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Ecco le carte svizzere ignorate che scagionano Berlusconi

3 Settembre 2013

di Anna Maria Grego
(da “il Giornale”, 3 settembre 2013)

Roma – Al centro della frode fiscale attribuita a Silvio Berlusconi nel processo Mediaset, che si è concluso il mese scorso con la condanna definitiva, c’è un personaggio chiave: l’americano Frank Agrama, ritenuto il «socio occulto » del leader del Pdl che, per i giudici, gonfiava i prezzi dei diritti tv a discapito di Mediaset, per spartirsi i guadagni illeciti con Berlusconi.
Ma dalla Svizzera arriva un documento giudiziario, finora sconosciuto, che smonta questa tesi. Prova, infatti, il ruolo ufficiale e non fittizio di intermediario tra la Paramount e la televisione elvetica di Agrama. Il mandato della major americana riguardava tutte le tv italiofone, compresa quella svizzera. E, come ha spiegato la difesa di Agrama nel ricorso in Cassazione, una serie di Paesi: Francia, Spagna, Portogallo…

Si tratta di un atto giudiziario del 18 ottobre 2010, pubblicato da Tempi, settimanale vicino a Comunione e liberazione. «Agrama era conosciuto come il detentore esclusivo dei diritti di diffusione della Paramount per l’Italia e per la Svizzera di lingua italiana », spiega il responsabile finanze della tv elvetica Srg Ssr di Berna al giudice istruttore svizzero, che l’interrogava per un’inchiesta del 2010 poi archiviata. Anche la tv ticinese, con sede a Lugano, dovette dunque rivolgersi ad Agrama per acquistare i diritti tv Paramount. Il documento riguarda affari degli anni ’90 fino al 2000 e per l’acquisto di film e programmi all’americano vennero pagati in totale 3.327.400 dollari.
«Per conto di chi Agrama ha agito come intermediario per la vendita dei diritti di diffusione? », chiede il magistrato. «A nostra conoscenza – ribadisce l’altro – monsieur Agrama aveva ottenuto l’esclusiva dei diritti per l’Italia e la Svizzera di lingua italiana direttamente dalla Paramount ». E spiega perché questi diritti tv non venivano acquistati direttamente dai produttori: «In seguito ad alcune tensioni tra il diffusore pubblico Rai e Mediaset, la Paramount aveva cessato per diversi anni di trattare direttamente con i diffusori italiofoni. Di conseguenza, la tv svizzera di lingua italiana ha dovuto rivolgersi alla società Wtltd (la società di Agrama, ndr) la quale era in possesso dei diritti esclusivi ».

Frasi che dimostrano come in quegli anni Mediaset e Rai non furono le uniche aziende a doversi rivolgere ad Agrama per comprare i diritti tv della Paramount. «E poiché Berlusconi non ha mai controllato la televisione svizzera e non poteva certo costringerla a rivolgersi ad Agrama per acquisire i diritti della Paramount, si deve dedurre che l’americano fosse un intermediario reale e non fittizio », conclude Tempi.
In realtà, Agrama vendeva regolarmente film e programmi in Francia, Spagna, Portogallo, ex-Jugoslavia, oltre che in Italia e in Svizzera. E i prezzi erano comparabili, comprendendo il profitto dell’intermediario, addirittura superiori in alcuni casi in Francia. Lo spiegano nel ricorso in Cassazione i legali di Agrama. «Non conoscevamo il documento di Tempi – dice l’avvocato Roberto Pisano – che conferma il ruolo di effettivo intermediario di Agrama, da noi sempre sostenuto. Ma abbiamo già citato come testimoni nel processo connesso Mediatrade funzionari della tv svizzera che dovranno essere ascoltati con una rogatoria nei prossimi mesi. In Cassazione abbiamo prodotto il documento originale dell’acquisto di Agrama dei diritti Paramount e provato la vendita di film e programmi in tutti gli altri Paesi di sua competenza. Come quelli di Indiana Jones al maggiore canale pubblico francese (che sul mercato pesa enormemente più della tv svizzera), quello concorrente de La Cinq di Berlusconi, fallita nel ’92. Ma i giudici hanno liquidato in poche righe in nostri argomenti su questo punto, con motivazioni grossolane, illogiche e superficiali ».


Berlusconi, le carte ignorate dai pm: anche la tv svizzera pagava Agrama
di Cristiana Lodi
(da “Libero”, 3 settembre 2013)

A dirlo ai magistrati elvetici è un responsabile dell’emittente d’Oltralpe: «Anche la televisione svizzera pagò Frank Agrama, ma questi non è stato considerato dai giudici il socio occulto di Silvio Berlusconi, com’è accaduto in Procura a Milano e in piazza Cavour a Roma. Tanto che un’inchiesta aperta nel 2010 finì subito archiviata ». L’esclusiva è del settimanale Tempi, che dopo avere trovato gli atti, mai pubblicati in Italia, ha raccontato l’inquietante circostanza sul suo sito.

I documenti della magistratura svizzera proverebbero che il produttore cinematografico americano, condannato in via definitiva nel processo sui diritti tv Mediaset insieme con Silvio Berlusconi, per le toghe svizzere, non è affatto un intermediario fittizio nella catena dei diritti televisivi, al contrario di quanto hanno invece sostenuto (fin dal primo grado di giudizio) i pm milanesi e poi i giudici di Cassazione. Frank Agrama, dicono gli elvetici, era stato «materialmente incaricato dalla Paramount di vendere diritti per film e fiction in Italia ». E come non bastasse «il mandato della major americana riguardava tutte le tv italiofone, compresa, appunto, la Televisione Svizzera di lingua italiana (Rsi). Le carte dei magistrati svizzeri di cui è entrato in possesso il giornale diretto da Luigi Amicone, sarebbero quindi la dimostrazione che «anche la televisione ticinese dovette rivolgersi a FranK Agrama per acquistare i diritti televisivi della Paramount ». Il produttore, coimputato di Berlusconi, il 3 agosto scorso è stato condannato dalla corte Suprema a tre anni (condonati per effetto dell’indulto) in quanto ritenuto il «socio occulto » dell’ex capo del governo nel meccanismo «criminoso » dei diritti televisivi.

Un sistema (scrivono i magistrati italiani in totale contrasto con quelli elevetici) che sarebbe servito a frodare il fisco e a creare fondi neri attraverso l’iscrizione a bilancio di costi fittizi e con una serie di passaggi societari truffaldini. Il documento pubblicato da Tempi, però, getta una luce del tutto diversa sul ruolo di Frank Agrama rispetto a quello tracciato dalle toghe di Milano e della Sezione feriale della Cassazione.

Rispondendo alla domanda di un giudice d’Oltralpe, si legge su Tempi.it «il direttore delle finanze e dei controlli della Srg Ssr di Berna », ovvero la società svizzera di radiotelevisione, «spiega che anche la stessa emittente ticinese dovette in più occasioni rivolgersi ad Agrama per acquistare i diritti televisivi della Paramount ». Il produttore statunitense, stando a quanto dichiarato a verbale dal responsabile della tv svizzera, «era conosciuto come il detentore esclusivo dei diritti di diffusione della Paramount per l’Italia e per la Svizzera di lingua italiana », perché, «in seguito ad alcune tensioni tra il diffusore pubblico Rai e Mediaset, la Paramount aveva cessato per diversi anni di trattare direttamente con i diffusori italiofoni ». Il documento, tradotto dal francese e pubblicato per ampi stralci, riporta le domande del giudice istruttore svizzero al responsabile della Srg Ssr. E le relative risposte. Risposte che ribaltano la ricostruzione fatta dalle toghe di Milano sul ruolo di Agrama e quindi di Silvio Berlusconi condannato a 4 anni di reclusione. Le carte svizzere non sono redatte né da Franco Coppi né da Niccolò Ghedini, ma dall’Ufficio dei Giudici Istruttori di Berna.


Processo Mediaset. Esclusiva Tempi: anche la tv svizzera pagò Agrama (ma non era il socio occulto di Berlusconi?)
di Redazione
(da www.tempi.it)

Secondo la sezione feriale della Corte di Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi, Frank Agrama, imprenditore americano, era il “socio occulto” dell’ex premier, incaricato di gonfiare i prezzi dei diritti televisivi, a discapito di Mediaset, per spartirsi i guadagni illeciti proprio con Berlusconi. Un documento della magistratura svizzera, reperito da Tempi  e mai pubblicato in Italia, relativo a un’inchiesta del 2010 poi archiviata,  getta una luce del tutto diversa sul ruolo di Agrama, almeno da come dipinto dai magistrati di Milano e della Sezione feriale. Secondo il documento elvetico, infatti, Agrama fu realmente incaricato dalla Paramount di vendere diritti per film e fiction in Italia. E non solo. Il mandato della major americana riguardava tutte le tv italiofone, compresa la Televisione Svizzera di lingua italiana (Rsi). A dirlo non sono i responsabili Mediaset e Rai, ma direttamente Srg Ssr di Berna, che tramite il suo ramo ticinese ha dovuto pagare il prezzo delle beghe italiane fra Mediaset e Rai. Rispondendo alla domanda di un giudice d’oltralpe, il direttore delle finanze e dei controlli della Srg Ssr di Berna spiega che anche la televisione ticinese dovette rivolgersi ad Agrama per acquistare i diritti televisivi della Paramount. Infatti «in seguito ad alcune tensioni tra il diffusore pubblico Rai e Mediaset – spiega il responsabile della Srg Ssr – la Paramount aveva cessato per diversi anni di trattare direttamente con i diffusori italiofoni. Di conseguenza, la Televisione Svizzera di lingua italiana ha dovuto rivolgersi alla società WTLtd, che era in possesso dei diritti esclusivi ».

AGRAMA E LA TV TICINESE. Il documento, datato 18 ottobre 2010, è stato redatto dall’ufficio dei Giudici Istruttori di Berna, in lingua francese. Nascosto in una montagna di carte, non pare essere mai stato utilizzato nel processo che ha portato alla condanna in Cassazione dell’ex premier italiano. Eppure, le parole del responsabile delle finanze della televisione svizzera, interrogato dai giudici d’oltralpe, sono importanti. Dimostrano infatti che tra gli anni ’90 e 2000, Mediaset e Rai non furono le uniche aziende a doversi rivolgere ad Agrama per comprare i diritti di programmi e film della Paramount. E poiché Berlusconi non ha mai controllato la televisione svizzera e non poteva certamente costringerla a rivolgersi ad Agrama per acquisire i diritti della Paramount, si deve dedurre che l’americano fosse un intermediario reale e non fittizio. Ad Agrama, dunque, era stato affidato il compito, direttamente dalla major americana, di occuparsi delle beghe italiane. Beghe che a Los Angeles non avevano né il tempo né la volontà di accollarsi, e per le quali hanno dovuto pagare il prezzo non solo le aziende televisive italiane, ma persino quella ticinese.

IL DOCUMENTO. Ecco il testo del documento in una nostra traduzione dall’originale francese. Vi si possono leggere le domande poste dal giudice istruttore svizzero e le risposte del responsabile della Srg Ssr, che rimettono in discussione la ricostruzione fatta dai Pm di Milano del ruolo di Agrama.

La relazione d’affari tra la Srg Ssr Idée Suisse (SSR) e la società Wiltshire Trading Ltd (WTLtd) fra il 1997 e il 2000

DOMANDE 1 e 2. Perché la SSR ha effettuato ha effettuato versamenti bancari sul conto in Svizzera della società WTLtd fra il 3 ottobre 1997 e il 15 marzo 2000 per un totale di 3.327.400 di dollari? Si tratta della cifra relativa all’acquisto dei diritti di diffusione di film, serie tv etc.? Altrimenti che tipo di relazione d’affari c’era tra la SSR e la WTLtd (società di Frank Agrama, presunto socio occulto di Silvio Berlusconi, ndr)?
I versamenti sono direttamente connessi all’acquisizione da parte della Televisione Svizzera di Lingua Italiana di Lugano (RSI), un ramo d’azienda della SRG SSR idée suisse, dei diritti di trasmissione per film e programmi presso la Wiltshire Trading Limited di Hong Kong (segue elenco dei pagamenti effettuati dalla tv della svizzera italiana, RSI, alla WTLtd tra il 1997 e il 2000, coperti da omissis, ndr).

3. Chi, all’interno della SSR, era responsabile della relazione d’affari con la WTLtd?
L’acquisizione dei diritti di diffusione per i film e i programmi presso la WTLtd concerneva esclusivamente la Televisione Svizzera di Lingua Italiana di Lugano (Rsi), un ramo dell’azienda SRG SSR ideé suisse di Berna. Le persone responsabili della RSI per le relazioni d’affari con la WTLtd erano: nel 1997, 1998 e 1999: Monsieur (omissis, ndr), Cinema e Fiction RSI. Dopo il 2000: Madame (omissis, ndr), Responsabile Acquisizione Fiction Tv.

4 e 5. Chi, all’interno della WTLtd, era la persona di contatto per la relazione d’affari con la SSR? Cosa si sapeva, all’interno della SSR, circa la WTLtd e, in particolare, quali erano le persone che dirigevano la WTLtd, e ancora, quali sono le persone che occupano la funzione d’organo?
La persona contattata era Monsieur Frank Agrama. I contratti sono stati firmati da Katherine Hsu Chun direttore della WTLtd.

Informazioni circa Monsieur Frank Agrama

6. Frank (Farouk) Agrama è noto alla SSR come persona che svolge funzioni di intermediazione per i diritti di diffusione?
[Frank Agrama] era conosciuto come il detentore esclusivo dei diritti di diffusione della Paramount per l’Italia e per la Svizzera di lingua italiana.

7. Frank Agrama è messo in relazione, dalla SSR, con la società WTLtd? E/o con quale altre società e attività?
Sappiamo che il suon nome è, o era, in relazione con le società citate alla domanda otto.

8. Le società Harmony Gold, Melchers Ltd, Olimpus Trading Ltd sono note alla SSR?
La televisione svizzera di lingua italiana ha concluso contratti per l’acquisizione di diritti di diffusione con la società Harmony Gold lungo il periodo 1986-1988. Fu firmato anche un contratto nel 1989 con la Melchers Ltd. Non abbiamo ritrovato alcune tracce della relazioni d’affari con l’Olimpus Trading Ltd nei nostri archivi.

9. Per conto di chi Frank Agrama ha agito come intermediario per la vendita dei diritti di diffusione? Era in una posizione particolarmente privilegiata per rapportarsi con certi detentori/produttori di diritti di diffusione (esclusivi)?
A nostra conoscenza, Monsieur Agrama aveva ottenuto l’esclusiva dei diritti per l’Italia e la Svizzera di lingua italiana direttamente dalla Paramount.

Acquisto dei diritti di diffusione

10. È pratica comune acquistare diritti di diffusione dagli intermediari piuttosto che direttamente dai produttori/detentori dei diritti? Quali sono gli svantaggi/vantaggi nell’acquisto di diritti di diffusione tramite gli intermediari?
È generalmente preferibile negoziare direttamente con il detentore dei diritti senza passare per un intermediario. Tuttavia, in seguito ad alcune tensioni tra il diffusore pubblico Rai e Mediaset, la Paramount aveva cessato per diversi anni di trattare direttamente con i diffusori italiofoni. Di conseguenza, la Televisioni Svizzera di lingua italiana ha dovuto rivolgersi alla società WTLtd la quale era in possesso dei diritti esclusivi. Adesso è di nuovo possibile trattare direttamente con i produttori.

11.  (Elenco dei titoli dei film acquistati dalla RSI presso la WTLtd, coperti da omissis, ndr).

Clicca qui per vedere  il documento dei magistrati elvetici sui rapporti tra Frank Agrama e la tv svizzera


Altro che super scienziata La Cattaneo è solo 440 ª
di Fabrizio De Feo
(da “il Giornale”, 3 settembre 2013)

Roma. Non ha vinto un Premio Nobel, almeno per ora. Di sicuro a 51 anni si è aggiudicata un piacevolissimo «Win for life », uno di quei fortunati biglietti della lotteria che ti assicurano una lauta rendita mensile vita natural durante e che potrebbe fare di lei una sorta di record-woman dei beneficiati della politica – qualora rispettasse l’aspettativa di vita attuale – grazie a quei 232mila euro annui lordi che lo Stato italiano inizierà ad erogarle da fine settembre.

Un tesoretto a carico dei contribuenti che potrebbe fare di lei il «politico » più pagato della storia repubblicana, seconda forse al solo Giulio Andreotti.

Elena Cattaneo è balzata agli onori delle cronache grazie alla inaspettata (e per molti aspetti clamorosa) nomina a senatore a vita da parte di Giorgio Napolitano. Una scelta che ha sorpreso per la giovane età delle beneficiata – mai nella storia d’Italia qualcuno aveva ottenuto quel seggio così presto – e per le dichiarazioni della scienziata che non ha neppure provato a nascondere le sue preferenze politiche, dichiarando di aver votato per le primarie del Pd del 2009, lasciando capire senza equivoci dove batte il suo cuore. Poco esplorato, invece, il territorio della sua «quotazione » internazionale dal punto di vista scientifico, anche rispetto ai suoi colleghi italiani. Ebbene per quella che da più parti è stata definita, sicuramente a ragione, autorità mondiale in fatto di cellule staminali neurali e alla loro potenziale applicazione sulle malattie neurodegenerative, la «classifica » dei Top Italian Scientists (Tis) della Via-Academy, legata all’Università di Manchester, non riserva grandi soddisfazioni.

In questa sorta di censimento degli scienziati di «maggior impatto » nei principali settori disciplinari, la Cattaneo figura soltanto al 66esimo posto. Nella realtà, però, alla luce dei tanti ex-aequo, la scienziata di origine bergamasca si attesta attorno al 440esimo posto. In testa si trova Carlo Croce, medico-oncologo italiano impegnato nella ricerca sui meccanismi genetici del cancro, seguito dall’immunologo Alberto Mantovani e dall’oncologo Napoleone Ferrara. Dopo l’immunologo Giorgio Trinchieri al quinto posto si trova la prima donna: la fisica Angela Barbaro-Galtieri, docente all’Università di Berkeley in California. Carlo Rubbia, altro neo-senatore, si attesta attorno alla posizione 42 (anche se come per la Cattaneo sono molti di più coloro che lo precedono). L’altro elemento sorprendente è che davanti alla Cattaneo in questa classifica basata sul cosidetto h-index – un numero che racchiude sia la produttività che l’impatto della produzione culturale o scientifica di uno scienziato basato sulle citazioni ricevute – compaiono ben 45 donne italiane.

I nomi? L’elenco è composto da personalità note soprattutto in campo scientifico ma visto che per loro si è chiusa la possibilità di essere nominate al seggio perpetuo di Palazzo Madama vale almeno la pena citarle. Si tratta di Silvia Franceschi; Elisabetta Dejana; Silvia Priori; Daniela Bortoletto; Eva Negri; Annamamaria Colao; Adriana Albini; Anna Di Ciaccio; Luigina Romani; Maria Roncarolo; Roberta Sessoli; Eleonora Luppi; Paola Ricciardi Castagnoli; Cristiana Peroni; Cristina Bottino; Federica Sallusto; Paola Allavena; Elena Pian; Laura Fratiglioni; Laura Maraschi; Maria Roberta Monge; Elisa Bertino; Francesca Matteucci; Lucia Banci; Annarosa Leri; Genoveffa Franchini; Laura Ferrarese; Luisa Cifarelli; Maria Cristina Mingari; Annalisa Celotti; Annunziata Gloghini; Ariela Benigni; Lucia Rivoltini; Silvana Pilotti; Simona Rolli; Carla Zoja; Clara Franzini-Armstrong; Daniela Calzetti; Lucia Pozzetti; Patrizia Caraveo; Daniela Pende; Gabriella Sartorelli; Paola Dal Cin e Barbara Ensoli (nota per le sue ricerche sul Virus Hiv). Un piccolo esercito di medici, fisici e biologi in «rosa », tutte classificate meglio della neo-senatrice, che non balzeranno agli onori delle cronache parlamentari, non incasseranno il «win for life » e delle quali non sapremo mai se abbiano o meno votato alle primarie del Pd.


Non fare nulla è la scelta peggiore
di Jean-Marie Colombani
(“La Stampa”, 3 settembre 2013)

Se il Congresso Usa darà l’ok, ci saranno, da parte di Washington, affiancata da Parigi, Riad e Ankara, rappresaglie sotto forma di raid aerei contro la Siria di Assad, «colpevole » di aver utilizzato armi chimiche contro i civili.

Le questioni sollevate sono diverse: legalità e legittimità degli eventuali raid, tenuto conto del «no » da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; ruolo e influenza del cosiddetto Occidente; incidenza del rifiuto britannico e dello scetticismo dell’opinione pubblica, al cui interno la paura è superiore all’indignazione; il gioco mortifero della Russia di Putin; guerre intestine che dilaniano il mondo arabo. E l’elenco non è finito.

Ma, ad allungarlo, si corre il rischio di perdere di vista l’essenziale: l’uso delle armi chimiche contro popolazioni innocenti. Le armi il cui uso era stato proibito all’indomani della Prima Guerra Mondiale in nome di una legge internazionale ancora balbettante. Gasare civili è un crimine di natura particolare, che deve restare fuori legge. Non fare nulla equivarrebbe ad accettarne la banalizzazione.

Quello che colpisce di più è però lo scetticismo, o meglio, l’ostilità di una larga parte dell’opinione pubblica europea, che si oppone a qualunque azioni militare. Ma si sbaglia. Essa crede, come in Gran Bretagna dove questo riflesso è particolarmente forte, di assistere a un remake dell’Iraq, dove il prezzo da pagare, grazie alle follie di George W. Bush, è altissimo e rischia di esserlo ancora a lungo. Fondata sulla menzogna delle armi di distruzione di massa, la spedizione in Iraq, un disastro strategico, è la fonte principale di questa diffidenza generalizzata.

Ora, Iraq non è il paragone giusto. Più pertinente sarebbe l’analogia con il Kosovo, vale a dire quella campagna aerea sotto l’egida della Nato e non dell’Onu, che aveva costretto i serbi a ritirarsi. Non è indifferente il fatto che Milosevic sia stato messo alla sbarra dalla comunità internazionale: questo ha aiutato la soluzione politica del conflitto.

All’epoca Bill Clinton aveva invocato, con l’appoggio di due mesi e mezzo di raid, la necessità di evitare centomila morti in Kosovo. In Siria i centomila morti ci sono già. Quelli che avrebbero voluto impedire il massacro sono dunque in ritardo di due anni La decisione di Barack Obama di non agire se non dopo un voto formale del Congresso rispecchia lo scetticismo imperante. Il Presidente americano cerca di premunirsi contro quanto aveva subito all’epoca dell’intervento in Libia: gli Stati Uniti avevano fortemente appoggiato l’iniziativa franco-britannica prima di fare marcia indietro sotto la pressione del Congresso. Barack Obama cerca anche di compensare la tiepidezza di molti Paesi, tra cui la Gran Bretagna, con una riaffermazione di legittimità interiore. Resta da sapere quali condizioni porrà il Congresso alla richiesta di intervento da parte del Presidente americano.

Precisamente, il precedente del Kosovo, invocato da Obama, sottolinea i limiti di ciò che si immagina, vale a dire raid aerei limitati e di breve durata, perciò destinati ad avere un effetto simbolico. Affinché una tale operazione sia utile, bisognerebbe che avesse un obiettivo politico. E soprattutto che sia previsto «il dopo ».

Recentemente, Francia e Gran Bretagna, sostenute dagli Stati Uniti, sono intervenute in Libia. L’operazione militare è riuscita e aveva raggiunto il suo scopo con la caduta di Gheddafi. Ma non essendo stato né pensato, né organizzato, né accompagnato il «dopo », la Francia ha dovuto riprendere le armi in Mali, dove si erano spostati e dispiegati uomini e armamenti jihadisti venuti dalla Libia.

La Siria è sicuramente un teatro di operazioni più complesse. Gran parte delle reticenze delle opinioni pubbliche viene d’altra parte dal fatto che le opposizioni siriane, un po’ lo erano state le opposizioni cecene, sono state infiltrate da jihadisti vicini ad Al Qaeda. Tutto ciò è documentato.

Per questo è così difficile aiutare il Consiglio nazionale siriano. Ma si dimentica un po’ troppo presto che Bashar al Assad è così forte perché è aiutato dai pasdaran iraniani e dalla milizia di Hezbollah, che, in materia di estremismo, non ha niente da invidiare ai jihadisti che li combattono.

Infine, l’enunciato di questa complessità basta a spiegare una parte non trascurabile dell’ostilità diffusa a ogni intervento. In soldoni, la reazione è questa: perché non lasciare che si ammazzino fra di loro senza immischiarci? E’ quello che Jean-Pierre Chevènement esprime quando spiega che non bisogna entrare in questa «guerra di religione ». Un altro motivo di ostilità, articolato questa volta da Franí§ois Bayrou è legato alla sensibilità cristiana che, sul terreno, ha preso le parti di Bashar al Assad.

Il contesto internazionale rende pure opaco lo scenario del dopo riposta. Contro gli Stati Uniti, in effetti, si è costituito un’asse Russia-Iran-Siria che sembra oggi vittorioso. Di fronte a questo asse, Barack Obama è parso pusillanime, senz’altra opzione che la protesta verbale, al punto di avere tracciato una linea rossa, l’uso della armi chimiche, che è stata superata senza punizione.

Due anni fa, all’inizio di quella che era allora una protesta democratica e a maggioranza laica, Obama si era rifiutato di impegnarsi, mentre allora la soluzione di una no fly zone, suggerita da quelli che volevano evitare un bagno di sangue, era preferibile alle tentennamenti del governo americano. Era vero che lo stesso Obama ha ricordato che era stato eletto per mettere fine alle guerre, in Iraq e Afghanistan, e che gli era dunque particolarmente difficile immaginare nuove azioni militari.

Il prezzo da pagare è quello di una perdita di credibilità che non può che incoraggiare l’Iran nel suo programma nucleare. Non è la minore delle poste in gioco in questa guerra civile siriana che l’uso dei gas da parte di Assad è riuscito a internazionalizzare. In ogni caso, al punto dove siamo, come ha detto Hubert Védrine, «la peggiore soluzione sarebbe non fare nulla ».

Francia e Gran Bretagna, Paesi che non sono stati al traino degli Stati Uniti ma in prima linea nell’allarme come nell’iniziativa diplomatica (è stata la Francia la prima a riconoscere il Consiglio nazionale siriano), sono finite in un curioso incrocio dove non riescono a incontrarsi.

L’editoriale del «Financial Times » esprime senza giri di parole che mentre la Francia è pronta a impegnarsi con l’uso della forza contro un dittatore assassino, e la Gran Bretagna non lo è, è difficile non temere per il futuro della Gran Bretagna come «attore globale ». Il tono, in Gran Bretagna, è d’altronde di spiegare che la decisione dei deputati britannici di negare al loro governo il via libera a un’azione militare «riduce la taglia della nazione ».

E siamo al cuore della reazione agli eventi di Franí§ois Hollande che è, a giusto titolo, ossessionato dal timore del declino. Non va dimenticato che il presidente lega costantemente la politica del desindebitamento all’obbligo, per la Francia, di ritrovare la sua «sovranità ». E’ il motivo per cui, dal Mali alla Siria, non esita a spingersi avanti, persuaso, come Franí§ois Mitterrand, che rientra nel mandato che ha ricevuto di fare in modo che la «Francia possa mantenere il suo rango ».


Il garantismo da Pannella a Violante
di Paolo Pillitteri
(da “L’Opinione”, 3 settembre 2013)

Sembrerà strano, ma c’è un filo che ricuce antiche avversità e inimicizie, vecchi odi e implacabili differenze. Parlo di Violante, dell’ultimo Violante, e parlo di Pannella, non l’ultimo ma quello di sempre. L’occasione è offerta dalla svolta referendaria del “Cav-meglio tardi che mai” (ma il tempo perso è un vero delitto) e dell’incrociarsi di uno spirito garantista che, vibrante e mai sopito nello spirito liberale e radicale in Marco, era omesso se non bandito nella logica politica della carriera di Violante, il non mai dimenticato ex Pm che, per dirla con Don Baget Bozzo, aveva mandato in galera la resistenza anticomunista (Edgardo Sogno) e offerto la testa di Andreotti “mafioso” alle amorevoli cure del Procura di Palermo.

Storie vecchie, si sa, ma storie vere, anzi,”la storia”, quella scritta dalla sinistra: perché in Italia, e soltanto in Italia, la storia è stata narrata dalla sinistra che ne ha assunto la missione e il metodo, già dai tempi della Liberazione e grazie all’imponente massa di intellettuali sparsi nei gangli vitali del paese, dall’editoria, alla scuola, al cinema alla cultura. E non è così casuale che un certo retaggio di quella sinistra egemone sia confluita nelle scelte dei 4 senatori a vita, indiscutibilmente non di destra e ciò non per colpa della sinistra ma, appunto, della destra che, riprendendo l’antico vezzo democristiano, non si è mai occupata del cosiddetto culturame appaltandolo alla gauche, esattamente come ha fatto Forza Italia, sedicente Partito Liberale di Massa, già dal 1994, salvo qualche sprazzo, ben presto spento.

Il lamento del centro destra di oggi sui senatori voluti dal Quirinale dovrebbe essere l’occasione per un mea culpa,per le indifferenti e superficiali omissioni colpevoli di questi venti anni. A trovarla, infatti, una personalità culturale, scientifica, artistica, di livello internazionale a destra. E allora, di cosa stiamo parlando? Certo, il laticlavio lo meritava soprattutto Marco Pannella, ed è stata un’occasione mancata. Ma Marco non è certamente di destra. Ma tant’è. Il nuovo Violante, dicevamo, quello contestato dai suoi compagni per il “nuovo” atteggiamento garantista sul Cav, riprende, per certi versi, ciò che era una costante dell’antica sinistra, ovvero il garantismo, le amnistie, la giustizia giusta.

Temi travolti e sepolti dall’irruzione di “mani pulite” col suo carico di giustizialismo mirato che annientò tutti i partiti all’infuori di quello di Violante. “Et pour cause”,si direbbe, anche perché il salvataggio dell’ex Pci offriva bensì una sponda politica alla mitica inchiesta ma faceva dei magistrati i lord protettori di un neo partito dei giudici con cui distruggere prima il Caf e, poi, il Cav, inopinatamente vittorioso sulla manettara gioiosa macchina da guerra.

Ma ciò che doveva essere il banco di prova, prima di FI e poi del Pdl, ovvero la riforma della giustizia, è stata ridotta a inutili e dannosi interventi con ministri balbettanti e programmi che col riformismo avevano ben poco a che fare. Contestualmente aumentava in questi venti anni la cosiddetta persecuzione antiCav in un crescendo di intercettazioni,violazioni dell’habeas corpus, indagini a tappeto, processi, fino alla Cassazione fatale. E cresceva, anche,il Partito dei Giudici, autonomizzato, che si sottraeva, mano a mano alla guida politica del partito che pure li aveva promossi. I Di Pietro, i De Magistris, gli Ingroia sono sfuggiti alla amorevoli cure, si sono messi in proprio, sono diventati una cosa “altra” finendo in rotta di collisione contro lo stesso Violante, soprattutto con l’Ingroia che aveva intercettato Napolitano onde portarlo alla sbarra palermitana insieme alla créme della mafia di oggi.

Carino, vero? Una sorta di golpe bloccato dalla fermezza del Quirinale e della Suprema Corte ma, nel contempo, la spia di una impressionante escalation giudiziaria che soltanto il popolo italiano ha interrotto alle elezioni, bocciando Di Pietro e Ingroia. Con l’avvento del supermanettaro e sfascistoide Grillo che ne ha preso il testimone in chiave se possibile ancora più antipdmenoelle. Il cerchio ventennale si è dunque chiuso sul Grillo cannibalizzante la sinistra e sul Cav sull’orlo dei servizi sociali,un esito dell’antipolitica in chiave giustizialista che, di fatto, rischia di catapultare più in là, nel populismo demagogico, lo stesso Pd in costante fibrillazione congressuale, il partito di Violante. Giacché un Senato tradotto in plotone d’esecuzione sarebbe un ulteriore gradino nell’escalation, una rivincita dell’ex partito dei giudici, un’onda anomala sul Quirinale che ha voluto questo assetto di larghe intese. Un salto nel buio.

Non so se Violante ha riflettuto sui mostri creati dal giustizialismo, sugli alieni che hanno contaminato la nostra vita politica. Può darsi. Ma questo Violante che non teme le contestazioni quando pretende anche per il Cav il diritto alla difesa, non è più quello di prima. Quam mutatus ab illo!


Cassazione, uno squarcio di verità nel Berlusconi Show
di Domenico Gallo
(da “MicroMega”, 3 settembre 2013)

Il deposito delle motivazioni della sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha confermato la condanna di Silvio Berlusconi alla pena di quattro anni di reclusione, oltre al pagamento di una provvisionale di 10 milioni di euro all’Agenzia delle entrate, ha aperto una vera e propria breccia nella narrazione creata dai mass media dell’azienda-partito nella quale i fatti sono puntigliosamente cancellati e la realtà sostituita dalla favola del paese di Bengodi. Dove viene narrata l’epopea di un Cavaliere senza macchia e senza paura che combatte eroicamente per ridare la libertà ad un popolo oppresso dalle tasse e proteggerlo da una giustizia ingiusta che perseguita i galantuomini.

Questa realtà rovesciata è penetrata nell’immaginario di milioni di persone, ma ogni tanto la narrazione si inceppa.
I fatti sono duri a morire e gli sceneggiatori del reame di Berlusconi non sempre riescono a cancellarli. Qualche volta i fatti irrompono nella scena pubblica e squarciano il velo delle menzogne con le quali viene costruita una realtà parallela.

Il compito specifico della giurisdizione è quello di accertare i fatti nella loro cruda realtà e, per questa via, disvelare quei comportamenti illeciti che, altrimenti, resterebbero rigorosamente occultati. Il significato di una condanna è proprio quello di far emergere una condotta, un comportamento antisociale, in tal modo neutralizzandolo.
Una condanna passata in giudicato è una vera e propria sciagura perché illumina e cristallizza dei fatti che contraddicono radicalmente la narrazione degli sceneggiatori del regime di Arcore.

Anche questa volta il Cavaliere è sceso in campo per cancellare i fatti. A caldo ha dichiarato che la sentenza “è fondata sul nulla”. E poi qualche giorno dopo ha firmato platealmente i referendum radicali ed ha dichiarato: “Non c’è nulla da fare se c’è un pregiudizio politico nei giudici. Sono in questa situazione per colpa di una parte della magistratura, Magistratura Democratica. Ho 41 processi alle spalle nei quali non sono riusciti ad arrivare ad alcuna condanna, così hanno deciso di avvalersi di un’altra strategia, sono diventati i padroni di tutti i collegi che mi hanno giudicato. Le condanne solo esclusivamente politiche, infondate e ingiuste, tese a un disegno preciso, eliminare l’ostacolo Berlusconi”.

Il mantra del pregiudizio politico questa volta ha raggiunto un nuovo stadio. Adesso non sono i pubblici ministeri che lo perseguitano o quei prevenuti dei magistrati milanesi. Adesso la piovra rossa ha ulteriormente allungato i suoi tentacoli: i magistrati comunisti si sono impadroniti di tutti i collegi che hanno avuto la ventura di giudicare il Cavaliere.
Peccato che la sentenza illumina delle vicende che appartengono alla dura sostanza dei fatti, e non è colpa dei giudici, né di alcun pregiudizio politico se i fatti smentiscono le favole che il regime di Arcore vuol dare da bere agli italiani.

Di questi fatti si dovrebbe parlare, si dovrebbero far conoscere agli italiani, invece delle chiacchiere della politica.
Con il deposito delle motivazioni sono i fatti a parlare attraverso le sentenza della Cassazione e le sentenze dei giudici del merito che la Cassazione ha confermato, riconoscendone la correttezza.

E i fatti ci parlano di una colossale operazione di uso illegale del potere economico, iniziata intorno al 1985 e proseguita, con modalità varie fino al 2003; ci parlano della creazione di una ragnatela di società off shore, volte a creare una interposizione fittizia attraverso la quale si gonfiavano artificialmente i costi dei diritti di sfruttamento delle opere cinematografiche acquistate dalle Major americane, al fine di creare una provvista enorme di fondi nero all’estero, sottratti ad ogni controllo, con l’effetto anche di realizzare una imponente frode fiscale, che è stata punita solo in minima parte. Ciò perché, sia i reati fiscali più risalenti, sia tutti gli altri reati collegati a questa vicende, come il falso in bilancio e l’appropriazione indebita in danno degli azionisti Fininvest-Mediaset, sono caduti in prescrizione, anche grazie ad una coraggiosa legge, varata dal governo Berlusconi che ha accorciato i tempi della prescrizione per i reati dei colletti bianchi.
Tutti questi fatti sono stati incontestabilmente accertati attraverso le indagini giudiziarie e sono puntigliosamente descritti nelle 208 pagine della sentenza della Cassazione.

Come in tutti gli accertamenti giudiziari, i fatti sono basati su prove, non su opinioni. Sono basati sulla documentazione bancaria acquisita all’estero che ha seguito le tracce dei passaggi di denaro fino a quando non veniva trasformato in contanti, su numerose prove testimoniali, su mail dal significato inequivocabile, su lettere e missive scritte dai protagonisti di queste vicende. Tutte prove che sono state analizzate, controllate, passate ai raggi x dai giudici del merito in contraddittorio con l’agguerrita difesa degli imputati.
Sostenere che la sentenza è basata sul nulla, significa dire che la realtà deve sparire perché turba la narrazione delle favole.

I fatti definitivamente accertati con la sentenza della Cassazione, devono essere inquadrati in un contesto in cui altre sentenze passate in giudicato hanno accertato (o quasi accertato per via della prescrizione) che i fondi occultamente accumulati da questo gruppo di potere sono stati utilizzati per illeciti finanziamenti a partiti politici (caso All Iberian), per corrompere giudici (Metta e Squillante), testimoni (l’avv. Mills), e ufficiali della Guardia di finanza.
Insomma le enormi risorse accumulate con “il giro dei diritti cinematografici” sono rientrate e sono state utilizzate a fini di potere per forzare le regole istituzionali ed inquinare la vita pubblica italiana.

Durante la sua seconda campagna elettorale Roosvelt pronunziò una frase memorabile: “il governo del denaro organizzato sarebbe altrettanto pericoloso del governo della delinquenza organizzata”.
A volte questi due fenomeni sono convergenti.


Ma “l’operazione perfetta” può scoppiare tra le mani
di Alessandro sallusti
(da “il Giornale”, 3 settembre 2013)

Sono ore decisive un po’ per tutti. Per Berlusconi, che sta tenendo i nervi saldi in attesa di vedere che piega prende la trattativa delle sue colombe con il Quirinale per ripristinare l’agibilità fisica e politica manomessa dalla sentenza Mediaset.
Per la sinistra, dove Matteo Renzi è a un passo dal concludere la scalata ostile al vertice del Pd (ieri gli si è accodato anche Franceschini).
Per il governo Letta, il cui destino è appeso all’esito del primo e del secondo punto.

A parole il Pd conferma l’intenzione di approfittare della situazione e negare ogni logica via d’uscita al Cavaliere. E badate. Poco c’entrano le leggi, i princìpi e le altre storielle che quotidianamente ci propinano. La verità è ben descritta in un sondaggio dell’Istituto Piepoli: il nome Berlusconi sulla scheda elettorale vale dai tre ai quattro milioni di voti, quasi la metà del Pdl. Quale migliore occasione per la sinistra per regolare i conti con l’odiato avversario ma anche per disfarsi dell’unico partito in grado di contrastare una presa di potere definitiva?

Come dimostrano le recenti e sofferte questioni dell’Imu e dell’Iva, il bivio che è alle porte non riguarda solo le tifoserie politiche o i destini personali di questo o quel parlamentare, ma soprattutto le nostre tasche. Un Pdl indebolito, o addirittura marginale, lascerebbe via libera al mai sazio partito delle tasse che conta pezzi grossi anche all’interno dell’attuale governo (salvo poi non rilasciare scontrini per le consumazioni nei vari festival del Pd, come ha denunciato ieri Grillo).

I casi Berlusconi e Renzi sono legati più di quanto appaia. Perché chi sta tirando i fili della «manovra perfetta » per disfarsi del Pdl deve sincronizzare bene i tempi delle due vicende, in modo che lo scoppio della prima non devasti anzitempo la seconda e viceversa. Momento difficile per l’artificiere Napolitano. Anche nel caso in cui il capo dello Stato abbia avuto un ruolo attivo (o volutamente passivo, per interesse) in tutte queste vicende, ora deve stare attento: un passo falso e saltano tutti in aria, sia chi doveva essere la vittima designata sia chi ha vestito i panni del mandante carnefice. Perché l’imprevisto è sempre in agguato e spesso decisivo.


Il maestrino Scalfari e la destra indecente
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 3 settembre 2013)

Ho letto con viva speranza il sermone di Eugenio Scalfari su la Repubblica che dava istruzioni per fondare un nuovo partito per la destra italiana.

Finalmente qualcuno ci pensa, dicevo tra me, qualcuno dà una mano pietosa a quei mentecatti incolti del centrodestra. Inoltrandomi tra le righe della corposa omelia non trovavo però il libretto d’istruzioni per far nascere quel benedetto partito. Si parlava di tutto meno che di quello.

Fino a che, in coda, ho letto la prescrizione medica del dottor Scalfari. Premesso che i moderati debbono costruire una forma di rappresentanza politica fuori dal populismo e dentro la destra democratica ed europea, come ripetono pure le sciampiste da qualche millennio, Scalfari esorta a incoraggiare nell’impresa le cosiddette colombe.

Ma nelle righe seguenti Scalfari spiega che purtroppo in Italia una borghesia moderata non c’è, anzi in Italia non esiste una borghesia (né c’è una classe operaia). Ergo, l’impresa è impossibile per mancanza di utenti. Allora di cosa parliamo? Dall’articolo deduco che per l’esimio dottore un partito di destra in Italia non può esistere.

La diagnosi scalfariana mi ha ricordato un episodio familiare. Una volta una giovane mamma si avvicinò a mio padre col suo neonato in carrozzina. La creatura era di una bruttezza indicibile. Mio padre, che era gentile ma amava la verità, la guardò con orrore e volendo dire una cosa carina ma non falsa, disse: «Che bella carrozzina ». Anche per Scalfari, della destra nascitura si salverà solo il passeggino, non i passeggeri.


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Bart