Da una boccetta d’inchiostro

di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, domenica 9 agosto 1970]

Scrivere un libro di fanta ­sia, non è propriamente un la ­voro perché viene da sé o non viene, e la fatica vera sem ­mai è quella di far che nasca da solo, e di sgombrare dal fusto suo genuino quel che l’illusione e la pretensione di autore vorrebbero aggiungere ed accrescergli indosso.

In questo senso, anche la scrittura, come diceva Miche- langiolo della scultura, è arte di sgrossamento. Anzi, dato che la materia dello scrivere è tanto più agevole e abbon ­dante ed efflorescente sotto la penna, lo scrivere è assai più che lo scolpire, esercizio d’ini ­bizione.

Parrà curioso che lo dica io, tanto accusato di straripare, come scrittore più o meno be ­nevolmente definito « fluvia ­le ».

Ma, tanto per cominciare, mi inibisco ogni considerazio ­ne su cotesto meno o più ma ­levolo aggettivo, che m’è ve ­nuto incontro nel suo signi ­ficato proprio e non metafo ­rico, trovandomi sulle rive del Po a veder gli « esterni » del ­la traduzione teleromanzata del Mulino del Po. E se non è fluviale quello, quale altro ro ­manzo lo sarà, e fin dal ti ­tolo?

Fatto sta che per l’autore di un libro di fantasia, l’avven ­tura, nello scriverlo, piuttosto che sua, è della fantasia, alla quale egli appartiene e le è soggetto, molto più di quanto essa gli sia soggetta e gli ap ­partenga. Ed in proposito, non citerò come ne parlan Dante sublime e lo stupendo Ario ­sto, ma l’amabile francese, di cui mi duole di dimenticare il nome, che la chiama « la mat ­ta di casa ». E se non passeg ­gia, è meglio lasciar penna e carta, scrittoio e calamaio. E per questo la vera e propria avventura dello scrittore, è quando, a mente posata e dopo congruo numero d’anni, si fa a leggere il libro che ha scrit ­to, lo riconosce non senza sor ­prese diverse, e vi si riconosce.

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Avventura rischiosa, non oc ­corre dirlo, che nel caso mio particolare del Mulino del Po, in riva al fiume e sul fiume, ha ricevuto un carattere speciale dalle circostanze, dal luogo, dalle persone.

Infatti, non era solo né tanto un leggerlo quanto ed anche un vederlo tradotto, illu ­strato, figurato in quel gene ­re televisivo, anzi « teleromanzesco », che unisce rappresen ­tazione teatrale e narrativa in un amalgama vivace e fecon ­do. Certo, è trascrizione, e rie ­laborazione, interpretazione, e traduzione, e si vale e compor ­ta ingerenze, interpretazioni, figurazioni, alle quali è, di necessità soggetta; e si chiamano sceneggiatura, regìa, inter ­pretazione, e, anche, luci e fotografia, la quale ha oggi degli operatori, come quelli delle « luci », tanto « virtuo ­si » della loro tecnica, che po ­trebbero riuscir perfino perico ­losi alla retta fedeltà, non che al testo originale, al « copio ­ne » stesso della traduzione telespettacolare.

Si potrebbe dire che ogni opera d’arte, alla lettura o vi ­sione o audizione, si traduce, ed è soggetta a una traduzio ­ne nella mente e nell’animo del lettore o uditore o visore che sia; ma in questo fugge ­vole ricordo delle giornate sul fiume e poi nel teatro televisivo quel che importa a me autore del romanzo di ricor ­dare e di notare, non soltanto per gusto di soddisfazione personale, ma anche per concreto giudizio critico, è la fedeltà, in senso sostanziale ed intimo, che anche negli scorci e negli adattamenti, e talvolta acco ­modamenti, all’atto pratico inevitabili, venne da tutti os ­servata e artisticamente servi ­ta, tanto in natura sul fiume, quanto in arte nello « studio ».

Per la cronaca, dei lavori, un giorno d’afa del variabile giugno passato, si risolse in un furioso temporalaccio con raffiche di vento e rovesci di pioggia e scariche elettriche. Riuscì prezioso alla raccolta di materiale televisivo auten ­tico e di prima mano, ma bi ­sognò che tutti se lo prendes ­sero tutto, scomodo e assai pauroso.

Fu un esempio materiale della fedeltà estetica al lavoro ed ai suoi intenti, ma fra tan ­ti altri e continui, ne scelgo un altro singolarmente signi ­ficativo.

Questo « Mulino secondo » sceneggia abbondanti e popo ­lose scene di popolo ai tempi dei conflitti sociali del secon ­do Ottocento. Chi ha letto il romanzo, lo sa: ma l’avevan letto i popolani del luogo, ri ­vieraschi di Po, scritturati dal regista per le scene appunto di popolo, le più varie e diverse, idilliche e drammatiche?

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Che facesser bene, e con ef ­ficace e volonterosa intelligenza e prestazione ai compiti loro assegnati nelle prove par ­ticolarmente faticose e penose e insistenti e nelle riprese al ­l’aperto delle scene di massa; che facesser bene e volonterosamente la loro parte, non stupisce, quando che l’italiano di solito sa comparire con nauralezza ed efficacia nel con ­sorzio umano, e in questo caso all’obiettivo della macchina di presa; ed è, come si di ­ce, attore nato. Così, nel caso di cui parlo, quei semplici ca ­pivano quel che gli era spie ­gato e rendevano quel che gli era chiesto: « battute », « faccie », movimenti indicati dal « copione », spiegati dal regista e dai suoi aiuti, nel caso specifico sudanti ma alacri, come tutti dal primo all’ulti ­mo sotto il sole dei giorni in cui si miete il grano, di San Giovanni e dei Santi Pietro e Paolo.

Di prova in prova, di presa in ripresa, via via che prende ­va forma la rappresentazione estetica, cresceva, ai miei oc ­chi d’autore del romanzo, quel che appariva e nel fatto artistico era comprensione intui ­tiva del romanzo stesso in tut ­ti, del mestiere fossero o no.

Che questi l’avesser letto, era una domanda che non ponevo a loro e neanche a me.

Il Mulino, in riva di Po a val ­le del Lagoscuro ha una noto ­rietà di proprio genere, favoli ­stica. Per esempio, ricordo, quando fra le due Guarde, la Ferrarese e la Veneta, c’era ancora un traghetto, credo l’ul ­timo a sistema pendolare, ri ­cordo che il traghettatore lo chiamava « la storia della Guarda ». E popolarità di un racconto significa per l’appun ­to identificazione di realtà e fantasia, di fatto e invenzione, di storia e poesia.

Alla popolarità cosi intesa serve e giova non solo né tan ­to la lettura, quanto ed anche la nomea, la voce popolare, la favola del libro stesso. Discre ­zione dunque, e anche cautela per non rischiare di sentirmi rispondere di no, mi sconsi ­gliavano da chiedere se l’aves ­ser letto. D’altronde, negli in ­tervalli del lavoro e sull’argine popolato di spettatori, che la notte dello spettacoloso incen ­dio del mulino « San Miche ­le » furono una folla; d’al ­tronde, domande venivan a farmele loro. E derivavano dal fatto che gli episodi rappre ­sentanti le padane lotte agra ­rie fra ’80 e ’90 e poi, ricordavan loro al vivo e al vero azioni e passioni come le avevan sentite raccontar dai vec ­chi, alcuni dei quali le avevan vissute, e tutti le sapevano da chi le aveva vissute in carne e ossa. E questo magari non lo dicevano con parole, ma sì col viso.

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Una domanda, caratteristi ­camente popolare, tornava spesso, ma in tono riguardoso e rispettoso: io, anzi, diceva ­no, il libro a chi dà torto e a chi ragione? A ciascuno ri ­spondevo e a nessuno: a tutti la loro parte di ragione e a cia ­scuno la sua parte di torto. Nella disgrazia poi che ne deriva, nessuno ha colpa e l’han ­no tutti. Non importava che aggiungessi così va il mondo, o, col titolo del volume, «mon ­do vecchio sempre nuovo »; non occorreva, perché la giun ­ta proverbiale ce la facevan loro stringendosi nelle spalle o magari in un sorriso non pri ­vo di malinconia.

E’ anche probabile, poi che per data di nascita sono fra quelli che hanno sentito rac ­contar quei fatti e quelle pas ­sioni da chi li e le aveva vis ­sute da una parte politica e sociale, e dall’altra; è anche probabile che non torni più in riva di Po, e certo no a « teleromanteggiare »!

Questo dico non per insa ­na renitenza alla legge del tem ­po, ma perché la generosa adesione degli artisti, fossero o no del mestiere e delle mae ­stranze e degli spettatori loca ­li, mi riporta alla mente un detto che mi è stato ripetuto più volte da lettori semplici, e che per altro è implicito nel giudizio sul Mulino di un let ­tore critico-storico della forza intellettuale di Federico Chabod, grande storico e amico caro. Il detto è che dal Mulino si conosce che cos’è costato far l’Italia.

Ha il suo significato a la ­sciarlo nella sua pregnante e indeterminata semplicità.

Tornando, per concludere, al recente ricordo personale dei giorni di lavorazione, l’im ­pegno e l’apparato e tutto l’in ­sieme di costruzioni e macchi ­ne e persone in azione, mi fa ­ceva dire ogni tanto: â— E’ pur curioso che tutto questo sia sortito da una boccetta d’in ­chiostro!

Merito o colpa, è della « mat ­ta di casa »: e poco ci vorreb ­be a ritrovare chi l’ha chia ­mata così, ma la qualifica mi mette in umore di continuare a dimenticarlo.

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