di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 13 giugno 1969]
Le bravure politiche del Generale de Gaulle son più d’una e diverse, e due sin golari.
Una è l’arte di ritirarsi dal potere in modo da farcisi de siderare e richiamare, l’arte d’appartarsi e di tacere in mo do che il suo silenzio e la sua sparizione dalla scena lo rendano più che mai presente e influente, o almeno incom bente.
Tacere può sembrar facile a dirsi, ma significa che la passione, l’orgoglio, la super bia di lui, tutt’altro che alie no da mostrarsi passionato, orgoglioso, superbo, sanno superare il risentimento, la boria, la vanità. Grande at tore, anzi gran virtuoso della televisione come scanno e sce na, cattedra e pulpito e tri buna del suo magistero ditta toriale, egli ha una cogni zione tecnica di tal mezzo e strumento d’azione e di per suasione, così profonda e si cura e geniale, che ne ha ca pita e adoperata l’efficacia non solo in senso positivo, ma an che in senso negativo. Il ca polavoro del de Gaulle televi sivo è non solo nell’apparir- vi, faccia e voce, gesto e pa rola, imperiosamente effica ce, ma nello sparirne, in un silenzio ed assenza non me no efficaci e imperiosi e imperatorii, come quelli suoi odierni, che, se i successori dovesser fallire, propongono il ritorno al potere, con una vigoria più forte e più con vincente d’ogni parola e pro posta esplicita. Sicché il si lenzio e la scomparsa di de Gaulle è il capolavoro di quel capolavoro televisivo, ch’è de Gaulle sullo schermo.
Del resto, l’arte di lui, vi è grande e « virtuosa » anche nel fatto stesso ch’egli non cu ra di comparirvi attenuando o mascherando o raddolcendo o ombrando l’acre ed aspra antipatia estetica della sua grinta e pronuncia e mimica sprezzante, della sua stessa madornale struttura corporea che ricorda quella di certi madornali animali antidilu viani. E’, lasciando da parte la burla, un’antipatia potente e cosciente, non ultimo dei fattori su cui egli ha costruito il fatto storico del suo suc cesso.
Ma, se è lecito cavar dalla burlesca metafora, un pensie ro, in Europa, dal 1914 al 1945, un diluvio c’è pure sta to, un diluvio storico, rispetto al quale e riguardo all’Euro pa e alla sua unione, unitaria o federativa abbia ad essere, la dottrina, la convinzione, l’azione di de Gaulle sono an tidiluviane, o diciamo anacro nistiche. Infatti esse perpetua no la disgrazia capitale e l’er rore esiziale della pace di Versailles, fallita e mentita e tradita dal non aver potuto né saputo né voluto costitui re una unione o federazione o concerto europeo valido, ef ficiente, sincero. Colpa di tut ti e di nessuno, dice la storia, ma disastro e catastrofe per tutti gli europei, troppo cer tamente, benché sia dovere non disperarne, anche se quel l’unione appare ancor diffi cile, contrastata, certo, non solo da de Gaulle, ma in non piccola parte da lui e da quel che la politica europea del Generale ha serbato di ana cronistico nella ambizione di acquisire al suo paese un pre stigio e un’autorità, larvata mente egemoniche, palese mente prevalenti, e politiche e colturali, fra gli altri e sugli altri europei.
A questo punto, a rende re più evidente e incongruo e dannoso il contrasto, mi par che intervenga la considera zione della seconda bravura e capacità di de Gaulle, politi co, per quanto non riguarda l’Europa e le cose e il proble ma unitario europeo, realisti co, capace di proporre e por re le questioni in modo di chiarirle e di risolverle.
Così, per dirne una diffici le, egli pose e risolse, reali sticamente quanto mai, la questione dell’Algeria, scabro sa e penosa quanto mai. E capacità di risolvere, quest’al tra bravura del Generale, spic ca insomma in un’epoca della storia mondiale in cui la po litica, la diplomazia, la guerra stessa, sembrano capaci di in tricare e sospendere, moltipli care e rimandare sia i pro blemi sia le soluzioni.
Orgoglioso e sprezzante, passionato e superbo, risoluto e trattabile, sono le qualità sotto le quali ha operato in capitali circostanze la sua astuzia politica con esiti diversi e discutibili, ma decisivi.
Nella questione europea in vece, l’influenza e l’azione di de Gaulle sono riuscite in ef fetti contrarie e contrastanti alla e con la decisione e ri soluzione. Non han fatt’altro che intricare, oscurare, accrescere le difficoltà, finché il referendum è venuto a sancire cotesto fallimento: il quale è derivato dal fatto che orgoglio e boria, superbia e sprezzo, potenza e prepotenza, vo lontà ed arbitrio, ossia le qua lità e i loro difetti, che, le une e gli altri, hanno servito al successo di de Gaulle, non sono i difetti e le qualità utili e convenienti a porre nei giusti e sani termini il problema dell’unione europea, e a dargli soluzione, o almeno ad avviarla.
Questo perché essendo l’Europa una civiltà, un aggregato antico, e nobile, quanto delicato e sensitivo di lingue e nazioni, di colture e stirpi, di tradizioni e produzioni pri ma politiche che economiche e prima ed oltre che politiche, umane e umanistiche, religio se e spirituali, anche l’ombra e il sospetto della boria, del l’albagia, dello sprezzo, a cui il Generale indulge non senza compiacimento altezzoso e perfino insolente, sono affatto contrarie e dannose, incompa tibili e avverse a un fine unificatorio, all’ideale stesso di una unione europea.
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Che a questo fine giovi, che cotesto ideale viva, non che d’entusiasmo, di critica e di autocritica, è certo ed eviden te. Ma questo non vuol dire che giovino critica ed auto critica presuntuose acremente, cioè presuntuose a rovescio, denigratorie. Stando al caso nostro, è un fatto antico che noi italiani, generalmente, su questo punto passiamo da un eccesso all’altro. In particola re e recentemente, un’epoca di infatuazione nazionalistica co me quella degli anni del fa scismo, doveva naturalmente produrre un’infatuazione oppo sta e contraria. Questa si nota così nel tono delle critiche più serie, come nelle più futili manifestazioni di snobistica esterofilia, ma penso che val ga la pena di rilevarlo, per ché tale stile e tale inclina zione sono non meno dannosi che la boria e l’alterigia, alla desiderabile unità europea.
Se questa ha da farsi e da esistere, unione, federazione, concerto che sia, prima che politica dovrà essere coltura le e spirituale unione, a cui la boria nuoce e l’avvilimento non giova. E non comporti pretese a primati, prevalenze, prestigi, egemonie, incompatibili con ogni unità ed unione, per definizione.
Unione di spiriti, e la conse guente unione politica, esigo no rispetto degli altri non più né meno che rispetto di se stessi. Un eccesso in un senso è dannoso quanto un eccesso in senso opposto: e in un sen so e nell’altro si tratta d’in fatuazione retorica.