di Giancarlo Tramutoli
Paolo Nori, Pubblici discorsi, Quodlibet Compagnia Extra, 2008
Sorprendente. Discorsi letti in pubblico che li leggi sul tuo letto in privato, con l’Autore che sembra star lì di fronte a te e ti fa ridere, t’incuriosisce, t’illumina con una serie di perle filologiche, di intuizioni critiche, di annotazioni sullo scrivere che ti portano a ripescare dalla libreria i tuoi Puskin, Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, aspettando le annunciate sue traduzioni delle Anime Morte e delle poesie di Chlebnikov.
Francesco Piccolo, La separazione del maschio, Einaudi 2008.
Mi verrebbe da dire con una battuta che Francesco Piccolo è diventato grande. Come scrittore. Questo è un romanzo schietto fino alla brutalità, dove con grande maestria, l’Autore tiene insieme due registri stilistici antitetici. Quello tenero e affettivo della vita coniugale con pagine molto belle sulla paternità e quello forte, trasgressivo, della vita sessuale dell’adultero incallito. C’è una totale sincerità che riscatta l’inevitabile, direi, egoismo del protagonista che per salvare la sua vitalità cerca di tenere tutto insieme, le gioie tranquille della famiglia e le emozioni forti dei suoi tradimenti. Anche il linguaggio si adegua a questi due mondi sentimentali. Si passa dai dialoghi teneri del protagonista con la piccola figlia al lessico sessuale osceno dei suoi molteplici e ossessivi accoppiamenti. Anche il finale è adeguato ad una realistica disillusione. Ad una negazione di un’utopia vitalistica che lascia spesso sulla sua strada qualche vittima. E sofferenza, dolore, implacabile malinconia.
Andrea Di Consoli, Marisdea, Manni 2008
Nella sfiziosa collana dei Chicchi, piccoli volumetti di 30 pagine, per le edizioni Manni, esce questo piacevole testo di Andrea Di Consoli, una memoria dei suoi anni giovanili, quando sbarcava il lunario facendo il cameriere o il portiere di notte in alberghi di Maratea. Una specie di poetica confessione di un periodo che nel tempo si è dimostrato importante, dove già si manifestavano sogni e vocazione letteraria. Dove c’è già, però, un certo disincanto, sia per la sua terra d’origine (Di Consoli è nato a Zurigo da genitori lucani) sia per la sua attuale condizione di scrittore che è arrivato a pubblicare con la grande Rizzoli. Questa insoddisfazione e questo spleen pervadono tutto il libro che è felicemente ravvivato da schegge di vissuto quotidiano, annotazioni fulminee, lampi di poesia.
Solo per fare qualche esempio:
Maratea è un sogno riuscito tra la siesta di Sapri e il risveglio di Praja.
Agavi e iris, i fiori delle mie prime stupide poesie.
Si andava, quasi all’alba, tossendo, a comprare le sigarette alla stazione di Sapri.
Unico neo, la strana omissione, tra i pochi scrittori che hanno parlato di Maratea, (Di Consoli cita infatti Pavese, Calvino, Vittorini, Montanelli) di Cappelli che nel suo Parenti lontani si sofferma sul pezzo di costa tirrenica che va da Acquafredda a Castrocucco di Maratea, definendolo “uno dei dieci – facciamo trenta – più bei posti del mondo”. Dico strana omissione, perché son stato testimone dell’entusiasmo che Di Consoli ha sempre manifestato per questo romanzo. Forse è stato un lapsus freudiano nei confronti di uno scrittore nato in Basilicata. Una terra da cui Di Consoli, evidentemente, vuol prendere le distanze, così rischiando di scivolare in un topos preciso del provincialismo, quello di chi decide di rinnegare le proprie origini una volta che pensa di essersi affermato nel gran mondo letterario. Rischiando alla fine di rinnegare anche se stesso.