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Travaglio su Napolitano

9 Aprile 2013

di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 9 aprile 2013)

Si avvicina il giorno dell’inventario dei danni fatti in questi sette anni da Giorgio Napolitano. Dalle firme apposte alla velocità della luce sulla peggiori leggi vergogna di B., in gran parte incostituzionali, ai continui moniti a ogni indagine giudiziaria che coinvolgesse il potere (Unipol-Antonveneta, Potenza, Why Not, Salerno-Catanzaro, Rai-Mediaset, lady Mastella, Rifiutopoli a Napoli, Ruby, trattativa Stato-mafia) contro il presunto “scontro fra politica e magistratura” che mettevano sullo stesso piano i politici aggressori e i pm aggrediti. Dalla riabilitazione di Craxi agli attacchi a Grillo proprio alla vigilia di tornate elettorali.

Dal progressivo ampliamento dei poteri e delle prerogative presidenziali, ben oltre i limiti della Costituzione, fino alla pretesa da monarca assoluto di non essere ascoltato neppure quando parla con un inquisito intercettato.

Dalle interferenze nell’indagine palermitana sulla trattativa per conto di Mancino al recente, incredibile diktat ai magistrati (che han subito obbedito senza fiatare) di sospendere i processi a B. per marzo-aprile in nome di inesistenti impedimenti politico-istituzionali.

E poi il salvataggio di B. nel novembre 2010 con il rinvio del voto di sfiducia a dopo la finanziaria (intanto quello comprava deputati un tanto al chilo). E il risalvataggio di B. nel dicembre 2011 con l’idea geniale del governo Monti al posto delle elezioni che avrebbero asfaltato il Caimano.

E il rifiuto opposto ai 5Stelle di considerare un premier apartitico (ingenuamente non indicato dai grillini) per favorire l’inciucio Pd-Pdl, con “saggi” incorporati. E la gestione demenziale del caso dei due marò, ricevuti in pompa magna al Quirinale come eroi nazionali.

E, dulcis in fundo, le grazie concesse ad Alessandro Sallusti, condannato a 14 mesi per aver pubblicato su Libero notizie false, mai smentite e gravemente diffamatorie contro un giudice torinese; e al colonnello americano della Nato Joseph Romano, condannato a 7 anni definitivi per il sequestro di Abu Omar e latitante dal 2007.

Mai, prima d’ora, l’istituto della grazia era stato usato per sconfessare sentenze definitive appena pronunciate e salvare condannati che non avevano scontato un giorno di pena. A riprova del fatto che Napolitano è convinto di essere il capo della magistratura, legittimato a impartirle ordini e a raddrizzarne i verdetti se non collimano con i suoi capricci o con le pretese di un “alleato” che tratta l’Italia come il cortile di casa propria, dal Cermis ad Amanda Knox.

Forse non tutti colgono lo scandalo di questa grazia. Romano è stato giudicato colpevole dalla Cassazione per aver rapito nel 2003 – insieme a 27 agenti Cia e con l’appoggio del Sismi del generale Pollari – l’imam di Milano e averlo poi imbarcato dalla base Nato di Aviano a quella di Ramstein, e di lì al Cairo, dove fu interrogato e torturato per mesi. Il sequestro – scrive la Cassazione – “venne realizzato per trasportare il prigioniero in uno Stato, l’Egitto, nel quale era ammesso l’interrogatorio sotto tortura, a cui Abu Omar fu effettivamente sottoposto”.

E pazienza se “la tortura è bandita non solo dalla leggi europee”, ma anche da mezza dozzina di convenzioni Onu e Ue. Tutte regolarmente sottoscritte dall’Italia, tutte violate dai sequestratori italiani e americani di Abu Omar e dai governi italiani di destra e di sinistra, che dal 2006 a oggi proteggono questi delinquenti col segreto di Stato, con tre conflitti di attribuzioni contro i giudici alla Consulta e col blocco dei mandati di cattura disposti dai giudici per assicurarli finalmente alla giustizia.

Chissà che ne pensa la neopresidente della Camera Laura Boldrini, giustamente sensibile ai diritti umani, del sequestro e della grazia a un latitante che non ha scontato un giorno di galera e non rischiava neppure l’arresto. Si spera che al prossimo giro salga al Quirinale un custode della legalità e della Costituzione.


Semplicismo, malattia italiana
di Mario Deaglio
(da “La Stampa”, 9 aprile 2013)

Il trascinarsi della crisi politica e l’aggravarsi della crisi economica sembrano andare di pari passo con la banalizzazione delle posizioni sull’economia: un numero sempre maggiore di persone pensa infatti che la crisi si possa risolvere con facilità. La convinzione che tutto sia facile è una grave malattia che si potrebbe definire «semplicismo ». I semplicisti – in questa categoria bisogna purtroppo includere anche buona parte della classe politica – pensano che per invertire la congiuntura negativa, far ripartire la crescita, risanare le finanze pubbliche sia sufficiente qualche piccolo provvedimento da scegliere a piacere tra i seguenti (tutti lodevoli di per sé): ridurre le imposte, colpire gli evasori fiscali, pagare i debiti delle amministrazioni pubbliche verso le imprese, ridurre i costi della politica.

Il semplicista ritiene che, se si adottasse la misura, o una delle misure, da lui preferita, il meccanismo economico italiano si rimetterebbe in moto, come per incanto, e l’economia rifiorirebbe.

Le ricette miracolose dei semplicisti vengono spesso espresse in messaggi di «twitter » da 140 caratteri; così che tutti gli italiani dotati di computer le possano leggere in un minuto e commentare al bar nel tempo necessario a prendere il caffè. Tutto ciò non sarebbe un gran male se tracce sempre più consistenti di semplicismo si possono rilevare sui siti e nei blog delle forze politiche, nei discorsi dei leader, negli abbozzi di programma dei partiti che cercano, con scarso successo finora, di dar vita a un nuovo governo.

Le cose, purtroppo, non sono semplici in alcun Paese del mondo; meno che mai il semplicismo può funzionare in Italia, un Paese in cui, anche per la sua intricata struttura sociale, geografica e produttiva, l’economia è una macchina al tempo stesso molto complicata e molto delicata. Eppure l’idea che siano necessarie medicine economiche complesse e ben calibrate, che sono efficaci soltanto in tempi lunghi, non viene neppure presa in considerazione dai semplicisti.

Il semplicismo comporta due effetti collaterali piuttosto seri. Il primo è la convinzione che i problemi, in realtà, non esistono, sono soltanto il risultato di montature mediatiche, oppure che sono comunque lievi, complicati dalla cattiva volontà dei politici. La crisi? Non c’è, guardate ai ristoranti sempre pieni, disse non più tardi di due anni fa l’allora presidente del Consiglio, (trascurando, tra l’altro, che al ristorante la gente, per spendere meno, riduceva il numero delle portate). Chi ricorda la ventennale mancanza di crescita dell’Italia, sintomo di declino del Paese, viene spesso guardato con sospetto, fino a poco tempo lo si definiva «sfascista » e gli si rimproverava di credere troppo alle statistiche e di non vedere i successi mondiali del calcio e del «made in Italy ».

Il secondo effetto collaterale consiste nel credere che le soluzioni semplici possano meglio essere adottate da un leader che prenda in mano la situazione, forse un riflesso del mussoliniano «uomo della Provvidenza ». In tempi brevissimi questo leader potrebbe uscire dall’euro, tagliare gli sprechi, vendere beni pubblici. Ci si dimentica che all’euro l’Italia è legata da un trattato internazionale; che tagliare gli sprechi significa in ogni caso tagliare posti di lavoro e che occorre contemporaneamente incrementare direttamente le spese produttive se si vogliono evitare effetti recessivi; e che la vendita di beni pubblici deve seguire, nella stragrande maggioranza dei casi, una disperante procedura giuridica che può durare diversi anni.

Un particolare caso di semplicismo riguarda il recente provvedimento del governo sul pagamento dei debiti alle aziende fornitrici. E’ un’illusione che questi denari – che lo Stato, tra l’altro, metterà a disposizione degli enti debitori solo con il contagocce – possano da soli far ripartire l’economia. Le imprese alle quali saranno accreditati, infatti, vedranno con molta soddisfazione alleggerirsi il colore rosso nei loro conti bancari, alcune emetteranno un sospiro di allievo per essere così riuscite a evitare il fallimento; passerà però come minimo un po’ di tempo perché si mettano a pensare a nuovi investimenti. Le banche creditrici, dal canto loro, saranno liete del rientro dei clienti da posizioni difficili, spesso incagliate, ma solo molto lentamente questa minor difficoltà si tradurrà nella volontà di correre nuovi rischi prestando ad altre imprese. Per usare le parole di un portavoce del commissario Olli Rehn, che ieri ha commentato il provvedimento italiano, «accelerare il pagamento dei debiti non è una bacchetta magica ». E si potrebbe aggiungere che sarebbe ora che gli italiani smettessero di credere che le bacchette magiche esistono.

In realtà ciò che esiste è un Paese seriamente malato che ha di fronte a sé cure incerte e di lunga durata, un «long, hard, slog », ossia una «sfacchinata lunga e dura », come disse Winston Churchill in un discorso durante la Seconda guerra mondiale che Margaret Thatcher riprese frequentemente nel presentare agli inglesi la sua ricetta di risanamento economico. Probabilmente non abbiamo oggi in Italia alcun bisogno delle ricette thatcheriane, ma la lunghezza e la durezza del percorso dovrebbero essere ricordate dai politici agli italiani; molti dei quali continuano a ritenere che il loro futuro economico, grazie a semplici provvedimenti, sia una piacevole gita fuori porta.


Bersani punta al trucco delle astensioni
di Laura Cesaretti
(da “il Giornale”, 9 aprile 2013)

«Salviamo il Pd », implora chi lo ha fondato. Sono toni dolenti e allarmati, quelli che Walter Veltroni usa nella sua «lettera aperta » (via Repubblica) alla dirigenza di un partito che vede scivolare verso la cupio dissolvi scissionista.

Nella quale denuncia un arroccamento a sinistra del Pd, il risorgere di nostalgie per le vecchie bandiere, quella del Pci in primo luogo: «La parola democratici è sparita dal vocabolario del Pd. È stata sostituita dalla più rassicurante autodefinizione di “progressisti ” che, davvero al di là degli sfortunati precedenti, allude al fatto che sì siamo cambiati, ma in fondo siamo sempre noi », i comunisti d’antan. Veltroni invita a riscoprire «la vocazione maggioritaria » senza la quale «il Pd non esiste ». E spiega di temere che al contrario prevalga una vocazione identitaria che vuol portare a spingere fuori, come corpi estranei, i non ex-Pci. Un nome per tutti, quello di Matteo Renzi.

È in un clima sempre più cupo e caotico che si riuniscono, oggi, i gruppi parlamentari convocati da Pier Luigi Bersani. Un’assemblea nella quale difficilmente verranno allo scoperto – mentre ancora sono in corso le grandi manovre per eleggere il prossimo presidente – i dissensi, pure forti, che covano nel Pd. Su questo conta il segretario, che a sua volta scrive a Repubblica per spiegare che il famigerato «governissimo », ossia un’intesa Pd-Pdl per far partire un governo, lui non lo farà mai, e per sfidare chi invece lo vuole (ossia la gran parte dei capicorrente, sinistra esclusa) a dirlo chiaramente e a chiedergli di farsi da parte: «Non intendo certo essere di intralcio ». Spiega Bersani di volere un governo che «possa agire univocamente » e non basato su «precarie composizioni di forze contrastanti ». E cosa intenda l’involuta lingua bersaniana lo spiegava ieri, ad esempio, l’Unità, evocando un governo monocolore di minoranza come quello di Andreotti nel ’76, che si reggeva sull’astensione del Pci. Quindi grandi aperture a Berlusconi su presidente della Repubblica «condiviso » e riforme, ma in cambio il Cavaliere deve dare una mano per mandare Bersani a Palazzo Chigi, ma senza farsi vedere.

E non a caso ieri, dopo le parole di Napolitano che (ricordando Gerardo Chiaromonte) ha sottolineato «il coraggio di quella scelta inedita di larga intesa », rievocando il ’76, i bersaniani sottolineavano entusiasti il riferimento. Rivendendoselo come un via libera al loro progetto di astensioni concordate con Pdl, Lega e Grande sud per dar vita al gabinetto Bersani. Peccato che nel frattempo, preso dall’entusiasmo pro-Bersani, il neo parlamentare ex Rai Corradino Mineo si fosse scagliato contro Napolitano, reo di essersi assunto «una responsabilità gravissima » a non affidare un incarico pieno al segretario Pd, ostacolando la nascita (non si sa con che voti) dell’ormai celebre «governo di cambiamento ». Contro Mineo però si sono scagliati democratici di ogni sponda, da Nicola Latorre ai renziani Anzaldi e Marcucci, dal veltroniano Tonini al lettiano Meloni: «Mineo si ricordi che rappresenta il Pd, e che Napolitano sta gestendo la crisi nel modo migliore possibile ».

Intanto Bersani pensa alla sua manifestazione «contro la povertà », organizzata di corsa per fare da contraltare alla piazza berlusconiana di Bari. Il Pd però preferisce abbassare le aspettative e riunirsi in un teatro (proprio come alla fine della campagna elettorale, con la kermesse dell’Ambra Jovinelli). La fretta però è cattiva consigliera, e nel Pd di Torino scoppia la polemica per l’inclusione del quartiere di San Salvario, regno della boheme chic sotto la Mole, tra le zone degradate modello Scampia chiamate a raccolta dal manifesto Pd: «Un’idea banale, offensiva e controproducente, addirittura un’operazione cinica », si indigna col Nazareno Ilda Curti, assessore alle periferie di Piero Fassino. L’organizzatore Stumpo si difende: «La povertà ha tante facce ».


Così Bersani scopre che il governo nasce solo da un patto con il Caimano
di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 9 aprile 2013)

Sbandata o sterzata? Sull’insidiosissimo percorso che separa Pier Luigi Bersani dall’elezione del presidente della Repubblica si è materializzata improvvisamente una biforcazione che sta costringendo il centrosinistra a fare i conti con una scelta decisiva per capire il destino del prossimo governo. La scelta riguarda un problema che Bersani era convinto di poter aggirare portando a termine l’operazione “scouting grillino” lanciata tempo fa dal segretario per dividere il fronte del 5 stelle e provare a conquistare quei nove senatori che mancano all’appello al centrosinistra per avere una maggioranza a Palazzo Madama. Una volta certificato da Giorgio Napolitano che il tentativo portato avanti da Bersani per dividere il fronte grillino “non è stato risolutivo” (e anche ieri il presidente ha spinto ancora una volta verso le larghe intese chiedendo indirettamente a Bersani di prendere le distanze dai “finti moralizzatori” e avere “più coraggio” per un nuovo compromesso storico), è risultato chiaro anche nel Pd che l’unico modo possibile per far partire un governo passa da una drammatica quanto forse inevitabile legittimazione del Caimano. Nell’ultima settimana sono stati molti gli esponenti del Pd ad aver segnalato la necessità di imprimere alla navigazione un indirizzo diverso rispetto a quello stabilito a marzo in direzione, quando Bersani disse che non sarebbe stato accettabile fare un esecutivo con l’aiuto di “uno che quattro mesi prima delle elezioni se ne va e comincia a sparare a zero sulla realtà che lui ha provocato”, ovvero Berlusconi. Ora che però, come certificato anche da Franceschini, “è chiusa la possibilità di un rapporto con Grillo”, nonostante le capriole linguistiche adottate per mascherare l’“inciucio” col Caimano e per rassicurare il fronte sinistro della coalizione, anche Bersani ha compreso che la strada da imboccare per non sbattere contro le elezioni è quella di un’intesa con il Cav. E così, al netto dei “no al governissimo” ripetuti dal segretario, l’impressione nel Pd è che Bersani si stia convincendo a percorrere la strada dell’accordo mascherato. E in questo senso gli indizi lasciati sul terreno dal Pd in vista del rinnovo del Quirinale appiaono inequivocabili: e tutto sembrano tranne una semplice sbandata.

Il film della nuova e inconfessabile direzione imboccata dal Pd – film che avrà un suo passaggio chiave nel momento in cui Bersani e Berlusconi decideranno di incontrarsi, e ieri il Cav. al Tg4 ha dato segnali di disponibilità – comincia nell’istante in cui Enrico Letta esce dalla stanza di Napolitano (22 marzo) annunciando che il Pd non si sarebbe più limitato ad ascoltare soltanto le indicazioni del presidente ma avrebbe assicurato il suo totale “supporto responsabile alle decisioni del Quirinale”. Da quel giorno in poi nel Pd ha cominciato a prendere forma il “partito di Napolitano” (Renzi, Veltroni, Franceschini, D’Alema) e la linea espressa dal vicesegretario, quella del no elezioni, sì al dialogo con il Pdl, sì a una condivisione ampia per il Quirinale, si è imposta come nuova linea, al punto da aver insospettito la gauche del centrosinistra (“al golpe al golpe!”) rimasta romanticamente a quel “mai con Berlusconi” scandito da Bersani durante la direzione di marzo. Il secondo fotogramma del film sulla riconversione della linea Pd passa per l’incontro avuto la scorsa settimana da Bersani a Palazzo Chigi con Monti, quando di fronte al paletto posto dal leader di Scelta civica rispetto alla possibilità che i montiani offrano i propri numeri per eleggere il prossimo presidente della Repubblica (“il profilo non deve essere divisivo e deve avere caratteristiche diverse da quelle di Prodi”), il segretario ha detto di “sì”: certificando la sua intenzione di andare a pescare lontano da Grillo i voti per eleggere il successore di Napolitano (anche se poi alla fine Bersani potrebbe puntare su un nome alla Grasso per tentare di dividere i grillini). Indizi a parte, la certificazione che il futuro del Pd passa per una drammatica e forse inevitabile legittimazione del Caimano è testimoniata anche dal finale che il centrosinistra immagina per il film sul governo Bersani. E nonostante la fantasia mostrata dai collaboratori del segretario nell’immaginare che il prossimo presidente della Repubblica possa autorizzare Bersani ad andare alle Camere facendo partire, grazie al non impedimento del centrodestra, un esecutivo sul modello governo di minoranza Andreotti 1976 (modello evocato ieri da Napolitano, anche se in quel periodo il Pci diede il suo appoggio esterno al governo perché costretto da “delicati problemi di politica internazionale”, come ricordato da Aldo Moro nel 1978), la verità è che nel Pd tutti sanno che anche questo passaggio non sarà gratuito ma avverrà solo se Bersani riuscirà ad avvicinarsi senza farsi mordere dal Caimano – e chissà se il Caimano si accontenterà solo di un accordo sul Quirinale. Bersani lo sa. Il Pd lo sa. Il Pdl lo sa. La strada è stretta, ma al di là del tatticismo la direzione oggi è questa (e prescinde dal volto di Bersani). E anche se la lettera a Repubblica ha complicato le trattative il punto non cambia e a dieci giorni dalle votazioni per la presidenza della Repubblica si può dire che nel centrosinistra c’è una nuova drammatica consapevolezza: si potranno fare tutte le manifestazioni contro la povertà del mondo ma alla fine dei conti non nascerà nessun governo a guida Pd se lo smacchiatore dei giaguari non avrà accontentato proprio lui, il giaguaro brutto e cattivo.


La Canossa di Bersani dal Cavaliere
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 9 aprile 2013)

Il paradosso è che ora l’unica speranza di salvezza di Pier Luigi Bersani si chiama Silvio Berlusconi. Già, proprio quel Cavaliere che all’indomani del voto il segretario del Pd avrebbe voluto dichiarare non candidabile e sbattere in galera per convincere un pezzo del Movimento Cinque Stelle a sostenere il suo tentativo di formare il governo. Matteo Renzi , che pure è stato il primo a rilevare come lo stallo politico attuale possa essere sbloccato da una intesa tra Pd e Pdl, ha colto al volo questo paradosso. E si è affrettato a ribaltare su Bersani ed i suoi collaboratori del tortellino magico l’accusa di inciucisti che fino a quel momento aveva dovuto subire dagli uomini del segretario.

La mossa del sindaco di Firenze non è affatto contraddittoria ma una semplice presa d’atto della bizzarra piega presa negli ultimi giorni dal tormentone politico iniziato con l’ormai lontano voto di febbraio. Se Bersani vuole concretizzare il sogno di poter entrare a Palazzo Chigi assumendo la guida del governo del paese non ha altra strada che quella di un accordo di ferro con il leader del centro destra concordando il nome del successore di Giorgio Napolitano al Quirinale ed accettando le richieste di Berlusconi sulla composizione dell’esecutivo. La conferma definitiva della linea anti-sistema del Movimento Cinque Stelle ed i minacciosi richiamo al realismo di Franceschini e di buona parte della nomenklatura del Pd non consentono a Bersani, sempre che non decida di tirarsi indietro consegnando il partito a Renzi o puntando alle elezioni anticipate (ma sempre consegnando il Pd al proprio avversario interno), una qualsiasi alternativa all’accordo con il Cavaliere. Il leader della sinistra deve andare a Canossa da quello del centro destra. Naturalmente Bersani può cercare di trattare sul tipo di accordo da stipulare.

Ma i suoi margini di manovra, pressato com’è dall’intransigenza grillina e dalla dissidenza interna, sono molto esigui. Può tentare di convincere Berlusconi a non pretendere un candidato di centro destra al Colle in cambio di una partecipazione diretta del Pdl nella compagine governativa, cioè della piena legittimazione politica e morale del centro destra e del suo massimo rappresentante. O viceversa, può accettare di votare Gianni Letta al Quirinale in cambio di avere il via libera non ad un governissimo ma ad un governo di scopo dai compiti e dalla vita limitata. Ma oltre queste due limitazioni rigide non può andare. E se non riesce a trovare un punto di mediazione possibile (ed accettabile da parte di Berlusconi) entro il perimetro delineato non ha altra strada che gettare la spugna ed uscire di scena in maniera definitiva con il marchio del piffero di montagna che partì per suonare e che tornò suonato.

La sorte di Bersani, quindi, dipende dal Cavaliere. Che può avere interesse a far sopravvivere il proprio avversario per evitare di ritrovarsi, in caso di nuove elezioni a breve, un avversario sicuramente più pericoloso come Matteo Renzi. Ma che può anche avere l’interesse di portare a casa lo scalpo (si fa per dire) di Bersani per scatenare dentro il Pd una fase di furiosi regolamenti interni (non è detto che l’avvento di Renzi sia indolore) destinata a frantumare la sinistra e trasformare il centro destra, in una versione ovviamente allargata al centro ed alle forze riformatrici, la sola alternativa alla forza anti-sistema di Beppe Grillo. È difficile prevedere se Berlusconi sceglierà la strada della grazia o del colpo di grazia nei confronti del proprio interlocutore. La natura del Cavaliere e l’interesse per un Presidente della Repubblica non espressione della sinistra lasciano pensare più alla prima che alla seconda ipotesi. Anche perché, comunque vada, alla seconda ci penseranno i dissidenti della sinistra oltranzista e giacobina.


Italia ingovernabile anche con il Mattarellum
di Raffaello Binelli
(da “il Giornale”, 9 aprile 2013)

Le elezioni del 24-25 febbraio hanno lasciato un Paese di fatto ingovernabile, con tre poli sostanzialmente alla pari: Pd-Sel, Pdl-Lega e il Movimento 5 Stelle.
Più la Lista Monti. La colpa, concordano tutti, è del sistema elettorale, il tanto vituperato Porcellum, che distribuisce i seggi in parlamento con meccanismi diversi: uno alla Camera, con un premio di maggioranza a livello nazionale, l’altro al Senato, con un premio su base regionale. A Montecitorio il centrosinistra è riuscito a ottenere la maggioranza (sia pure d’un soffio), a Palazzo Madama no. E per questo siamo in stallo.

Qualcuno sostiene che con la vecchia elettorale, il Mattarellum, sarebbe andata meglio. “Credo che il buonsenso ci porterebbe a tornare al Mattarellum”, ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, intervenendo ad Agorà su Raitre. Bersani ha sottolineato che «Hollande al primo turno ha preso gli stessi voti del Pd, ed ora governa, ed anche Bush ha vinto su Gore forse per un solo voto eppure ha governato”.

Ma una ricerca dell’Istituto di studi politici Vilfredo Pareto, come riporta un articolo di Italia Oggi, dice l’esatto contrario. Avremmo evitato le liste bloccate e il parlamento dei nominati, questo sì, ma la situazione al Senato sarebbe stata analoga a quella attuale, e in più anche a Montecitorio non ci sarebbe alcuna maggioranza. Dalla simulazione dell’Istituto Pareto emerge questo dato inequivocabile: alla Camera Pd-Sel avrebbero ottenuto 261 deputati, Pdl-Lega 233, M5S 120, Monti 15. E non andrebbe meglio con il Mattarellum al doppio turno (Pdl-Lega 195, Pd-Sel 226, M5S 193, Monti 15). Bruno Poggi, presidente dell’Istituto, sottolinea che “con tre partiti non viene mai fuori una maggioranza di governo”.

A meno che non si pensi ad un sistema elettorale diverso. Un maggioritario secco, all’inglese, oppure un sistema più “mitigato”, un doppio turno alla francese, che faccia sfogare tutti al primo turno e poi, al secondo, obblighi gli elettori a scegliere i due candidati più forti. Questo meccanismo, però, giocoforza andrebbe legato al semipresidenzialismo (occorrerebbe dunque una riforma costituzionale, non solo una nuova legge elettorale).


Berlusconi-Bersani, in corso l’incontro
di Andrea Tempestini
(da “Libero”, 9 aprile 2013)

Accorciati drasticamente i tempi per l’incontro tra Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani? Sì, l’incontro è stato annunciato per martedì 9 aprile. Ed è già in corso. Il giallo è stato risolto. Le resistenze del segretario del Pd sono state vinte. Nei frenetici minuti che hanno preceduto l’annuncio, alcune fonti del Pdl confermavano: il faccia a faccia si terrà in serata. Altri azzurri contattati da Libero, invece, erano più cauti e mostravano tutti i loro dubbi sul fatto che i due si sarebbero incontrati nelle ore seguenti: Berlusconi, da tempo, mostrava la sua disponibilità. Ma Bersani era più restio. Le trattative tra gli sherpa dei due partiti, però, hanno avuto esito positivo. E poco prima delle 18 i due leader si sono incontrati.

Niente governissimo – La sede dell’incontro è rimasta coperta dal segreto. Secondo le indiscrezioni dovrebbe essere il Senato. Oppure palazzo Giustiniani. I leader di Pd e Pdl, nel corso del faccia a faccia, potrebbero dare la definitiva accelerata per la formazione di un governo, oppure sancire la morte in culla di una legislatura impossibile. Il contesto in cui avviene l’incontro, però, è tutt’altro che sereno. In mattinata il leader del Pd ha ribadito il suo “no” al governissimo: “Con il Cavaliere – ha spiegato – cercheremo di ragionare sul tema del metodo per arrivare alla scelta del presidente della Repubblica. Ma su governo gli dirò: ti conosco, mascherina“. Una battuta per chiudere alla larghe intese. Ammesso e non concesso che il segretario democrat  non stia bluffando.

Fattore Renzi – L’incontro si è tenuto subito rispetto alle previsioni della vigilia anche perché  Bersani vuole contrastare al più presto l’offensiva di Matteo Renzi, sceso in campo (quasi) direttamente per l’elezione del presidente della Repubblica, lo snodo cruciale per la formazione di un esecutivo. Il rottamatore punta su Romano Prodi, una pedina indigesta al Cav e buona per far saltare la trattativa tra largo del Nazareno e via dell’Umiltà.

Il “no” a Napolitano – Il quadro resta difficile da decifrare. Da un lato, come detto, Bersani chiude al governissimo (ad Agorà, per spazzare via i dubbi, ha ribadito: “Che non ci venissero a proporre governissimi. Ma chi può credere che con Brunetta si possa fare un governo?”). Dall’altro lato  Giorgio Napolitano continua ad evocare le grandi intese. Solo ieri, lunedì 8 aprile, il Capo dello Stato ha ricordato l’esempio del 1976. Esempio rigettato da Bersani, che ha replicato: “Nel ’76 c’era uno che governava e gli altri che consentivano. Era una singolare forma di minoranza”. Il segretario vuole governare da solo. O quantomeno questo è quello che dice alla stampa. L’Italia, intanto, aspetta e arranca.


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Bart