di Cesare Brandi
[da “La fiera letteraria”, numero 44, giovedì, 2 novembre 1967]
Questo terzo centenario della mor te del Borromini ha avuto qualche esito felice, e dobbiamo rallegrarcene. Prima di tutto, che finalmente si sia messo mano a ricerche documentarie: ed era incredibile fossero state così trascurate, eccettuato che dal Porto ghesi, che alla fine è un architetto: non a lui si poteva chiedere di spul ciare archivi dall’a alla zeta. Così in una bella mostra organizzata dall’Archivio di Stato di Roma, nella stu penda sala dell’Alessandrina alla Sa pienza, proprio entro una delle ultime opere del sommo architetto, si può seguire la storia del Borromini e del le sue opere e anche la storia della sua famiglia.
Da questi documenti, quasi tutti esposti nell’originale, vengono fuori notizie nuove; che il Borromini dava soldi in prestito (lo facevano tutti, del resto); che ebbe una lite con una fantesca che l’accusava di non averla pagata. Si vedono le sue postille accu ratissime alle stime dei lavori, e si contempla quella firma in cui l’O di Francesco si unisce al B del cognome con una ‘ serie di svolazzi e di nodi da parere un saggio di calligrafia isla mica. Io non sono grafologo, e non so vederci, in quegli svolazzi, che un espediente per rendere più difficile a imitare la firma: invece chi sa cosa c’è sotto. Certo, non è una calligrafia piana, anche se leggibilissima: è, o pare, la calligrafia di un uomo che si nasconde sotto un’apparenza ornata.
Dal punto di vista delle opere di grande interesse la documentazione irrefutabile che la Fontana di San t’Anna dei Palafrenieri in Vaticano è del Borromini e non del Bernini. Lo scambio non è affatto madornale, co me può parere. Siamo al 1626 e anco ra nessuna delle famose fontane del Bernini esiste: in questa fontanella, a dir vero per nulla sublime, anzi stentata e faticosa, tuttavia appaiono dei « motivi » che il Bernini non la scerà cadere; le api barberiniane che bevevano alla fontana (come in quel la di Piazza Barberini, ora sull’angolo di Via Veneto) e soprattutto l’idea di « fingere » una specie di rupe, ma scolpita su cui si vedono erbe e da cui escono due arboscelli di lauro. Co me non riconoscere, in quella piccola rupe, la « parva favilla » della roccia della fontana dei Fiumi, con la pal ma? Dunque fin dalla prima opera il ventisettenne scalpellino (tale era la sua qualifica) offriva l’esca al suo straordinario rivale. Proprio questi particolari accreditano l’ipotesi che veramente l’idea delle inattese volu te sul Baldacchino di San Pietro si debba al Borromini e non al Bernini; e che magari questa specie di usuca pione, chiamiamola così, stesse alla base sostanziale del risentimento e della rottura fra i due. Un altro ele mento nuovo, che vien fuori dalla mostra documentaria, è un passo di un diario manoscritto, che al 16 mar zo 1660, riferisce un giudizio di Ales sandro VII sull’architettura del Bor romini: « disse che lo stile del Cavalier Boromini era gotico, ne esser me raviglia per essere [venuto dal Mi lano dove era il Domo di architettu ra gotica, e che tale era anco ir Duo mo di Siena ».
Questo giudizio si presta a varie valutazioni: non può non ricordarsi, infatti, che coincide con quello del Bernini, riportato dallo Chantelou. Ora, il Bernini era assai stimato da Alessandro VII, il quale non era sol tanto un papa nepotista, ma già da giovane un fine intenditore d’arte. A lui, Fabio Chigi, si deve infatti la pri ma guida di Siena del 1625, guida ri masta manoscritta e solo pubblicata alcuni decenni fa, ma dove il futuro papa dimostrava il suo scrupolo stori co lasciando in bianco le cose che non sapeva: vagliando, dunque, quelle che gli venivano riferite o ricavava dalle firme. A questo modo la sua esi gua guida è estremamente preziosa. Era dunque, Fabio Chigi, amante non solo delle anticaglie greco-romane, ma rispettoso anche di quelle medioevali, tanto che non esitò a far rivestire di marmo il fianco del Duomo di Siena. Da un lato, dunque, si compiaceva del gotico, â— perché non fece fare un rivestimento barocco â— dall’altro, all’interno del Duomo ordinava al Ber nini quel superbo complesso che è la cappella della Madonna del Voto, in cui, il Bernini, ha collocato una del le sue statue più superbe, la Madda lena quasi ignuda, per nulla inferiore alla celebrata Verità scoperta dal tem po della Borghese a Roma.
Un’altra notizia, ma più curiosa che importante, si ricava da questi inso liti documenti. Si sapeva dal testamen to del Borromini che, lasciando erede universale il nipote (ma con tali legati a frati e preti e perfino a un cardinale, da sbalordire) gli ingiunge va di sposare una delle figlie della fi glia del Maderno.
Figurarsi il piacere che dovette pro varne il povero giovane: ma per non rimanere povero, non aspettò nean che che terminasse il lutto. Tre mesi dopo la morte dello zio, per non farlo rivoltare nella tomba (che poi era quella del Madero), impalmò Mad dalena, figlia di Giovanna Battista Maderno. E si portò da bravo marito, ornandola di figli che, guarda caso, si rinchiusero in convento rinunciando alla quota dell’eredità. E si dilettò pu re di architettura: ma poco, per fortu na, il « pio » Bernardo. Perché se fos se stata fatta da lui, secondo il suo progetto la Fontana di Trevi, al posto di quel capolavoro, vedremo ora una colonna con una specie di saltaleone intorno, che sembra la parodia della colonna traiana e della spirale dello zio alla Sapienza. Orbene, riforniti di notizie all’archivio di Stato, si passa ai Filippini.
E qui avremmo amato un restauro generale di questo convento-capolavo ro. Ma l’Italia è il bel Paese in cui magari si spendono novanta milioni l’anno per l’affitto di locali lussuosi per funzionari, ma poi non si trovano i soldi, nel centenario del Borromi ni, per restaurarne tutto il convento. Così, neanche per questa fausta oc casione, può essere ammirato negli stupendi partiti di porte e tante altre bellezze. E all’ingresso, quelle matto nelle di cemento: e quelle tinteggia ture, neanche tutte uguali. Ma il co mune è povero, e ha sistemato quelle due stanzette in cui si ha l’emozione di ritrovare, finalmente ricomposta nei suoi pezzi che giacevano in can tina, la superstite delle due fontanel le che ornavano il lavabo del Refet torio, senza le curiose cannelle, pur troppo, ma con i suoi marmi dalle venature larghe e dai toni preziosi, quasi monocromi. Che gioiello, que sto tulipano di marmo.
Infine all’Accademia di San Luca, che si è resa benemerita con questa iniziativa, si trova una scelta di di segni, quasi tutti dell’Albertina di Vienna e quasi tutti inediti. Il Borromini, così, rientra nella coscienza uni versale come il sommo architetto che fu, patrimonio culturale di tutto il mondo, come fu già patrimonio cul turale dell’Europa artistica per tutto il Seicento e il Settecento.
E’ assurdo che si sia dovuto aspet tar tanto, dopo quella scelta che già fu concessa al Gabinetto delle stampe ai Lincei. C’era il tempo di avere pub blicato tutto il corpus dei disegni dell’Albertina, in tanti anni: non da po co si conoscevano e costituivano una integrazione indispensabile per lo stu dio del Borromini. In questa gara di velocità a chi va più piano, eccoci al lora anche agli iniziati restauri al ca polavoro del Borromini, l’interno di S. Ivo, che, al tempo di Pio IX fu « marmorizzato » a stucco, fu dorato a missione, insomma fu affettuosa mente manomesso. Purtroppo certe manomissioni non si potranno toglie re del tutto, perché per dare l’oro a missione, lo stucco originariamente bianco s’è imbevuto della vernice gial la, e, per toglierlo, bisognerebbe grat tarla, oppure verniciarla. Dico subito che escludo con orrore l’una ipote si e l’altra. Per quanto dia un leggero fastidio di vedere risaltare in giallo gnolo quegli stucchi che sicuramente furono bianchi e solo bianchi, meglio lasciare le cose a quel modo. La su perficie non apparirà certo splenden te e nivea come a S. Giovanni in Laterano, ma già così è un sollievo inau dito.
Dunque un centenario senza strepi to, ma positivo: risultati modesti, ma utili. E il nome del Borromini che ascende a quell’empireo in cui da sé si era collocato, ma dove nuvole di controversie e fumigazioni di incom prensioni l’avevano a tratti velato, quasi ricacciandolo in secondo piano. Ma non c’è bisogno di abbassare il Ber nini per alzare il Borromini, né vi ceversa. Roma stessa non è meno Ro ma per l’uno che per l’altro.