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Quirinale, Bersani ora punta su un cattolico: con Marini spunta il nome di Mattarella

13 Aprile 2013

di Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica”, 13 aprile 2013)

ROMA – La pista per il Quirinale curva adesso verso il nome di un cattolico. Della “rosa” avanzata ieri con i petali Giuliano Amato, Pietro Grasso, Anna Finocchiaro e Franco Marini rimane solo quello dell’ex segretario del Ppi ed ex presidente del Senato. “Una traccia debole”, confidano gli ambasciatori del Partito democratico. Ma l’unica sulla quale è possibile intavolare una trattativa col centrodestra. Marini è gradito al Pdl. Con qualche riserva. Ecco perché il lavoro, ieri, è continuato esaminando anche il profilo di Sergio Mattarella, giudice costituzionale, 72 anni, fuori dal Parlamento da due legislature.

Bersani ha visto ieri Massimo D’Alema e Pier Ferdinando Casini. Colloquio guardingo il primo, più disteso il secondo. A tutti il segretario, quando si parla dei candidati già in campo, continua a ripetere il suo mantra: “Sono perfetti. Manca forse la novità e un pizzico di fantasia”. Con D’Alema ha speso il nome della Finocchiaro, una candidata donna alla quale è difficile dire di no per l’ex presidente del Copasir. Con Casini invece, tirando fuori un foglietto e una penna, hanno esaminato i pro e i contro dei mille papabili finiti nel toto-Colle. Nell’ottica della larga condivisione, visto l’interlocutore. “Guarda che sarebbe una follia eleggere il presidente della Repubblica con la maggioranza semplice. In questa situazione? Ma ti rendi conto”, ha spiegato il leader dell’Udc. Bersani ha risposto: “Come sai, farò di tutto per una scelta gradita alla quasi totalità delle Camere”. L’impressione ricavata da Casini, però, è che il segretario democratico giochi a carte coperte. Questa impressione sta agitando il Pd e preoccupando Silvio Berlusconi che attraverso i suoi contatti con l’altra sponda si è fatto una certa idea sulla “novità” bersaniana.

Il Cavaliere teme di veder rispuntare Romano Prodi. Un candidato che certo non rappresenta le larghe intese. Semmai, una spaccatura parlamentare. Ma che nell’ottica del Pd può servire, in caso di mancata intesa, ad attrarre i voti del Movimento 5stelle. D’Alema, che si sente in piena corsa (e i placet non gli mancano), ha fatto capire a Bersani qual è la posta in palio: non solo la possibilità di dare un governo al Paese, anche la tenuta del Pd che da giorni sembra sul punto di esplodere. “È una partita che non ammette errori”, è la posizione dell’ex premier. Il quale ha invitato Bersani a prendere atto che il suo tentativo di formare un governo oggi non è solo congelato, ma più debole. Anche Casini ha parlato del futuro esecutivo con il segretario. “Più il capo dello Stato è marcato a sinistra, più sarà complicata la tua impresa di andare a Palazzo Chigi”. Per questo si è virato sul nome di un cattolico. Ma anche Prodi lo è. In una prospettiva del tutto diversa da quella caldeggiata dal capo dell’Udc, però.

I fedelissimi di Bersani, del resto, non abbandonano i contatti con i grillini. Per verificarne la febbre interna sulla fiducia. E per sondarne gli umori sull’elezione del capo dello Stato. Ieri si è affacciato, in qualche conciliabolo, il nome dell’ex leader referendario Mario Segni. Il “rottamatore” della Prima repubblica piace a Gianroberto Casaleggio, con il quale si sente spesso. È pronto a firmare i punti programmatici che i grillini hanno consegnato a Bersani nella fase delle consultazioni. Ma Pd e Pdl frenano: “Non è un’ipotesi realistica”, dicono in coro. Sapendo che il vero candidato di Casaleggio e Grillo, “quirinarie” a parte che servono a indicare il nome di bandiera, rimane il Professore di Bologna.

Oggi è il giorno delle piazze “incrociate” di Bersani e Berlusconi, a Roma e a Bari. I loro discorsi saranno letti in controluce per decifrare le possibilità dell’accordo sul Quirinale. Per il momento, Grasso appare bruciato per la sua inesperienza politica. La fase è troppo complicata per farla gestire al presidente del Senato entrato in Parlamento per la prima volta 40 giorni fa. Finocchiaro sconta i dubbi del Pdl che le preferiscono D’Alema. Ma ieri il suo nome è stato rilanciato da Bersani sia nell’incontro con l’ex presidente del Copasir, sia nel faccia a faccia con Casini. Su Amato invece pesano i veti incrociati interni ai partiti. Martedì sarà il giorno decisivo per il patto sul nome condiviso, a 48 ore dall’inizio del voto nella seduta comune.
Quella è la data limite. Alla fine, giura chi vive da dentro il Pd la partita, rimarranno solo due candidati: uno per le larghe intese, l’altro per la resa dei conti della Seconda repubblica. L’eterna sfida a sinistra di questa stagione. D’Alema contro Prodi, Prodi contro D’Alema.


Quel fantasma del caso Moro che incombe su Prodi al Colle
di gian Marco Chiocci
(da “il Giornale”, 13 aprile 2013)

Palazzo del Quirinale, angolo via Gradoli. La strada che conduce Romano Prodi al Colle incrocia ancora una volta il mistero buffo della famosa seduta spiritica del Professore da dove uscì l’indicazione della via (Gradoli) del covo romano delle Br con Aldo Moro sequestrato.

Ciclicamente se ne riparla, di questa farsa medianica che avrebbe potuto salvare l’ex presidente Dc. Nessuno ha mai creduto fino in fondo alle versioni di Prodi e degli amici di seduta presi per mano dagli spiriti di La Pira e don Sturzo eppoi condotti con un piattino a formare le lettere G-r-a-d-o-l-i. Se nessuno crede alla soffiata dall’aldilà, è anche perché l’aspirante successore di Napolitano non è che abbia poi collaborato tanto. E così, a 35 anni dall’agguato in via Fani, escono nuovi dettagli di quell’esperienza soprannaturale che avrebbe potuto cambiare la storia d’Italia se solo il Professore l’avesse raccontata tutta. «In data 2 aprile 1978 in località Zappolino, sita in provincia di Bologna, fummo invitati dal professor Clò a trascorrere una giornata nella sua casa di campagna, insieme alle nostre famiglie – scrive nel 1981 Prodi (insieme ai presenti alla seduta) alla commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani nel carteggio recuperato dal sito affaritaliani.it – Nel pomeriggio, dopo aver pranzato, e a causa del sopravvenuto maltempo, lo stesso Clò suggerì di fare il gioco del piattino (su cui tutti i presenti poggiano il dito dopo aver evocato uno spirito guida sottoponendogli alcune domande) ». A qualcuno viene in mente di chiedere dove si trova la prigione di Moro. Insieme ad altre indicazioni, spunta il nome Gradoli. Località che «risultava tuttavia a noi ignota… da un successivo riscontro su una cartina geografica, individuammo la effettiva esistenza di tale località proprio nei pressi di Viterbo ». Come va a finire è scritto nei libri di storia e nelle pagine delle commissioni di inchiesta. Prodi, dopo aver tentato di spedire il criminologo Augusto Balloni dai magistrati con quest’informazione, chiedendo di non essere citato, due giorni dopo la scampagnata (4 aprile 1978) gira la notizia a Umberto Cavina, portavoce del segretario della Dc, Benigno Zaccagnini. Che, a sua volta, la inoltra a Cossiga, ministro dell’Interno. Prodi non rivela allora, e non lo farà nei successivi tre decenni, la fonte di quella delazione. In «Via Gradoli », e non a «Gradoli vicino Viterbo » infatti, vivevano i carcerieri di Moro, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Il covo sarà scoperto solo il 18 aprile a causa di una sospetta infiltrazione d’acqua che allerterà i vicini, tra i quali Lucia Mokbel, che racconterà ai magistrati di uno strano ticchettio notturno, simile a segnali morse, provenire dalla tana dei bierre. Al Viminale (dove nel frattempo è arrivata un’altra segnalazione su Gradoli) pensano bene di perlustrare l’omonimo paesino in provincia di Viterbo invece di aprire lo stradario, come inutilmente suggerito pure dalla moglie del presidente della Dc, Eleonora Moro, a cui viene risposto che non esiste alcuna via Gradoli a Roma. Falso. Via Gradoli è una traversa di via Cassia, la strada che si trova esattamente sulla “strada per Viterbo ”. La messinscena è palese, come denunciano sia il Ds Giovanni Pellegrino sia l’ex Dc Giovanni Galloni. Per Andreotti «lo spiritismo è una invenzione per coprire una fonte dell’Autonomia ». L’ex presidente della commissione Mitrokhin, Paolo Guzzanti, incalzò il Professore: «Non solo mentì sulla fonte dell’informazione ma volle personalmente trasmettere alla segreteria della Dc e non alle autorità competenti, provocando un’operazione di polizia nell’Alto Lazio. Questa notizia permise ai brigatisti nel covo di via Gradoli di eclissarsi. È evidente che uno solo dei partecipanti alla danza del piattino da caffè fra le lettere dell’alfabeto, possedeva fin dall’inizio l’informazione e manovrò per farla apparire opera di un piattino che si comportava come un computer azionato dai fantasmi di don Sturzo e La Pira ». Ma da dov’è arrivata la dritta? Francesco Cossiga individuerà la fonte negli ambienti dell’eversione bolognese, città in cui Prodi è docente di Economia, parlando di un «professore universitario » forse in contatto con le Br.

Un’altra tesi, rimasta tale, è che i servizi segreti russi del Kgb avrebbero fatto filtrare la notizia su via Gradoli per averla appresa da un loro agente sotto copertura in Italia, tale Giorgio Conforto, nome in codice Dario, amico dell’affittuaria dell’appartamento di via Gradoli, padre di quella Giuliana Conforto nel cui appartamento vennero arrestati Morucci e Faranda. Solo una volta Prodi si è seduto davanti a una commissione per riferire della seduta spiritica e di questa Gradoli («visto che nessuno ne sapeva niente ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, di riferire la cosa »). Da allora, non ha più risposto ai numerosi inviti a chiarire. Lo hanno fatto, invece, altri due collaboratori del Prof presenti: Mario Baldassarri e Alberto Clò. Il «piattino » di Prodi, per Baldassarri, diventa un «bicchierino » («prima che arrivassi avevano chiamato La Pira. Il gioco funziona che uno mette il piattino e chiama un personaggio »), che si trasforma in un «piattino da caffè » nella versione di Clò. Per Fabio Gobbo, allievo di Prodi, si trattava invece di un «posacenere ». E se Prodi ricorda che quel giorno «pioveva », e Baldassarri parla di «giornata uggiosa », il giornalista Antonio Selvatici dimostrò – carte del servizio idrografico alla mano – che a Zappolino quel pomeriggio non cadde una goccia. Dopo anni di silenzi fregnacce ultraterrene, i fantasmi di La Pira e di don Sturzo potrebbero essere invocati nuovamente da Prodi per capire chi andrà al «Colle ». Inteso come Colle Quirinale, non Colle Val D’Elsa, Colle Brianza, Colle d’Anchise (Campobasso) o Gioia del Colle.


Prodi. Il nome da battere
di Salvatore Merlo
(da “il Foglio”, 13 aprile 2013)

E’ ormai il contrario della mortadella, Romano Prodi ha imparato a reprimere il risentimento e a colpire in silenzio e da lontano, parla solo di Europa perché “le beghe italiane puzzano di cacio” ma, ambizioso e testardo com’è, ha costruito con diabolica innocenza una formidabile candidatura al Quirinale. “Per il Pd sarebbe difficilissimo non votarlo”, ammette Nicola Latorre, il senatore amico di Massimo D’Alema e Nichi Vendola. “Succede al quarto scrutinio, con i voti di Grillo”. Un colpo a effetto, nel caos, con tre grandi elettori: Renzi, Casaleggio e Bazoli.

Come molti nel Partito democratico, anche Nicola Latorre sa bene che nella confusione di questa legislatura pazza e fragile Prodi sente già di avere in tasca la presidenza della Repubblica: se gli uomini di Grillo a un certo punto, superato il terzo scrutinio, votano per lui – questa la meccanica – allora Bersani non potrà che chinarsi per far passare la piena: calati iunco… “Sarebbe difficilissimo non votarlo”. Questa la scena: Nella confusione di una votazione ormai ingovernabile, a scrutinio segreto e a maggioranza relativa, il segretario del Pd si troverebbe costretto a convergere anche lui su Prodi per sperare, a quel punto, di guadagnarci almeno qualcosa, ovvero che il professore appena eletto gli consenta di fare ciò che Napolitano non gli aveva permesso: quel governo di minoranza che i maligni del Pd, come scrive il blog Left Wing, sfogatoio di anonime e ironiche intelligenze del partito, chiamano “monocolore con maggioranza casuale”. Un’atto di ostilità nei confronti di Silvio Berlusconi, la conseguenza di una partita senza schemi e ormai saltata per aria.

Al quirinabile Prodi non serve un appoggio ufficiale del centrosinistra: quella che ha progettato, lo schema di cui si parla molto nei sotterranei del Palazzo, è una vittoria di carambola, un colpo improvviso, a effetto, sul biliardo del Parlamento riunito in seduta comune. E dunque se i due Ber. non dovessero accordarsi, com’è possibile che accada, se insomma Berlusconi e Bersani finissero col presentarsi in Parlamento senza un nome condiviso, nella confusione che ne deriverebbe “a quel punto è davvero la volta di Prodi”, come temono, per ragioni evidentemente diverse, sia il saggio berlusconiano Gianni Letta sia il giovane turco del Pd Matteo Orfini (“il guaio è che le candidature alternative sono tutte sbagliate”). Ed è vero, come dice Stefano Ceccanti, l’ex senatore del Pd, che “l’accordo tra Berlusconi e Bersani, se c’è, verrà fuori solo all’ultimo momento possibile per evitare che salti per aria”, ma rimane pure vero che “senza accordo l’elezione del presidente diventa una roulette impazzita”.

E Prodi è lì pronto che già prende la misura dell’alloggio presidenziale, forte dei suoi voti, dei suoi vecchi amici (il banchiere Giovanni Bazoli in prima fila) e dei suoi influenti “grandi elettori” che si chiamano – per quanto qualcuno dei nomi possa sembrare strano o incoerente – Enrico Letta, Rosy Bindi e, soprattutto, la coppia inedita formata da Matteo Renzi e Gianroberto Casaleggio. Sono il sindaco rottamatore di Firenze e il santone di Grillo gli sponsor che il professore ha conquistato da tempo alla sua lunga e occulta rincorsa verso il Quirinale. E di cosa mai avranno parlato a Firenze, l’altro giorno, gli ex nemici D’Alema e Renzi? Forse anche di questo, malgrado D’Alema coltivi sempre, nel folto dei suoi baffi, la dote suprema dell’ambiguità: un po’ per l’inciucio con il Caimano, un po’ no. Ma per Renzi è diverso, il sindaco vuole affondare Bersani e cerca una soluzione che porti al voto il prima possibile. Dunque: “Prodi è una figura di garanzia. Va bene cercare le larghe convergenze, ma non conta solo Berlusconi”, ha detto ieri all’Unità Graziano Delrio, presidente dell’Anci e gran visir di Renzi. Insomma è fatta, o quasi (ma Prodi darebbe le elezioni anticipate anche se a volerle fosse Berlusconi? “No, Prodi significa guerra civile”, dice Fabrizio Cicchitto”).

La faccenda è complicata, ma le forze in campo sono definite e dentro il Pd rimane quasi solo Bersani l’ostacolo più serio all’operazione prodiana perché gli altri avversari, quelli che sostengono la candidatura di Franco Marini, cioè Dario Franceschini e Beppe Fioroni, esprimono tutta la fragilità del mondo degli ex Popolari. Ma il segretario Bersani quanto è davvero ostile all’idea di Prodi presidente? “Se Grillo vota Prodi, nella confusione, sarebbe difficilissimo per Bersani non votarlo pure lui”. Appunto. E’ da mesi che Prodi ha tessuto con pazienza una trama fitta e complicata sull’asse Firenze-Bologna: alle primarie del Pd ha fatto capire di tifare per il Rottamatore, lo ha ricevuto nel suo studio (ma poi ha ammesso anche Bersani). Insomma pur facendo sapere che il ragazzino gli piaceva più del vecchio emiliano, per un po’ il professore si è tenuto in precario equilibrio tra i duellanti, e ha agitato un’offensiva goffa eppure efficace, in prospettiva, per la conquista del Quirinale. La confidenza con Renzi instaurata in quei giorni del 2012 ora gli torna preziosa. Come utile è stato il lavoro di collegamento tentato a partire da febbraio, dal dopo elezioni, con il mondo inafferrabile di Grillo e Casaleggio (vecchio amico di Nomisma). Anche se smentisce – nervosetto – ogni contatto, secondo le malizie Prodi ha invece tentato un’operazione diplomatica alla corte di Caseleggio per favorire il “governo del cambiamento” inutilmente inseguito da Bersani. Certo, Prodi ha lavorato per il bene superiore del Pd e del centrosinistra. Ma a ben vedere il professore disinteressato (“il Quirinale? Non è cosa”, “io non esisto”, “non sono Cincinnato”) ha soprattutto lavorato per sé.


Il 18 aprile e la sagra dei franchi tiratori
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 13 aprile 2013)

Pierferdinando Casini, che è politico di lungo corso e di grande pelo sullo stomaco, sostiene che Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi hanno già stretto un accordo sul successore di Giorgio Napolitano e sul prossimo governo ma lo tengono nascosto per non farlo bruciare da possibili reazioni interne sia al Pd che al Pdl. Può essere che Casini abbia ragione. Ma non è detto che il silenzio dei due leader favorisca la buona riuscita dell’intesa. C’è , semmai, il rischio sempre più evidente che lo stato di fibrillazione prodotto dalla assenza ufficiale di un qualsiasi accordo provochi un effetto esattamente contrario a quello voluto.

Cioè l’impossibilità di realizzare qualsiasi intesa a causa della riapparizione delle correnti all’interno del Partito Democratico e dello scoppio di una conflittualità tra queste diverse componenti del partito di Bersani che secondo qualche osservatore ricorda la guerra di correnti interna alla Democrazia Cristiana che precedette e provocò l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale. Il rischio che l’eventuale patto tra il Cavaliere ed il segretario Pd salti è concreto ma il paragone tra le situazione odierna e quella del ’92 è sbagliato. Non perché il correntismo del Pd non ricordi quello della Dc ma perché quello di oggi che riguarda il partito di Bersani è decisamente più grave di quello democristiano. Allora la Dc si divise tra forlaniani ed andreottiani e la spaccatura irrimediabile provocò l’elezione nefasta di Scalfaro.

Oggi le spaccature del Pd non sono solo tra renziani e bersaniani, come potrebbe apparire a prima vista, ma sono tra tutti contro tutti, tra cattolici e post-marxisti, tra franceschiniani, bindiani, dalemiani, veltroniani, giovani turchi, bersaniani del tortellino e quelli estranei al tortello magico, riformisti e neo-comunisti, tra ambientalisti ed animalisti e l’elenco potrebbe andare avanti ancora a lungo fino ad identificare la posizione di ciascun parlamentare ed esponente del partito. Il guaio, infatti, è che la Democrazia Cristiana del ’92 era un partito in via di dissolvimento ma non lo sapeva mentre il Pd è un partito in cui tutti i suoi militanti sanno benissimo essere destinato al dissolvimento. E l’occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica è l’occasione più prossima e più invitante per rendere palese ed ufficiale ciò che è fin troppo evidente dentro e fuori il partito. La riprova di questa singolare situazione è costituita dal timore che qualunque strategia venga decisa dal vertice del Pd per dare una soluzione al doppio nodo del Quirinale e del governo possa essere impallinata e bloccata da qualche corrente decisa a mettersi di traverso.

I bersaniani, ad esempio, temono che se il segretario decidesse di puntare ad eleggere un Capo dello Stato vicino ai grillini e pronto a dargli il famoso mandato pieno per l’improbabile governo di minoranza, i renziani e le altre correnti contrarie al disegno approfitterebbero del voto segreto previsto per l’elezione del Presidente della Repubblica per mandare a picco l’operazione. A loro volta, però, gli stessi renziani e gli esponenti delle altre correnti appaiono perfettamente consapevoli che i ruoli potrebbero essere scambiati se i seguaci di Bersani volessero bloccare qualsiasi intesa sul successore di Napolitano diretta a favorire la formazione di un governo non guidato dal proprio leader. La sensazione, in sostanza, è che il 18 aprile, giorno in cui si apriranno le votazioni per il successore di Napolitano, si tornerà a parlare dei franchi tiratori della sinistra e della loro capacità di paralizzare il Parlamento e la politica nazionale decretando nei fatti la fine del Partito Democratico.


La Banda degli Stolti: inciucio sulla giustizia e denari ai partiti
di Peter Gomez
(da “il Fatto Quotidiano”, 13 aprile 2013)

Come volevasi dimostrare: i 10 supposti saggi di Giorgio Napolitano si sono smascherati da soli. E quello che c’è sotto non è bello da vedere.

Dovevano partorire un elenco di 4 o 5 cose da fare subito per fronteggiare la crisi economica e politica. Un breve documento attorno al quale mettere in piedi un governo di scopo che, una volta approvata la nuova legge elettorale, riportasse il paese alle elezioni. Invece, dai loro 10 giorni di lavoro, sono saltate fuori 130 pagine in cui di chiaro ci sono solo due passaggi. Quelli in cui i prescelti dal futuro ex Presidente della seconda nazione più corrotta d’Europa indicano, con dovizia di particolari, i provvedimenti con cui depotenziare le intercettazioni telefoniche, abbreviare i tempi d’indagine, mettere una mordacchia alla stampa, intimorire i magistrati (c’è la creazione di una sorta di Csm di secondo grado i cui membri sono nominati un terzo dal parlamento e un terzo dal Capo dello Stato), abolire in caso di assoluzione l’appello e salvare i soldi della partitocrazia.

I rappresentanti (solo maschi) della partitocrazia che ha portato il Paese allo sfascio hanno infatti stabilito – ovviamente con saggezza- che il risultato del referendum del ’93 sull’abolizione finanziamento pubblico ai partiti non conta. E che non conta nemmeno l’opinione degli attuali elettori schierati (secondo tutti i sondaggi) per la cancellazione dei (finti) rimborsi elettorali. O quella del Movimento 5 stelle, dei parlamentari renziani, di quelli di Scelta Civica e persino del Pdl , chiamati al momento della candidatura a impegnarsi in questo senso per iscritto.

La cosa però non turba il saggio senatore Pdl, Gaetano Quagliariello, che preferisce giustamente ricordare come “il capitolo nel quale più significativa è risultata la piena legittimazione di importanti posizioni fin qui oggetto di pregiudizio è quello della giustizia”. E poi elenca felice tutti i punti dell’accordo, compresi il “più stretto controllo dei provvedimenti cautelari, i rapporti tra magistratura e mezzi di comunicazione, i limiti alla giurisprudenza creativa”. Come dire: ladri di partito, colletti bianchi, tirate un sospiro di sollievo, ci saranno meno indagini, meno galera e meno cattiva stampa per tutti.

Ovviamente per fare una riforma simile ci vogliono mesi. Ma è stata trovata una soluzione. Sulla fondamentale legge elettorale, indicata fino a ieri come un’urgenza, salta fuori l’ennesima ipotesi pastrocchio un po’ proporzionale e un po’ maggioritaria. L’idea che, per fare in fretta, si potesse copiare in toto le norme di un altro paese (magari la Francia) non ha sfiorato i rispettati esponenti della Casta che hanno redatto questo eccellente programma dell’inciucio. E anzi, giusto per far capire che se la cosa si fa durerà cinque anni, sono state previste in parallelo una serie di riforme costituzionali, ovviamente lunghissime da approvare.

Così almeno ci sarà il tempo di capire quali provvedimenti prendere davvero sull’economia. Nell’agenda dell’inciucio di indicazioni concrete, tra mille principi spesso condivisibili, non ve ne sono. Tutto è fumoso, come nella migliore tradizione dei partiti di italica concezione, e giusto per dimostrare al mondo che non si è capito nemmeno in quale anno si vive la parola internet, in 89 pagine, non compare mai. C’è però un accenno molto vintage alla trasparenza degli atti della pubblica amministrazione da ottenere “anche grazie all’uso del web”.

Povera italia, verrebbe da dire. L’hanno umiliata e offesa. E adesso la vogliono uccidere.


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Bart