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LETTERATURA: I MAESTRI: Giovani

14 Aprile 2013

di Mario Tobino
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 8 febbraio 1970]

Nessuno cammina pi√Ļ per la campagna, conversa con la natura, nessuno contempla il maturarsi e l’estinguersi delle stagioni. Gli infermieri del mio ospedale √Ę‚ÄĒ quasi tutti fi ¬≠gli di contadini √Ę‚ÄĒ si muovo ¬≠no solo con l’automobile, di ¬≠sdegnano anche i pochi passi; se debbono arrivare dal tabac ¬≠caio all’angolo, riaccendono il motore.

Trionfa la macchina; √® sul ¬≠l’altare. Se per la campagna si sfiorano cascinali, √® facile sorprendere in mezzo all’aia un’automobile, intorno un uo ¬≠mo vi officia, si china sul pa ¬≠rabrezza, lo inumidisce col fiato, strofinando con una pel ¬≠le lo fa pi√Ļ trasparente.

Con questo gli uomini non sono pi√Ļ felici. Tutt’altro. Per ogni dove irrequietezza, zep ¬≠pe le teste di storture, assenza di una direzione, giovani in preda ad ansie e tentano di allontanarsi dalla realt√† usan ¬≠do perfino le droghe.

Due giovani mi vengono a trovare. Il portiere bussa alla porta della mia camera e li annuncia:

¬ę C’√® G., dottore ¬Ľ.

G. ormai qui all’ospedale √® di casa. Due o tre anni fa ve ¬≠niva a farmi leggere racconti, diari, confidarmi sue speranze.

¬ę Bene ¬Ľ.

¬ę E’ con un suo amico ¬Ľ.

Nella voce reticente del vec ¬≠chio portiere √® facile indovi ¬≠nare che l’amico non √® pro ¬≠prio per la quale.

Infatti ha i capelli lunghi, magro, spiritato. I calzoni di velluto sono s√¨ attillati, ma da tempo non conobbero lavatu ¬≠ra, in una delle tasche poste ¬≠riori c’√® infilato una specie di portafoglio che rimane per√≤ per met√† fuori. Penso che sia un modo per significare spre ¬≠gio e indifferenza per quei documenti, ai quali tristemen ¬≠te la societ√† obbliga.

Sono mesi che non vedo G. Si è sposato, si è trasferito in una grande città, ha un di ­screto impiego.

¬ęHai lavorato? √Ę‚ÄĒ voglio dire letterariamente ¬Ľ.

Non risponde come faceva una volta che serrava le lab ­bra quasi a dimostrare la ten ­sione che ci aveva messo. Svagola invece in futuri progetti, in propositi, dice che ha in animo di presentarsi al diret ­tore di un settimanale e pro ­porgli delle colonnine, fatica ­re poco e guadagnare assai.

¬ę Hai preso una brutta via √Ę‚ÄĒ interrompo. √Ę‚ÄĒ Hai di che vivere, una compagna, tempo libero, e non lavori. Quando eri sperso in quel paesino di montagna a insegnare ai bam ¬≠bini, soffrivi freddo e solitu ¬≠dine, ma quando scendevi gi√Ļ eri caldo di scoperte, di uma ¬≠nit√†, e facesti bei racconti, che Il Mondo pubblic√≤. Avevi in ¬≠contrato la poesia in quei pae ¬≠si che sempre pi√Ļ si spopola ¬≠no; tante case con le occhiaie vuote ¬Ľ.

 

*

 

Voglio dirottare, per lo me ­no fare una pausa. Mi rivol ­go al capellone che poi cono ­sco benissimo, addirittura è come me, figlio di un farma ­cista. Abbiamo forse simili ri ­cordi: il padre che torna su dalla bottega, nelle stanze di sopra, dopo aver servito, aver pazientato, essere stato attento.

Il capellone figlio del far ¬≠macista √® tornato ora dall’America, and√≤ via con po ¬≠chi soldi, un maglione, vesti ¬≠to come ora, per fare dei do ¬≠cumentari, cinematografo. Rapidamente mi domando se non sia una brava persona, un uomo sincero che segue il proprio sentimento, la felicit√† il primo interesse, esprimere se stesso la prima morale.

Era iscritto alla facoltà di farmacia, già sostenuti diversi esami, frequentato il labora ­torio, ma lo uggiava la pro ­spettiva di quel banco di far ­macia, piegarsi ai clienti, e allora, al diavolo la farmacia! Ora calcola di andare in In ­dia per un altro documentario.

Questi due giovani √Ę‚ÄĒ G. e il figlio del farmacista √Ę‚ÄĒ non sono certo puri ¬ę maoisti , ma arieggiano, fanno parte del clima, dell’aura, e ne appro ¬≠fitto, domando spiegazioni. G. risponde come se con ¬≠tinuasse un interno arrovell√¨o:

¬ę Al mio impiego i colleghi sono tutti scontenti, arrabbia ¬≠ti ¬Ľ.

¬ę Ma √® facile! √Ę‚ÄĒ interrom ¬≠po. √Ę‚ÄĒ Perch√© non lavorano, non producono, parassiti. So ¬≠no stati l√¨ impiegati, in quell’istituto, per mene politiche, non per valore. E’ per que ¬≠sto che non sono contenti, non osano confessarsi intrusi e falliti ¬Ľ.

Addio! Ho preso l’aire! Sono io che so tutto; da me tutte le spiegazioni:

¬ę I giovani fanno gli estremisti per sete di gloria. Essa per√≤ non si concede loro. La gloria oggi non si incontra sulle piazze e neppure sui campi di battaglia. La si pu√≤ avvicinare nel silenzio degli studi, nei laboratori, nel pe ¬≠noso lavoro… lavoro che non sembra amato dai giovani ¬Ľ.

¬ę Si sono avviati per una strada vecchia √Ę‚ÄĒ continuo √Ę‚ÄĒ disselciata, senza fondo, an ¬≠che se sono arsi da qualche cosa, qualche cosa di religio ¬≠so… ¬Ľ. E d’improvviso, con piacere, con uno sghignazzo, cambio il tono:

¬ę Risate per√≤ me ne hanno fatto fare! Sono loro grato. Tutto voglio dire, il bene e il male ¬Ľ.

¬ę Nei primi tempi √Ę‚ÄĒ quan ¬≠do mi giungevano notizie del ¬≠le loro imprese √Ę‚ÄĒ mi sentivo ringiovanire. Si erano alzati davanti a un trombone di pro ¬≠fessore, carico di percentuali, di presidenze, di stipendi e lo avevano denudato: non edu ¬≠catore ma anima nera. Non dedito alla scuola ma alla cu ¬≠pidigia ¬Ľ.

¬ę A quell’altro superbo, al ¬≠tezzoso, inavvicinabile, sem ¬≠pre ai congressi, lontano da ¬≠gli studenti, avevano gridato che sgonfiasse la sua boria, modestamente scendesse a far lezione, per questo era stato nominato; passavano mesi e mesi senza che toccasse quel ¬≠la cattedra, alla quale doveva tutto ¬Ľ.

¬ę Una risata lunga, sapori ¬≠ta, mi sgorg√≤ anche quando seppi che avevano beffeggiato il pi√Ļ cospicuo della famiglia mafiosa, senza la pronazione alla quale era ben difficile in una certa universit√† salire in cattedra ¬Ľ.

¬ę Per√≤, per√≤, amara la boc ¬≠ca mi si storse quando mi giunse notizia che non c’era stato rispetto per il valentissi ¬≠mo filologo-romanzo, e si era in qualche modo turbata la ricerca di un nostro grande fisiologo. E di pi√Ļ non appro ¬≠vai quando gli esami furono ridotti a quisquilie, si abbor ¬≠racciarono. E inoltre si occu ¬≠pavano le aule, era proibito frequentare le lezioni ¬Ľ.

¬ę Ma come far√† √Ę‚ÄĒ mi do ¬≠mandavo √Ę‚ÄĒ un futuro medi ¬≠co che oggi non si addestra, come distinguer√† anche le ma ¬≠lattie pi√Ļ semplici, la diffe ¬≠renza tra broncopolmonite e polmonite lobare, come distin ¬≠guer√† se non ha frequenza con l’ottusit√† alla percussione, il fremito vocale tattile, il sof ¬≠fio bronchiale e tutti gli altri segni? Perch√©, perch√© non fre ¬≠quentano? ¬Ľ.

Il figlio del farmacista ca ­pellone alzò su il viso, a ri ­spondermi:

¬ę Il primo giorno dell’uni ¬≠versit√† riuscii a penetrare nel piccolo anfiteatro di chimica organica. Il professore all’ini ¬≠zio disse: ‚ÄúNel presente an ¬≠no a chimica-farmacia sono iscritti settecentocinquanta stu ¬≠denti. Questa aula ne contie ¬≠ne appena ottanta. Questi ot ¬≠tanta frequentino, insegner√≤ quello che so. Gli altri vadano per le strade a protestare. Per loro il posto non c’√®‚ÄĚ ¬Ľ.

 

*

 

A queste parole dette pa ­catamente mi caddero tutte le armi.

Non era stata prevista la trasformazione dell’Italia da agricola a industriale, l’im ¬≠provvisa ricchezza, il diritto per tutti allo studio. Un pro ¬≠blema grosso, una gioia trop ¬≠po grande: era accaduto per l’estro italiano, per un genio. Dalla fame del dopoguerra, dall’umiliazione, valicando ogni preformato sistema, non ascoltando le elucubrazioni po ¬≠litiche, si era diventati forti, allegri, si era inventata la ric ¬≠chezza.

Le parole del capellone mi avevano paralizzato: Per gli altri non c’√® posto in questa aula. Vadano per le strade a gridare.

Come era vero! Di quante riforme, di quanti provvedi ­menti, aveva urgenza il no ­stro paese!

Fu a questo punto che guar ¬≠dando con la coda dell’occhio i due giovani mi domandai che avrei fatto se avessi avuto la loro et√†. E, non ero sem ¬≠pre stato anarchico? a volte alla violenza domandato una soluzione? una vita libera da qualsiasi costrizione? non ub ¬≠bidire e non comandare? Non avevo amato questa grande illusione? l’anarchia?

E intanto risuscitavo gli an ¬≠ni della mia giovent√Ļ, sotto la dittatura, la guerra dove furono uccisi giovani innocenti.

Giovent√Ļ generosa! sognatrice di un mondo bello (spes ¬≠so invece conclusosi in lunghe code davanti alle botteghe, in una tirannia pi√Ļ nera, in una pi√Ļ grande paura).

¬ę Lasciamo stare per il momento √Ę‚ÄĒ ripresi con voce af ¬≠fettuosa √Ę‚ÄĒ politica e sociologia. Soltanto, di passaggio ricordiamo che la maggiore stupidaggine √® minacciare le rivoluzioni senza farle. Met ¬≠tiamo per il momento da par ¬≠te i problemi che sono sorti in una Italia in piena trasfor ¬≠mazione. Non discutiamo sui giovani, cinesi o contro-cinesi.

Se quei movimenti riusciran ¬≠no ad accelerare le riforme di cui ha sete l’Italia siano be ¬≠nedetti ¬Ľ.

¬ę Parliamo invece di lette ¬≠ratura, che anche quella ci sta a cuore ¬Ľ.

¬ę Via √Ę‚ÄĒ dissi con dolcezza rivolgendomi a G. √Ę‚ÄĒ quando ti rimetti a lavorare? Ora hai tempo, un certo benessere, la calma necessaria. Il tuo libro sulla campagna che si spopo ¬≠la, le tue esperienze di mae ¬≠stro in quel paesino di mon ¬≠tagna, me lo ricordo a perfe ¬≠zione, pagine di poesia, me ¬≠ditate, ritratto di un’anima. Basta che tu gli dia pi√Ļ equilibrio, rapporti precisi tra le parti, un numero, una mate ¬≠matica, vorrei dire una musi ¬≠ca. Manca ancora di stile… ¬Ľ.

G. annuiva e rifaceva l’e ¬≠spressione tesa come una vol ¬≠ta, quando era agitato dall’an ¬≠sia di esprimersi, di lavorare.

 

 

NOTA. In questo elzeviro mi pare di riconoscere nel giovane G. lo scrittore Fabrizio Puccinelli, morto prematuramente. (bdm)

 


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Bart