di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 2, giovedì, 11 gennaio 1968]
Mi hanno chiesto quale fosse il libro che m’era pia ciuto di più fra quelli usciti nel ’67. La domanda, mi hanno avvertito, era rivolta a molte altre persone, lette rati in maggioranza, giornalisti. Si doveva rispondere su bito, senza riflettere. Lì per lì non m’è stato possibile: non me ne veniva in niente uno.
Ho cercato di guadagnar tempo. « Un libro italiano o anche straniero? » ho chiesto. « Italiano o straniero, non importa, purché tu faccia presto ». « Un romanzo? ». « No, qualsiasi libro, storia, poesia, scienze ». Finalmente ho ri sposto: « L’anello di Re Salomone ». Lo confesso, ho detto così tanto per cavarmela, senza una sincera convinzione. Non che il libro di Konrad Lorenz non mi sia piaciuto. Lo trovo anzi bellissimo. Quando ho fatto il suo nome però non avevo in mente e nell’animo niente di preciso, nessun ricordo del piacere provato a leggerlo.
Mi dicono che accade a tutti così, oggi, di non ricor dare quello che si è letto negli ultimi mesi. Perché? Per ché, spiegano alcuni, si pubblicano troppi libri e non c’è il tempo di leggerli con attenzione, di rifletterci sopra, di parlarne.
Come al solito, quando si tratta di trovare il respon sabile di una situazione sgradevole, diamo la colpa agli altri, mai a noi stessi: in questo caso all’industria cultu rale, all’editoria, la grande colpevole, si dice corrente- mente, di tutti i nostri guai. Ma sarà vero?
C’è chi dà una spiegazione meno pessimistica. Dice: non si ricorda un bel libro, perché non ce n’è. Oggi si pubblica di tutto, e quel poco di bello che forse ci sareb be, scompare in una massa di carta stampata buona per il macero. E conclude: in questo senso il ’67 è stato un anno particolarmente infelice.
Si tratta di una spiegazione tendenziosa. Chi dice co sì ha già deciso in cuor suo che oggi non può esserci nulla di buono da leggere. Basta dare un’occhiata alla lista dei libri usciti nel ’67 per convincersi del contrario. Nella narrativa, per esempio, c’è stata la scoperta di Bulgakov; nella storia « L’invincibile armata » del Mattingly; nella saggistica « Il caso Wilson » di Freud e « La mossa del cavallo » di Sklovski. La lista potrebbe continuare a lungo. Dimenticavo il volume di reportages « Dal nostro inviato », di Hemingway.
Io penso che la colpa sia esclusivamente nostra, di noi lettori. Leggiamo poco e male. E non perché i volumi siano troppi; ma perché, non considerando la pigrizia, sia mo incapaci di avvicinarli nel modo giusto.
Quando dico noi, non parlo del lettore comune (spe cie di cui in realtà sappiamo pochissimo) ma del lettore colto, letterato. Ebbene, fra noi, chi sa ancora leggere? Voglio dire chi è che legge per piacere? Chi, leggendo, si dispone ad accogliere il libro (sia esso di pensiero o di fantasia) disinteressatamente, senza pregiudizi o timori, per il puro gusto di conoscerlo?
Un libro nuovo, diciamo la verità, invece di rallegrarci ci mette in uno stato di inquietudine. Non ce n’era già abbastanza? E ora che devo fare: leggerlo o non legger lo? Sarà importante? Sarà necessario? Potrò farne a meno?
Leggiamo (tanto per dire) divisi fra la paura di sco prire qualcosa che può mandare all’aria i nostri progetti, le nostre convinzioni (le ultime, di una settimana fa) e la speranza di trovare una conferma al nostro lavoro, al nostro modo di vivere. Leggiamo per stare al corrente, per accertarsi di come vanno le cose, da che parte tira il vento. Questo Lacan sarà davvero così importante? Spe riamo di no; speriamo di sì; telefoniamo ad Arbasino.
Così non occorre leggere. Basta sfogliare, scorrere il sermoncino stampato sul risvolto (perniciosa, sinistra isti tuzione) la fascetta, magari la recensione di un critico importante (cioè molto temuto) che il libraio ha attaccato nella vetrina. E alla peggio c’è l’amico sempre informato, giunto fresco dell’America o da Londra. In questo modo si può venire a capo, ogni giorno, di una mezza dozzina di libri.
Dobbiamo meravigliarci se poi non ne resta nulla? Ili realtà dei cento titoli che si potrebbero citare (o mil le) se n’è letti veramente sì e no una dozzina. E anche quelli divorati dall’ansia, con la mente e il cuore ad al tro, preparandosi a utilizzare la lettura, non a godersela; per cavarne ciò che ci serve: la frase, il concetto da spa rare in faccia ai colleghi; frasi e concetti che ci sembra no veri, nuovissimi e che fra un paio di mesi non servi ranno più.
E io perché avrò detto « L’anello di re Salomone »? E’ un bellissimo libro, è vero. Ma onestamente penso che le ragioni positive della mia scelta siano meno forti di quel le negative. Forse Lorenz m’è piaciuto perché, ovviamente, non parla delle cose che ci preoccupano. Con lui stiamo fra gli animali, cani, oche, cornacchie, pappagalli, taccole, nel verde, vicino a un fiume, un mondo stabile (almeno spero), innocente (così penso) lontano dagli uomini di lettere, dai loro problemi, dalle loro angosce, e sì, ammettiamolo, dai loro libri.