di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, domenica 8 febbraio 1970]
Nessuno cammina più per la campagna, conversa con la natura, nessuno contempla il maturarsi e l’estinguersi delle stagioni. Gli infermieri del mio ospedale â— quasi tutti fi gli di contadini â— si muovo no solo con l’automobile, di sdegnano anche i pochi passi; se debbono arrivare dal tabac caio all’angolo, riaccendono il motore.
Trionfa la macchina; è sul l’altare. Se per la campagna si sfiorano cascinali, è facile sorprendere in mezzo all’aia un’automobile, intorno un uo mo vi officia, si china sul pa rabrezza, lo inumidisce col fiato, strofinando con una pel le lo fa più trasparente.
Con questo gli uomini non sono più felici. Tutt’altro. Per ogni dove irrequietezza, zep pe le teste di storture, assenza di una direzione, giovani in preda ad ansie e tentano di allontanarsi dalla realtà usan do perfino le droghe.
Due giovani mi vengono a trovare. Il portiere bussa alla porta della mia camera e li annuncia:
« C’è G., dottore ».
G. ormai qui all’ospedale è di casa. Due o tre anni fa ve niva a farmi leggere racconti, diari, confidarmi sue speranze.
« Bene ».
« E’ con un suo amico ».
Nella voce reticente del vec chio portiere è facile indovi nare che l’amico non è pro prio per la quale.
Infatti ha i capelli lunghi, magro, spiritato. I calzoni di velluto sono sì attillati, ma da tempo non conobbero lavatu ra, in una delle tasche poste riori c’è infilato una specie di portafoglio che rimane però per metà fuori. Penso che sia un modo per significare spre gio e indifferenza per quei documenti, ai quali tristemen te la società obbliga.
Sono mesi che non vedo G. Si è sposato, si è trasferito in una grande città, ha un di screto impiego.
«Hai lavorato? â— voglio dire letterariamente ».
Non risponde come faceva una volta che serrava le lab bra quasi a dimostrare la ten sione che ci aveva messo. Svagola invece in futuri progetti, in propositi, dice che ha in animo di presentarsi al diret tore di un settimanale e pro porgli delle colonnine, fatica re poco e guadagnare assai.
« Hai preso una brutta via â— interrompo. â— Hai di che vivere, una compagna, tempo libero, e non lavori. Quando eri sperso in quel paesino di montagna a insegnare ai bam bini, soffrivi freddo e solitu dine, ma quando scendevi giù eri caldo di scoperte, di uma nità, e facesti bei racconti, che Il Mondo pubblicò. Avevi in contrato la poesia in quei pae si che sempre più si spopola no; tante case con le occhiaie vuote ».
*
Voglio dirottare, per lo me no fare una pausa. Mi rivol go al capellone che poi cono sco benissimo, addirittura è come me, figlio di un farma cista. Abbiamo forse simili ri cordi: il padre che torna su dalla bottega, nelle stanze di sopra, dopo aver servito, aver pazientato, essere stato attento.
Il capellone figlio del far macista è tornato ora dall’America, andò via con po chi soldi, un maglione, vesti to come ora, per fare dei do cumentari, cinematografo. Rapidamente mi domando se non sia una brava persona, un uomo sincero che segue il proprio sentimento, la felicità il primo interesse, esprimere se stesso la prima morale.
Era iscritto alla facoltà di farmacia, già sostenuti diversi esami, frequentato il labora torio, ma lo uggiava la pro spettiva di quel banco di far macia, piegarsi ai clienti, e allora, al diavolo la farmacia! Ora calcola di andare in In dia per un altro documentario.
Questi due giovani â— G. e il figlio del farmacista â— non sono certo puri « maoisti , ma arieggiano, fanno parte del clima, dell’aura, e ne appro fitto, domando spiegazioni. G. risponde come se con tinuasse un interno arrovellìo:
« Al mio impiego i colleghi sono tutti scontenti, arrabbia ti ».
« Ma è facile! â— interrom po. â— Perché non lavorano, non producono, parassiti. So no stati lì impiegati, in quell’istituto, per mene politiche, non per valore. E’ per que sto che non sono contenti, non osano confessarsi intrusi e falliti ».
Addio! Ho preso l’aire! Sono io che so tutto; da me tutte le spiegazioni:
« I giovani fanno gli estremisti per sete di gloria. Essa però non si concede loro. La gloria oggi non si incontra sulle piazze e neppure sui campi di battaglia. La si può avvicinare nel silenzio degli studi, nei laboratori, nel pe noso lavoro… lavoro che non sembra amato dai giovani ».
« Si sono avviati per una strada vecchia â— continuo â— disselciata, senza fondo, an che se sono arsi da qualche cosa, qualche cosa di religio so… ». E d’improvviso, con piacere, con uno sghignazzo, cambio il tono:
« Risate però me ne hanno fatto fare! Sono loro grato. Tutto voglio dire, il bene e il male ».
« Nei primi tempi â— quan do mi giungevano notizie del le loro imprese â— mi sentivo ringiovanire. Si erano alzati davanti a un trombone di pro fessore, carico di percentuali, di presidenze, di stipendi e lo avevano denudato: non edu catore ma anima nera. Non dedito alla scuola ma alla cu pidigia ».
« A quell’altro superbo, al tezzoso, inavvicinabile, sem pre ai congressi, lontano da gli studenti, avevano gridato che sgonfiasse la sua boria, modestamente scendesse a far lezione, per questo era stato nominato; passavano mesi e mesi senza che toccasse quel la cattedra, alla quale doveva tutto ».
« Una risata lunga, sapori ta, mi sgorgò anche quando seppi che avevano beffeggiato il più cospicuo della famiglia mafiosa, senza la pronazione alla quale era ben difficile in una certa università salire in cattedra ».
« Però, però, amara la boc ca mi si storse quando mi giunse notizia che non c’era stato rispetto per il valentissi mo filologo-romanzo, e si era in qualche modo turbata la ricerca di un nostro grande fisiologo. E di più non appro vai quando gli esami furono ridotti a quisquilie, si abbor racciarono. E inoltre si occu pavano le aule, era proibito frequentare le lezioni ».
« Ma come farà â— mi do mandavo â— un futuro medi co che oggi non si addestra, come distinguerà anche le ma lattie più semplici, la diffe renza tra broncopolmonite e polmonite lobare, come distin guerà se non ha frequenza con l’ottusità alla percussione, il fremito vocale tattile, il sof fio bronchiale e tutti gli altri segni? Perché, perché non fre quentano? ».
Il figlio del farmacista ca pellone alzò su il viso, a ri spondermi:
« Il primo giorno dell’uni versità riuscii a penetrare nel piccolo anfiteatro di chimica organica. Il professore all’ini zio disse: “Nel presente an no a chimica-farmacia sono iscritti settecentocinquanta stu denti. Questa aula ne contie ne appena ottanta. Questi ot tanta frequentino, insegnerò quello che so. Gli altri vadano per le strade a protestare. Per loro il posto non c’è” ».
*
A queste parole dette pa catamente mi caddero tutte le armi.
Non era stata prevista la trasformazione dell’Italia da agricola a industriale, l’im provvisa ricchezza, il diritto per tutti allo studio. Un pro blema grosso, una gioia trop po grande: era accaduto per l’estro italiano, per un genio. Dalla fame del dopoguerra, dall’umiliazione, valicando ogni preformato sistema, non ascoltando le elucubrazioni po litiche, si era diventati forti, allegri, si era inventata la ric chezza.
Le parole del capellone mi avevano paralizzato: Per gli altri non c’è posto in questa aula. Vadano per le strade a gridare.
Come era vero! Di quante riforme, di quanti provvedi menti, aveva urgenza il no stro paese!
Fu a questo punto che guar dando con la coda dell’occhio i due giovani mi domandai che avrei fatto se avessi avuto la loro età. E, non ero sem pre stato anarchico? a volte alla violenza domandato una soluzione? una vita libera da qualsiasi costrizione? non ub bidire e non comandare? Non avevo amato questa grande illusione? l’anarchia?
E intanto risuscitavo gli an ni della mia gioventù, sotto la dittatura, la guerra dove furono uccisi giovani innocenti.
Gioventù generosa! sognatrice di un mondo bello (spes so invece conclusosi in lunghe code davanti alle botteghe, in una tirannia più nera, in una più grande paura).
« Lasciamo stare per il momento â— ripresi con voce af fettuosa â— politica e sociologia. Soltanto, di passaggio ricordiamo che la maggiore stupidaggine è minacciare le rivoluzioni senza farle. Met tiamo per il momento da par te i problemi che sono sorti in una Italia in piena trasfor mazione. Non discutiamo sui giovani, cinesi o contro-cinesi.
Se quei movimenti riusciran no ad accelerare le riforme di cui ha sete l’Italia siano be nedetti ».
« Parliamo invece di lette ratura, che anche quella ci sta a cuore ».
« Via â— dissi con dolcezza rivolgendomi a G. â— quando ti rimetti a lavorare? Ora hai tempo, un certo benessere, la calma necessaria. Il tuo libro sulla campagna che si spopo la, le tue esperienze di mae stro in quel paesino di mon tagna, me lo ricordo a perfe zione, pagine di poesia, me ditate, ritratto di un’anima. Basta che tu gli dia più equilibrio, rapporti precisi tra le parti, un numero, una mate matica, vorrei dire una musi ca. Manca ancora di stile… ».
G. annuiva e rifaceva l’e spressione tesa come una vol ta, quando era agitato dall’an sia di esprimersi, di lavorare.
NOTA. In questo elzeviro mi pare di riconoscere nel giovane G. lo scrittore Fabrizio Puccinelli, morto prematuramente. (bdm)