di Cesare Segre
[da “La fiera letteraria”, numero 20, giovedì, 16 maggio 1968]
«E allora andiamo a farci una bella cenetta »: così reagì Benvenuto Terra cini alla notizia, datagli dai nipoti an gosciati, che il medico gli aveva pro nosticato, in seguito a diagnosi di leu cemia, pochi mesi di vita (furono in vece pochi giorni). Nella risposta sere na e quasi lieta c’è tutto Terracini, pronto ad affrontare qualunque diffi coltà e ad accollarsi i più duri doveri, ma anche a riconoscere gl’inappella bili responsi di una realtà che va ac cettata e compresa con un sorriso.
A questa specie di « santità » Terra cini non era forse arrivato per via in tellettuale, ma istintivamente, anche se favorito da tradizioni familiari. Con tutta, la sua cultura, egli aveva infatti saputo rimanere un candido: bastava vederlo con dei bambini attorno, ine sauribile in tiritere e favole. E persino i suoi occhi chiarissimi, la corporatura minuta, il passo incespicante (ricordo, insieme a una medaglia d’argento, d’u- na grave ferita di guerra) gli davano un aspetto infantile. Perciò la sua « santità » era ilare: egli sapeva godere d’infinite cose, un romanzo, un film, un viaggio, soprattutto una bella escur sione. E col suo passo incespicante ave va continuato sino agli ultimi tempi ad arrampicarsi su quelle montagne dov’era iniziata la sua avventura di dialettologo.
LE PARLATE DI USSEGLIO
Il grande linguista era uno specchio dell’uomo. E nella parabola vertigino sa dei suoi apporti alla scienza (che sono tra i più alti e sicuri del nostro secolo) si riconoscono le molteplici espressioni della sua umanità. Terraci ni aveva incominciato come dialettolo go, studiando alcune parlate piemonte si, e ha chiuso l’operosa esistenza co me dialettologo, portando alla fase esecutiva l’Atlante Linguistico Italia no, archivio del nostro tesoro dialetta le (ora affidato alle cure del suo allie vo Grassi). Già nello studio delle par late piemontesi il giovane Terracini aveva scoperto la sua strada: che, alle viando le costrizioni descrittive e clas sificatorie per creare più liberi, agili, aderenti schemi, lo portava diretta- mente al senso linguistico dei parlan ti, cioè agli albori di quella coscienza formale che poi avrebbe ritrovato, con aspetti molto più sofisticati, nella sto ria della lingua letteraria e nell’analisi dello stile.
I montanari di Usseglio e di Forno di Lemie, gli abitanti di Susa (le loca lità da lui studiate) apparvero come i modesti protagonisti di un conflitto linguistico tra la parlata locale e quel le dei paesi vicini, o persino tra le par late di borghi attigui, dominanti o do minati a seconda del loro rispettivo « potere di irradiazione »: sullo sfondo, l’onda montante del dialetto piemonte se, simbolo della più articolata civiltà della pianura, donde un più ampio con flitto. Questa impostazione « confìittiva » sarebbe stata uno dei motivi prin cipali della linguistica terraciniana, si no ai Conflitti di lingue e di cultura (Venezia 1957); mentre l’attenzione agli spostamenti e ai riassestamenti dei paradigmi morfologici in cui le va rie spinte dialettali venivano a contat to portava Terracini (che avrebbe ri conosciuto, e parzialmente, il fatto molto più tardi) a poca distanza dallo strutturalismo.
La situazione dialettale messa in ri lievo era dunque un caso di bilingui smo, Quando Terracini spostò le sue ricerche al latino volgare, al sostrato mediterraneo e a quello celtico (resti delle civiltà linguistiche travolte dalla conquista romana e dal latino), trovò che anche quei fenomeni ben più ric chi di conseguenze storiche si spiega vano in modo abbastanza simile. Lotta di prestigio tra la civiltà vincitrice e quella sconfitta; progressiva assimila zione formale della lingua dei vinti al latino, eventuale difesa entro i confini paesani o familiari di parole e forme della vecchia lingua. Terracini torna va allora allo studio d’un dialetto: ma d’un dialetto come il sardo in cui s’e- rano depositate le tracce di vicende linguistiche millenarie.
LA SUA TEORIA DELLA LINGUA
Dallo stretto orizzonte d’un dialetto di montagna alla ribalta europea della romanizzazione, Terracini aveva porta to una visione di storia culturale che lo collega, ma anche lo differenzia dallo storicismo idealistico, per esempio di Vossler. Intanto perché i princìpi sto riografici di Terracini erano stati ela borati nel corso di un’originale espe rienza linguistica (che lo avvicinava al positivismo del maestro Gilliéron e al le concezioni logico-geografiche di Bar- toli). Poi perché nella maturità teore tica di Terracini viveva l’eredità di tutta la storia della glottologia, da lui percorsa e ripercorsa con occhio acu tissimo (si vedano, tra i molti ritratti di linguisti, quelli raccolti nella Guida allo studio della linguistica storica, Ro ma 1949). Vico, Humboldt, Schuchardt, Cassirer (e, ciò che non era allora ovvio, Saussure e Bally) erano stati assimilati da lui in modo originale.
Terracini aveva una sua teoria della lingua. Essa non mirava a definire sin gole leggi, ma piuttosto le condizioni costanti dell’attività linguistica: la po sizione del parlante fra le norme che la lingua sembra imporgli e la libertà con cui solo gli pare di esprimersi pie namente; la concorrenza creatrice in seno alla lingua, tra i mille, piccoli o grandi, atti creativi (le innovazioni), e la forza d’inerzia opposta dalla lingua in quanto prodotto della storia; la dia lettica fra lingua e cultura, dove la lingua, in ritardo rispetto alla cultura proprio perché prodotto storico, si fa voce della cultura stessa durante l’atto espressivo. Una teoria, come si vede, estremamente duttile, e pronta a esse re adattata all’infinità dei problemi dello sviluppo linguistico (l’esposizio ne più completa è nel volume Lingua libera e libertà linguistica, del 1963).
Tra i problemi più affascinanti, ci sono quelli della lingua letteraria: in cui le forze plastiche della lingua sono messe in moto da una precisa volontà inventiva. Terracini era stato attratto dall’argomento sin dai primi anni, quando una specie di affinità spiritua le 1,’aveva spinto a studiare la letteratu ra francescana. Il fascino dell’analisi letteraria s’era poi concentrato in un àmbito dove linguistica e letteratura possono avere un luogo d’incontro ideale: la storia della lingua italiana, di cui egli fu uno dei principali pro motori. Ma è durante l’esilio argentino che, lontano dagli strumenti di lavorò e forse spinto da nostalgia di patria, Terracini attuò la più decisa conver sione agli studi di stilistica e di critica con una serie di articoli su Pirandello. L’attività critica di Terracini finì a un certo punto per diventare quasi predo minante, anche se perpetuamente va gliata a un controllo teoretico (lo atte sta la tripartizione del volume Analisi stilistica. Teoria, storia, problemi, Mi lano 1966, che raccoglie i suoi saggi migliori).
Diveniva ormai difficile distinguere tra gli scritti in cui l’analisi letteraria costituiva un apporto o una verifica a un problema teorico o a un panorama di storia linguistica, e quelli in cui il critico prende felicemente la mano al glottologo. (Non per nulla due capitoli dell’Analisi stilistica cercano di fissare i confini tra stilistica, linguistica e cri tica). Quando reimpostava genialmen te il problema della traduzione, Terra cini individuava una circostanza idea le per osservare uno dei casi più fe condi di contatto tra due culture per il tramite di due lingue. Quando impian tava una tipologia dell’italiano posan dola sul perimetro del fiorentino due e trecentesco, definito con l’aiuto d’un grande scrittore come Dante, ma an che di minori e di minimi, egli utiliz zava sapientemente la stilistica a van taggio della storia della lingua.
Quando però egli esaminava Manzo ni e Pirandello, era il critico che vin ceva. La passione per Pirandello fu in Terracini una lunga fedeltà. Forse, quel dominio intellettuale su contrad dizioni e paradossi prima sviscerati e portati alle estreme conseguenze rap presentava per Terracini una metafo ra dell’attività critica, dove si mescola no ragione e intuizione, controllo e ab bandono,, e rimane un senso, infine, di delusione.
Solo negli ultimi anni la fama di Terracini era trapelata fuori delle Università e delle Accademie. L’Italia, si sa, è bravissima nel trascurare e sprecare i suoi ingegni. E quale perso na sedicente colta ha la pazienza di scorrere le riviste specialistiche, do vesse anche scoprirvi un finissimo saggio terraciniano su Calvino? Così, nel recente centenario di Pirandello pochissimi si accorsero che la mono grafia di Terracini sulle Novelle per un anno è uno dei più solidi apporti alla valutazione del drammaturgo.
In Francia, Terracini avrebbe avuto addosso i riflettori. Ma egli non era in verità uomo da riflettori. Quando par lava in pubblico, il suo improvvisare con un linguaggio dimesso, confiden ziale, il suo accento torinese, di cui evidentemente si compiaceva, portava no a interpretare su una chiave di simpatica bonarietà la raffinatezza dif ficilmente avvertibile del soggiacente discorso teorico. Il discorso segnava con precisione l’alto livello del pensie ro, ma il tono linguistico era commisu rato alla modestia dell’uomo, al suo pacato rifiuto verso le tentazioni del l’orgoglio, dell’ambizione, dell’invidia.
Interpreti e uditori ideali di Terracini erano gli allievi (uno stuolo) da lui cresciuti in una quarantina d’anni d’insegnamento nelle Università di Ca gliari, Padova, Milano, Tucumàn, Tori no. Questi allievi che, avviati socrati camente da lui, avevano imparato a recuperare tutto un mondo da poche righe d’un testo antico o moderno, do cumentario o letterario, coglievano co me in un linguaggio cifrato le più pre gnanti allusioni del maestro. Famose, a Milano e Torino, le esercitazioni di Terracini, in cui l’osservazione, ini zialmente timida e magari banale del l’allievo, apriva chissà come le porte a una soluzione brillante, in cui le tante interpretazioni possibili si confronta vano, si ordinavano, si conciliavano.
Generazioni di allievi: alcuni lo han no seguito nella carriera universitaria, ma sparpagliandosi, tali la varietà di temi e la mancanza di dogmatismo, tra un vero campionario di discipline (linguistica, dialettologia, storia della lingua, filologia romanza, letterature italiana e spagnola); molti hanno pre ferito fermarsi nei licei e nelle biblio teche. Ma tutti hanno l’impressione che l’insegnamento di Terracini â— lungi dal violentarli, come direbbero certi studenti d’oggi â— abbia schiuso loro possibilità di conoscenza e di comprensione che altrimenti non avrebbero mai attinto.