delle opere maggiori, insieme all’affascinante teoria dell’influenza lunare sul giovane poeta. “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti” è un’opera originale e sorprendente, ricca di humor, in cui un bravissimo Mari sancisce senza retorica il primato salvifico della letteratura sul male e l’abiezione.