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LETTERATURA: I MAESTRI: Benvenuto Terracini. Dal dialetto alla critica letteraria

25 Maggio 2013

di Cesare Segre
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 20, gioved√¨, 16 maggio 1968]

¬ęE allora andiamo a farci una bella cenetta ¬Ľ: cos√¨ reag√¨ Benvenuto Terra ¬≠cini alla notizia, datagli dai nipoti an ¬≠gosciati, che il medico gli aveva pro ¬≠nosticato, in seguito a diagnosi di leu ¬≠cemia, pochi mesi di vita (furono in ¬≠vece pochi giorni). Nella risposta sere ¬≠na e quasi lieta c’√® tutto Terracini, pronto ad affrontare qualunque diffi ¬≠colt√† e ad accollarsi i pi√Ļ duri doveri, ma anche a riconoscere gl’inappella ¬≠bili responsi di una realt√† che va ac ¬≠cettata e compresa con un sorriso.

A questa specie di ¬ę santit√† ¬Ľ Terra ¬≠cini non era forse arrivato per via in ¬≠tellettuale, ma istintivamente, anche se favorito da tradizioni familiari. Con tutta, la sua cultura, egli aveva infatti saputo rimanere un candido: bastava vederlo con dei bambini attorno, ine ¬≠sauribile in tiritere e favole. E persino i suoi occhi chiarissimi, la corporatura minuta, il passo incespicante (ricordo, insieme a una medaglia d’argento, d’u- na grave ferita di guerra) gli davano un aspetto infantile. Perci√≤ la sua ¬ę santit√† ¬Ľ era ilare: egli sapeva godere d’infinite cose, un romanzo, un film, un viaggio, soprattutto una bella escur ¬≠sione. E col suo passo incespicante ave ¬≠va continuato sino agli ultimi tempi ad arrampicarsi su quelle montagne dov’era iniziata la sua avventura di dialettologo.

LE PARLATE DI USSEGLIO

Il grande linguista era uno specchio dell’uomo. E nella parabola vertigino ¬≠sa dei suoi apporti alla scienza (che sono tra i pi√Ļ alti e sicuri del nostro secolo) si riconoscono le molteplici espressioni della sua umanit√†. Terraci ¬≠ni aveva incominciato come dialettolo ¬≠go, studiando alcune parlate piemonte ¬≠si, e ha chiuso l’operosa esistenza co ¬≠me dialettologo, portando alla fase esecutiva l’Atlante Linguistico Italia ¬≠no, archivio del nostro tesoro dialetta ¬≠le (ora affidato alle cure del suo allie ¬≠vo Grassi). Gi√† nello studio delle par ¬≠late piemontesi il giovane Terracini aveva scoperto la sua strada: che, alle ¬≠viando le costrizioni descrittive e clas ¬≠sificatorie per creare pi√Ļ liberi, agili, aderenti schemi, lo portava diretta- mente al senso linguistico dei parlan ¬≠ti, cio√® agli albori di quella coscienza formale che poi avrebbe ritrovato, con aspetti molto pi√Ļ sofisticati, nella sto ¬≠ria della lingua letteraria e nell’analisi dello stile.

I montanari di Usseglio e di Forno di Lemie, gli abitanti di Susa (le loca ¬≠lit√† da lui studiate) apparvero come i modesti protagonisti di un conflitto linguistico tra la parlata locale e quel ¬≠le dei paesi vicini, o persino tra le par ¬≠late di borghi attigui, dominanti o do ¬≠minati a seconda del loro rispettivo ¬ę potere di irradiazione ¬Ľ: sullo sfondo, l’onda montante del dialetto piemonte ¬≠se, simbolo della pi√Ļ articolata civilt√† della pianura, donde un pi√Ļ ampio con ¬≠flitto. Questa impostazione ¬ę conf√¨ittiva ¬Ľ sarebbe stata uno dei motivi prin ¬≠cipali della linguistica terraciniana, si ¬≠no ai Conflitti di lingue e di cultura (Venezia 1957); mentre l’attenzione agli spostamenti e ai riassestamenti dei paradigmi morfologici in cui le va ¬≠rie spinte dialettali venivano a contat ¬≠to portava Terracini (che avrebbe ri ¬≠conosciuto, e parzialmente, il fatto molto pi√Ļ tardi) a poca distanza dallo strutturalismo.

La situazione dialettale messa in ri ¬≠lievo era dunque un caso di bilingui ¬≠smo, Quando Terracini spost√≤ le sue ricerche al latino volgare, al sostrato mediterraneo e a quello celtico (resti delle civilt√† linguistiche travolte dalla conquista romana e dal latino), trov√≤ che anche quei fenomeni ben pi√Ļ ric ¬≠chi di conseguenze storiche si spiega ¬≠vano in modo abbastanza simile. Lotta di prestigio tra la civilt√† vincitrice e quella sconfitta; progressiva assimila ¬≠zione formale della lingua dei vinti al latino, eventuale difesa entro i confini paesani o familiari di parole e forme della vecchia lingua. Terracini torna ¬≠va allora allo studio d’un dialetto: ma d’un dialetto come il sardo in cui s’e- rano depositate le tracce di vicende linguistiche millenarie.

LA SUA TEORIA DELLA LINGUA

Dallo stretto orizzonte d’un dialetto di montagna alla ribalta europea della romanizzazione, Terracini aveva porta ¬≠to una visione di storia culturale che lo collega, ma anche lo differenzia dallo storicismo idealistico, per esempio di Vossler. Intanto perch√© i princ√¨pi sto ¬≠riografici di Terracini erano stati ela ¬≠borati nel corso di un’originale espe ¬≠rienza linguistica (che lo avvicinava al positivismo del maestro Gilli√©ron e al ¬≠le concezioni logico-geografiche di Bar- toli). Poi perch√© nella maturit√† teore ¬≠tica di Terracini viveva l’eredit√† di tutta la storia della glottologia, da lui percorsa e ripercorsa con occhio acu ¬≠tissimo (si vedano, tra i molti ritratti di linguisti, quelli raccolti nella Guida allo studio della linguistica storica, Ro ¬≠ma 1949). Vico, Humboldt, Schuchardt, Cassirer (e, ci√≤ che non era allora ovvio, Saussure e Bally) erano stati assimilati da lui in modo originale.

Terracini aveva una sua teoria della lingua. Essa non mirava a definire sin ¬≠gole leggi, ma piuttosto le condizioni costanti dell’attivit√† linguistica: la po ¬≠sizione del parlante fra le norme che la lingua sembra imporgli e la libert√† con cui solo gli pare di esprimersi pie ¬≠namente; la concorrenza creatrice in seno alla lingua, tra i mille, piccoli o grandi, atti creativi (le innovazioni), e la forza d’inerzia opposta dalla lingua in quanto prodotto della storia; la dia ¬≠lettica fra lingua e cultura, dove la lingua, in ritardo rispetto alla cultura proprio perch√© prodotto storico, si fa voce della cultura stessa durante l’atto espressivo. Una teoria, come si vede, estremamente duttile, e pronta a esse ¬≠re adattata all’infinit√† dei problemi dello sviluppo linguistico (l’esposizio ¬≠ne pi√Ļ completa √® nel volume Lingua libera e libert√† linguistica, del 1963).

Tra i problemi pi√Ļ affascinanti, ci sono quelli della lingua letteraria: in cui le forze plastiche della lingua sono messe in moto da una precisa volont√† inventiva. Terracini era stato attratto dall’argomento sin dai primi anni, quando una specie di affinit√† spiritua ¬≠le 1,’aveva spinto a studiare la letteratu ¬≠ra francescana. Il fascino dell’analisi letteraria s’era poi concentrato in un √†mbito dove linguistica e letteratura possono avere un luogo d’incontro ideale: la storia della lingua italiana, di cui egli fu uno dei principali pro ¬≠motori. Ma √® durante l’esilio argentino che, lontano dagli strumenti di lavor√≤ e forse spinto da nostalgia di patria, Terracini attu√≤ la pi√Ļ decisa conver ¬≠sione agli studi di stilistica e di critica con una serie di articoli su Pirandello. L’attivit√† critica di Terracini fin√¨ a un certo punto per diventare quasi predo ¬≠minante, anche se perpetuamente va ¬≠gliata a un controllo teoretico (lo atte ¬≠sta la tripartizione del volume Analisi stilistica. Teoria, storia, problemi, Mi ¬≠lano 1966, che raccoglie i suoi saggi migliori).

Diveniva ormai difficile distinguere tra gli scritti in cui l’analisi letteraria costituiva un apporto o una verifica a un problema teorico o a un panorama di storia linguistica, e quelli in cui il critico prende felicemente la mano al glottologo. (Non per nulla due capitoli dell’Analisi stilistica cercano di fissare i confini tra stilistica, linguistica e cri ¬≠tica). Quando reimpostava genialmen ¬≠te il problema della traduzione, Terra ¬≠cini individuava una circostanza idea ¬≠le per osservare uno dei casi pi√Ļ fe ¬≠condi di contatto tra due culture per il tramite di due lingue. Quando impian ¬≠tava una tipologia dell’italiano posan ¬≠dola sul perimetro del fiorentino due e trecentesco, definito con l’aiuto d’un grande scrittore come Dante, ma an ¬≠che di minori e di minimi, egli utiliz ¬≠zava sapientemente la stilistica a van ¬≠taggio della storia della lingua.

Quando per√≤ egli esaminava Manzo ¬≠ni e Pirandello, era il critico che vin ¬≠ceva. La passione per Pirandello fu in Terracini una lunga fedelt√†. Forse, quel dominio intellettuale su contrad ¬≠dizioni e paradossi prima sviscerati e portati alle estreme conseguenze rap ¬≠presentava per Terracini una metafo ¬≠ra dell’attivit√† critica, dove si mescola ¬≠no ragione e intuizione, controllo e ab ¬≠bandono,, e rimane un senso, infine, di delusione.

Solo negli ultimi anni la fama di Terracini era trapelata fuori delle Universit√† e delle Accademie. L’Italia, si sa, √® bravissima nel trascurare e sprecare i suoi ingegni. E quale perso ¬≠na sedicente colta ha la pazienza di scorrere le riviste specialistiche, do ¬≠vesse anche scoprirvi un finissimo saggio terraciniano su Calvino? Cos√¨, nel recente centenario di Pirandello pochissimi si accorsero che la mono ¬≠grafia di Terracini sulle Novelle per un anno √® uno dei pi√Ļ solidi apporti alla valutazione del drammaturgo.

In Francia, Terracini avrebbe avuto addosso i riflettori. Ma egli non era in verit√† uomo da riflettori. Quando par ¬≠lava in pubblico, il suo improvvisare con un linguaggio dimesso, confiden ¬≠ziale, il suo accento torinese, di cui evidentemente si compiaceva, portava ¬≠no a interpretare su una chiave di simpatica bonariet√† la raffinatezza dif ¬≠ficilmente avvertibile del soggiacente discorso teorico. Il discorso segnava con precisione l’alto livello del pensie ¬≠ro, ma il tono linguistico era commisu ¬≠rato alla modestia dell’uomo, al suo pacato rifiuto verso le tentazioni del ¬≠l’orgoglio, dell’ambizione, dell’invidia.

Interpreti e uditori ideali di Terracini erano gli allievi (uno stuolo) da lui cresciuti in una quarantina d’anni d’insegnamento nelle Universit√† di Ca ¬≠gliari, Padova, Milano, Tucum√†n, Tori ¬≠no. Questi allievi che, avviati socrati ¬≠camente da lui, avevano imparato a recuperare tutto un mondo da poche righe d’un testo antico o moderno, do ¬≠cumentario o letterario, coglievano co ¬≠me in un linguaggio cifrato le pi√Ļ pre ¬≠gnanti allusioni del maestro. Famose, a Milano e Torino, le esercitazioni di Terracini, in cui l’osservazione, ini ¬≠zialmente timida e magari banale del ¬≠l’allievo, apriva chiss√† come le porte a una soluzione brillante, in cui le tante interpretazioni possibili si confronta ¬≠vano, si ordinavano, si conciliavano.

Generazioni di allievi: alcuni lo han ¬≠no seguito nella carriera universitaria, ma sparpagliandosi, tali la variet√† di temi e la mancanza di dogmatismo, tra un vero campionario di discipline (linguistica, dialettologia, storia della lingua, filologia romanza, letterature italiana e spagnola); molti hanno pre ¬≠ferito fermarsi nei licei e nelle biblio ¬≠teche. Ma tutti hanno l’impressione che l’insegnamento di Terracini √Ę‚ÄĒ lungi dal violentarli, come direbbero certi studenti d’oggi √Ę‚ÄĒ abbia schiuso loro possibilit√† di conoscenza e di comprensione che altrimenti non avrebbero mai attinto.


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Bart