Il capitano Contreras

di Leonardo Sciascia
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 8 agosto 1969]

« Sono nato nella nobilissi ­ma città di Madrid il 6 gen ­naio 1582… I miei genitori si chiamavano Gabriele Guillén e Giovanna Roa y Contreras; quando andai al servizio del Re avrei voluto assumere il cognome di mio padre, ma poi ­ché nelle mie carte figurava il nome di Contreras, che ho portato fino ad oggi e col qua ­le sono conosciuto da tutti, non fu possibile correggere l’errore che era stato commes ­so. Così, nonostante sia stato battezzato come Alonzo de Guillén, mi chiamo Alonzo Contreras ». Al nome che sa ­rà del più puro e sottile poeta spagnuolo del nostro secolo, le « carte » avevano dunque sostituito un nome corrusco e guerriero. Avevano deciso, di ­rebbe Savinio. Avevano se ­gnato un destino.

Alonzo Contreras, dunque; e poi (non ci voleva molto) de Contreras. Ma del suo no ­me lampeggiante e dell’av ­venturosa sua vita non avrem ­mo saputo nulla, se intorno ai cinquant’anni l’uomo di spa ­da non avesse impugnato la penna per lasciarne memoria: questa Vida del capitan Alon ­zo de Contreras che, scoper ­ta da un erudito spagnuolo al principio di questo secolo e pubblicata in una rivista ac ­cademica, ebbe la ventura di essere riscoperta da Ortega y Gasset (sulla cui edizione con ­dusse la traduzione in italia ­no Ettore De Zuani: Avven ­ture del capitano Alonzo de Contreras, recentemente ri ­stampata in edizione econo ­mica da Longanesi).

Il libro s’appartiene da un lato alla letteratura picaresca spagnuola; e dall’altro, anche se in tono minore, a quella linea segnata dalla Vita del Cellini, dalle Memorie del Ca- sanova, dai romanzi e dai testi autobiografici di Stendhal. E’ insomma uno di quei libri che, pur nella sfera di una simpatia irresistibile, suscita dapprima nel lettore una spe ­cie di antagonismo, quasi il sentirsi destinatario di una sfi ­da a distanza: la sfida a rag ­giungere la verità del docu ­mento (l’altra verità del do ­cumento, dopo Pirandello) al di là della mistificazione di cui lo scrittore sembra avver ­tirlo. E così al piacere della lettura si accompagna, ad accrescerlo, una velleità di indagine, un puntiglio, per così dire, archivistico: che nei più si spegne a lettura finita, e restando soltanto un’ombra di insoddisfazione (e in questo caso il fenomeno ha analogia con quello che si verifica nel ­la lettura dei romanzi polizieschi); mentre a un livello più alto e meno numeroso di let ­tori, la sollecitazione non fini ­sce con la prima lettura, si fa passione e in certi casi ma ­nia, e specialmente quando ad un certo punto inevitabilmen ­te si converte da antagonismo in complicità (e aquesto pun ­to il lettore-detective arriva quando i riscontri documentari lo convincono che la mistificazione dello scrittore sol ­tanto consisteva nel fargli in ­travedere una mistificazione; e vinta dunque la sfida, o al ­meno pareggiata, niente più lo trattiene dal cedere alla simpatia: ed è proprio il mo ­mento in cui diventa vittima, ma felicemente, della mistifi ­cazione).

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Ecco dunque il capitano Alonzo de Contreras, parente un po’ picaro di Benvenuto Cellini, di Giacomo Casano ­va, di Henry Beyle. E’ un uo ­mo di natali poveri ma non ignobili, dice. E c’è da cre ­dergli, se a quei tempi i suoi genitori ebbero cura di man ­darlo a scuola. E sapeva già leggere e scrivere quando am ­mazza a colpi di coltello, co ­me per giuoco, un compagno di scuola. Condannato a un anno di confino, se ne va ad Avila in casa di uno zio. Pas ­sato l’anno, torna a Madrid.
Il padre morto, la madre con otto figli a carico di cui lui era il maggiore. E subito si arruola tra le truppe che van ­no in Fiandra.
A tredici anni abbraccia dunque il mestiere delle armi. Lascia Madrid all’alba del 7 settembre 1595: e da quel mo ­mento la sua vita è quella del soldato; ma con una paren ­tesi ascetica, di romitaggio, che non si dà la pena di mo ­tivare se non con una certa stanchezza e una generica de ­vozione alla Madre di Dio.

Parte della sua vita avven ­turosa e tempestosa il Contreras la passò scorrendo i mari, e il Mediterraneo prevalentemente: con lunghi soggiorni a Malta, a Palermo e in altre città portuali. Ed è appunto il suo soggiorno a Palermo che ci muove al puntiglio del riscontro, in particolare riguar ­do a due fatti che nelle sue memorie hanno rilievo. Il primo è un avvenimento storico: la spedizione che possiamo dire punitiva della squadra navale spagnuola e maltese con ­tro una città della costa ber ­bera. Secondo Contreras, la squadra approdò alla spiaggia africana, sotto le mura di una città chiamata Maometta, « la vigilia della Madonna di ago ­sto del 1605, all’alba »: secondo i cronisti siciliani l’anno è il 1606, e il giorno è proprio quello della Madonna di mezzagosto.

Per quanto riguarda lo svol ­gimento dei fatti, non c’è di ­scordanza tra il racconto di Contreras e le annotazioni dei cronisti. Più drammatico e ricco di dettagli il capitano; il quale, da vero figlio della fortuna, per un caso non pe ­rì, come tanti altri, nella scia ­gurata spedizione: aveva ad ­dosso un’armatura a maglie d’acciaio che gli aveva pre ­stato il nostromo della sua ga ­lera, e perciò costui si adoprò a salvarlo. Ma nessuno tentò di salvarel’adelantado di Castiglia, che comandava la spedizione, e il gran mae ­stro di campo Andrea de Sil ­va. Particolare curioso: come il Contreras per l’armatura fu salvato, l’adelantado per l’armatura perì.

La sera del 18 agosto, le galere entravano nel porto di Palermo con i fanali coperti in segno di lutto. « Soprag ­giunta la notte », dice il Con ­treras, « vennero a prendere il corpodell’adelantado e lo portarono in una chiesa di cui non ricordo il nome, con molte torce, e là lo lascia ­rono in attesa di trasportar ­lo in Spagna »; e il cronista siciliano: « sbarcaro il cor ­po dell’adelantado loro gene ­rale e lo posero nella chie ­sa di S. Maria della Catena. E l’istesso giorno andò a sep ­pellirsi alla Casa Professa del collegio, con pomposa com ­pagnia di cavalieri e titolati ». L’unico punto di discordan ­za: e c’è da domandarsi co ­me mai il Contreras abbia di ­menticato il solenne funerale dell’indomani, e che il co ­mandante fu sepolto in una chiesa palermitana.

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Il secondo avvenimento, nel soggiorno a Palermo del capitano, è del tutto perso ­nale ma non privo di impli ­cazioni pubbliche: stava, con la sua compagnia ricostitui ­ta, acquartierato a Monreale; e ogni giorno scendeva a Pa ­lermo montando « una caval ­lina grassa e robusta » che un fornaio gli prestava. « In quel tempo io ero proprio un bel giovanotto, che facevo in ­vidia a tutti. Nella strada per dove passavo venendo da Monreale abitava una signora spagnuola, oriunda di Madrid, vedova di un uditore. Era bella e non povera, e tutte le volte che passavo la vede ­vo alla finestra; io la saluta ­vo e mi parve che ella ri ­spondesse. Seppi chi era e le mandai un’ambasciata… ». La bella vedova non avea prete ­se: « si sarebbe accontentata di una sedia, di due servi e di due serve ».

Il capitano, senza perder tempo, se la sposa: ma in segreto, poiché il viceré du ­ca di Feria aveva gettato l’oc ­chio sulla vedova per darla in moglie al duca d’Arcos. Nientedimeno. Ma qui insor ­ge qualche dubbio sulla ve ­ridicità del racconto: tenen ­do presente che la disgraziata spedizione avvenne a me ­tà agosto, calcolando il tem ­po che ci sarà voluto a rico ­stituire la compagnia e quel ­lo che sarà trascorso in sguar ­di, ambasciate e visite alla bella vedova, fino alla deci ­sione di sposarsi, arriviamo certamente a una data che va ben oltre l’8 settembre di quell’anno, giorno in cui il duca di Feria lascia definiti ­vamente Palermo. Comunque, dopo appena un anno e mez ­zo di matrimonio, il capita ­no acquista certezza che la moglie lo tradisce; si mette alle poste e « una mattina la loro mala fortuna volle che li sorprendessi assieme; e mo ­rirono. Che Dio li abbia in gloria se in quell’estremo istante si pentirono »

Stranamente, e sì che era ­no attenti a quello che gli spagnuoli facevano in città, i cronisti palermitani non re ­gistrano l’avvenimento. Un così bel delitto d’onore non poteva poi sfuggire, se vera ­mente si fosse verificato. O il capitano si sbaglia d’anno; o il suo delitto d’onore non c’è stato. D’altra parte, sa ­rebbe curioso che uno spa ­gnuolo di allora si qualificas ­se marito tradito soltanto per raccontare la spacconata dei due omicidi e dell’impunità. Perché dopo l’omicidio, e non per fuggire, il capitano se ne andò in Spagna: ad illustra ­re certe sue pretensioni a Corte.

Tornato a Palermo qualche anno dopo, sente dire che il viceré d’Ossuna vuol farlo arrestare. « Senza curarmi di sapere se ciò era vero, e non lo era, mi imbarcai alla vol ­ta di Malta… Correva l’anno 1611 ». Altre avventure lo at ­tendono, e poi il fortunato incontro della sua vita: quello con Lopede Vega, alle cui sollecitazioni forse dob ­biamo queste vivissime me ­morie. Per parte sua, Lope fece del capitano il protago ­nista della commedia Il re senza regno, e gliela dedicò. « Con uomini come vostra grazia », gli disse Lope offrendogli la sua casa, « si deve dividere a metà anche il mantello ». Erano della stessa razza.

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